Generoso compagno nel tempo

Generoso compagno nel tempo

Nutrimento prezioso per l’uomo e patrimonio del paesaggio.

C ’è qualche cosa di arcaico, penetrato nell’anima in molti secoli e di cui si ha poi innato rispetto. La pianta dell’olivo per i popoli del Mediterraneo, rappresenta un prezioso elemento di condivisione e sia i popoli orientali sia gli europei hanno sempre riconosciuto all’olivo, bellissimo, forte e generoso sempreverde, d’essere simbolo di pace. La prima domanda che ci possiamo porre riguarda la sua provenienza: da dove viene l’olivo? Molti studiosi della preistoria e archeologi hanno affrontato questo tema e tuttora ricerche sono in corso. Conosciamo l’epicentro di domesticazione, che corrisponde alla fascia di terra che si affaccia sul Mediterraneo dell’attuale Libano, e del sud della Turchia. Il secondo nucleo di coltivazione è l’area greca e il terzo l’Italia meridionale, Sicilia e Nord Africa.

L’uomo ha osservato questa pianta allo stato selvatico e ha pensato che poteva scegliere alcuni esemplari, propagarli e coltivarli ed è stato un passaggio epocale, un evento rivoluzionario, che ha cambiato la sua vita. Il passaggio dalla condizione naturale, spontanea, alla coltivazione è appunto la domesticazione, che ha originato le differenti varietà e i modi di far crescere le straordinarie piante. Il frutto, la drupa come la definiscono i botanici, è la parte preziosa che si raccoglie e dalla quale si ricava l’olio. C’è stato un momento, alcune migliaia di anni avanti Cristo, che qualcuno ha “scoperto” che si poteva estrarre un alimento prezioso spremendo le olive. Cosa normale per noi, ma in quel periodo fu una scoperta che, di fatto, avrebbe cambiato nei secoli l’economia e la trasformazione dei territori, arricchiti con vaste superfici a oliveti.

E’ una pianta l’olivo, la terza per importanza, dopo i cereali e la vite, che è stata a fianco delle varie civiltà, che si sono susseguite nell’Asia Minore, nel Sud Europa e nel Nord Africa. L’olio estratto dalle olive costituiva, in origine, fino all’epoca romana, la base per unguenti odorosi da spargere sul corpo. Elemento di cura e cosmetico.Non è dato di sapere se fu prima l’utilizzo alimentare a essere apprezzato o se fu dopo il suo utilizzo come unguento che si sperimentò il potere di nutrizione dell’olio. Di solito è la necessità di trovare fonti alimentari che crea conoscenza, mentre gli altri impieghi possibili si sperimentano successivamente. Nei popoli dell’area mediterranea l’espansione di questa coltura soddisfa le esigenze di una popolazione crescente.

La coltura dell’olivo conquista nuovi territori e determina una serie di innovazioni che riguardano: la sistemazione dei terreni, le tecniche colturali, la raccolta, la conservazione delle olive, l’ estrazione dell’olio e la sua conservazione, il trasporto. Abbiamo avuto popoli produttori di olio e altri importatori, lo testimoniano le molte anfore olearie rinvenute nei vari siti archeologici. In Calabria sono stati scoperti residui di olio databili a 1700 anni avanti Cristo e grandi giare sono documentabili dal 1300 a.C.

L’olivo in Italia, prevalentemente, fu introdotto dai Greci, che conoscendo molto bene questa pianta ne avviarono la coltivazione nei nuovi territori e la sua diffusione proseguì nei secoli successivi: dall’Epoca Romana, Medioevo, Età Moderna e Contemporanea. L’olivo è presente in tutti i continenti a partire, specialmente, dal novecento a oggi. Importante sia per la produzione di olio, sia per il fondamentale ruolo nel paesaggio agrario, ma è anche pianta ornamentale per le abitazioni e per il verde urbano.

Sono, infatti, molteplici le forme di allevamento delle piante, sia in coltura agraria, sia per giardinaggio. Così, mentre il coltivatore adatta la sagoma delle piante alle sue esigenze di lavoro e di economia, il vivaista le struttura a proprio gusto e inventiva, per incuriosire e attrarre l’attenzione dell’acquirente. Si va da esemplari oggetto di particolari potature che assumono un aspetto variabile da regolare a geometrico o di fantasia. Si creano piante nane tipo bonsai. Si adattano a spalliera, a cono, ad alberetto e così via. Ogni produttore, esprimendo il proprio senso del gusto, ha una sua specificità.

TESTO
Carlo Vezzosi

FOTO
Nicolò Begliomini

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