San Bartolomeo in Pantano, patrimonio culturale

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San Bartolomeo in Pantano, patrimonio culturale

Architetture razionali e geometriche, idee dell’uomo realizzate.

Dall’antichità classica Pistoia come Firenze, eredita, il senso della misura e la facoltà di pensare ed esporre con chiarezza, ma al tempo stesso è innovatrice. Riceve il grande patrimonio culturale classico, lo elabora, se ne serve per trasformarlo in un latino moderno, ‘volgare’ che lo renderà attuale. In San Bartolomeo in Pantano, a Pistoia, tutto questo è chiaro, le sue sono architetture razionali e geometriche, quasi dimostrando che quanto costruito dall’uomo è un’idea che si realizza.

La facciata è composta da cinque archi ciechi, che formano un esonartece, come nelle antiche basiliche, e indicano, fin dall’esterno, la forma delle navate interne, che sono come un pergolato di foglie di acanto, e sembrano invitare al ristoro ‘tutti voi che siete affaticati e oppressi. (Mt . 11,28).
Negli angoli della facciata, sopra una cornice di piccole palme, che sormonta una decorazione a lesene bicromatiche, sono posti due leoni emblema di Cristo vincitore sul male (o forse il peccato che incombe sull’uomo) e sembrano ricordare, a chi entra, l’importanza di accedere nella casa di Dio.

Sopra la porta centrale un architrave, opera di Gruamonte e di Deodato, in cui sono rappresentati dodici apostoli nell’atto di ricevere da Gesù l’incarico di predicare il vangelo, e allo stesso tempo rappresentano i cicli cosmici in cui gli apostoli evocano i segni zodiacali. Le porte laterali erano dedicate, quella di sinistra a Giovanni Battista, la cui festa cade il 24 giugno in prossimità del solstizio d’estate e quella di destra a Giovanni Evangelista festeggiato il 27 dicembre, solstizio d’inverno, per rappresentare il percorso di chi, peccatore, entra per la porta del Battista e ne può uscire, mondo dal peccato, da quella di Giovanni discepolo prediletto, dopo un incontro con Dio all’interno della chiesa.

San Bartolomeo in Pantano

Entrando nella chiesa si è attratti, come nelle basiliche paleocristiane a pianta longitudinale, verso l’abside, che fa da sfondo all’altare, da cui partono con un ritmo ben equilibrato le colonne archivoltate, e dallo spazio quasi carenato del soffitto della navata centrale. Le pareti spoglie e con finestre relativamente piccole, invece che nascondere la materia da cui sono costituite la evidenziano, concetto questo prettamente romanico, in cui un’architettura è creata dall’uomo a dimensione umana comprensibile, tangibile. Vero gioiello del romanico è anche il pulpito, che qui si trova, realizzato da Guido da Como, al quale dedicheremo uno spazio apposito prossimamente.

Motivo d’interesse è anche il ciclo degli affreschi, che comprende una sinopia rappresentante Cristo benedicente, di scuola locale, del XIV secolo; una Madonna con bambino e i santi e un Cristo in pietà sempre di scuola locale ma più tarda; un frammento di affresco raffigurante S Bartolomeo Apostolo attribuito a ignoto di scuola fiorentina del XII secolo . Nel catino absidale l’affresco che raffigura il Cristo Pantocratore circondato da angeli, con San Bartolomeo e San Giovanni battista attribuito a Manfredino di Alberto, di fine del XII secolo, infine degno di attenzione è il Crocifisso in pietra del XII secolo che si trova nell’abside, opera tardo romanica.

Giorno del Santo, festa dei ragazzi

I liquidi erano rigorosamente due: l’olio benedetto in chiesa, che serviva all’unzione e l’acqua delle pistole a schizzo di plastica, che venivano usate all’esterno, nella piazza, in una gara, che ci riduceva bagnati mezzi.

L’andamento della cerimonia non era scritto in latino. Anzi, non era scritto da nessuna parte e veniva eseguito “sulla fiducia di una tradizione” che si perdeva nella notte dei tempi. Non c’è, nella memoria, “San Bartolomeo senza unzione” la quale – a dire la verità – faceva un po’ senso, ma noi andavamo alla festa lo stesso contenti perché l’immancabile giocattolo ci riportava alla condizione naturale del bambino. E poi c’era tanta gente, venuta anche dalla campagna, come i “pergolini” e cioè quelli del Ponte alla Pergola che – per la vicinanza alla città- non erano più contadini, ma non ancora cittadini e si vestivano per questa loro condizione ancora incerta nelle fogge più strane e riconoscibili.

Festa grossa, quella del 24 agosto a Pistoia, ogni anno trentamila persone arrivano per farsi ungere, per la memoria secolare dei momenti cruciali della mortalità infantile e della condizione umana in genere, esposta ai rischi delle numerose epidemie. Sulle origini. E’ certo che la pratica dell’unzione, che separa dalla cerchia profana e mette in relazione con il divino, non può essere disgiunta dalla devozione al santo, la cui fortuna dipende proprio dalla popolarità di cui, anche a Pistoia, gode l’apostolo protettore dei malati nel mondo cristiano. All’unzione viene attribuita una funzione di protezione generale così come risulta dal tenore della formula: “Per intercessione di San Bartolomeo apostolo ti liberi il Signore da ogni male”.

E il mercato all’esterno, nella piazza antistante la Chiesa, è soltanto per i bambini: dolci e giocattoli, è come un mercato alla rovescia rispetto a quello vero di Piazza del Duomo. Ma è qui che gli adulti possono confrontare i loro legami con l’infanzia. La quale viene designata, spesso, con espressioni linguistiche, entrate nel patrimonio verbale dei pistoiesi: i “sambartolomei”, ragazzi troppo vivaci, e che per questo si meritano di finire “sbucciati” come il santo.

Il sambartolomeo sbucciato non si sarebbe meritato la “corona di “pippi” e il medaglione di pasta frolla che viene preparata per la ricorrenza dai pasticceri, segno della festa che esprimeva un preciso ruolo rituale, e che veniva messa al collo dei bambini, a tutti, anche, ai “sambartolomei”
Questa era, ed è tutt’oggi, la festa di S. Bartolomeo nella nostra città.

 

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