La Natura e le Cose

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La Natura e le Cose

Quattro artisti apprezzati in tutto il mondo.

All’uscita dalla tragedia e dall’orrore della seconda guerra mondiale l’Europa si trovò profondamente cambiata. Niente era più come prima e molti artisti risposero negando ogni rappresentazione formale. Ogni elemento che fosse generato da un pensiero razionale veniva rifiutato per dare libero sfogo alla condizione di disagio e di forte introspezione personale dell’artista. Il Movimento Informale guardava nel profondo dell’animo umano e ne faceva affiorare le tensioni più remote. A seguito di questo periodo, e in concomitanza con la crescita economica iniziata negli anni cinquanta del Novecento, si sviluppò quella corrente artistica definita Pop Art che prese avvio in Gran Bretagna, per poi diffondersi ed affermarsi negli Stati Uniti a partire dall’inizio degli anni sessanta. Gli artisti di questo periodo si vedono insofferenti a porre l’idea dell’io in una dimensione così assoluta com’era quella Informale. Il rapido cambiamento della società e la tensione verso il mondo dei consumi portano questi artisti a riappropriarsi della dimensione della superficie, in contrapposizione di quella indirizzata alla ricerca della profondità. Due mondi solo apparentemente antitetici, perché nella denuncia verso la mercificazione di massa, contenuta nelle opere Pop, c’era una profondità oggettiva più che evidente. Accade anche un altro fatto: i grandi centri di produzione artistica perdono il loro primato in favore di una frammentazione geografica che vede emergere esempi di grande qualità anche nelle zone periferiche. Questo è il caso di Pistoia che agli inizi degli anni sessanta vede nascere un movimento – definito in seguito da Cesare Vivaldi “Scuola di Pistoia” – che fa capo a quattro giovani artisti: Roberto Barni, Umberto Buscioni, Gianni Ruffi e Adolfo Natalini. A Pistoia i quattro, fin dall’inizio già molto indipendenti, danno vita a quattro straordinarie esperienze artistiche che nascono forse dai soliti presupposti, ma che prendono direzioni diverse, ognuna di grande rilievo. Si trattava di “un mondo che cominciava a ripensare le cose”, ricorda Barni di quegli anni di sperimentazione; un mondo che si rivolgeva all’analisi degli oggetti, delle tecniche e degli stili di vita popolari che iniziavano a invadere una società che oggi potremmo definire adolescenziale, il cui sviluppo sembrava non avesse limiti. Rispetto agli artisti del decennio precedente i quattro rivolgono la loro attenzione alla superficie delle cose, non solo attraverso l’utilizzo delle tecniche della cartellonistica e della grafica pubblicitaria, ma anche attraverso l’uso della parola che diventa oggetto, come nel caso delle figure tridimensionali di Ruffi, quasi a voler estenderne le potenzialità espressive attraverso un apparato visivo-sensoriale. Una superficie che diventa talvolta così eterea da dissolvere i colori alla luce e all’aria, come nelle pitture di Umberto Buscioni, che rimandano alla grande stagione del Manierismo fiorentino.

Pop Art: La Scuola di Pistoia

Ognuno di questi giovani “pionieri” intraprenderà un’attività autonoma: Natalini si dedicherà con successo all’architettura; gli altri realizzeranno grandi opere d’arte inserendosi nel novero dei più grandi artisti italiani dagli anni sessanta a oggi. Ciò che li ha uniti al tempo, e in qualche modo li unisce ancora, è stata la consapevolezza delle loro origini culturali e della grande tradizione artistica toscana, la vitalità delle proprie idee e – secondo le parole di Lucilla Saccà nel catalogo della mostra “La Scuola di Pistoia – Natura e oggetto” tenutasi presso il Museo di arte contemporanea e del Novecento di Villa Renatico Martini a Monsummano Terme nel 2005 – “la ricerca di un possibile connubio tra arte e natura, di una precisa intenzione di mantenere costante il riferimento all’ambiente naturale, pur se filtrato da un’ottica attuale”. Tutti elementi, questi, per cui la definizione convenzionale “Scuola di Pistoia”, intesa come corrente aderente alla grande stagione Pop degli anni sessanta, diventa riduttiva rispetto ad una vicenda artistica ben più complessa e articolata che spesso ha anticipato i tempi di altri movimenti sorti in seguito.

 

TESTO

Lorenzo Cipriani

FOTO

Aurelio Amendola

Mario Scardi

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