Bianco, tondo e “birignoccoluto”

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Bianco, tondo e “birignoccoluto”

Un dolce piccolo che mette d’accordo le lingue di tutto il mondo.

Sembra di tornare bambini entrando nel negozio-laboratorio di piazza S. Francesco, dove la famiglia Corsini produce da anni il tipico confetto pistoiese: una porta a vetri da cui curiosare all’interno, sulla mostra eleganti vasi di vetro con confetti di ogni tipo e un profumo di cioccolata e zucchero che si spande dal laboratorio.

È qui che Giorgia Corsini ci racconta una storia che ha inizio 96 anni fa: “Il mio bisnonno, il Cavaliere Umberto Corsini, era un importatore di prodotti coloniali e birra ed aveva quindi una certa contiguità con il mondo del cacao. Dopo la fine della prima guerra mondiale, rilevò dei macchinari per la lavorazione del cioccolato da un’attività veneta interrotta per motivi bellici. Ebbe alcune esperienze lavorative in Svizzera, poi fece ritorno in città con il mio nonno ancora piccolo. Cominciò a produrre cioccolato, biscotteria secca e decise inoltre di dedicarsi alla produzione artigianale dei tipici confetti di Pistoia, secondo le ricette della tradizione medievale”. È documentata infatti dalla seconda metà del Trecento l’usanza, in occasione dei festeggiamenti del 25 luglio in onore del santo patrono Jacopo, di servire una “colazione zuccherina” al vescovo, ai chierici, ai magistrati e ai nobili, in cui non mancava mai il confetto.

Bianco, tondo e “birignoccoluto”, come dicono i pistoiesi, ovvero bitorzoluto, detto infatti proprio per queste increspature anche “confetto a riccio”. Le anime dei confetti, semi di anice o di coriandolo nel caso delle ricette più antiche, subiscono una prima “incamiciatura”, ovvero vengono ricoperte di zucchero nelle bassine, recipienti ruotanti di rame, riscaldati da fiammelle a gas. Successivamente da un alambicco cade, prima a filo e poi a goccia, dello zucchero disciolto in acqua, che fa così aumentare il volume del confetto, conferendogli la forma caratteristica. È per questo che il confetto va lasciato sciogliere in bocca, fino a scoprirne il cuore gustoso. La lavorazione nella bassina dura circa dieci ore e richiede occhi e mani esperte; infatti il processo risente delle condizioni climatiche, in particolare è necessario prestare attenzione alla temperatura e al tasso di umidità e si deve controllare che, girando, il confetto non perda l’arricciatura.

Confetto di Pistoia

È una sapienza artigianale ormai centenaria, tramandata di generazione in generazione, come mostrano le foto dell’archivio di famiglia. Alcuni scatti del 1922 ritraggono lo stabilimento che si trovava nei pressi della stazione ferroviaria e sono delle importanti testimonianze fotografiche di archeologia industriale. Una particolarità che richiama l’attenzione è la costante presenza di manodopera femminile già da allora; ancora oggi l’attività è portata avanti dalla signora Nicla e dalle figlie Giorgia e Ilaria, insieme a diverse collaboratrici: un’attività artigianale tutta al femminile, vegliata – potremmo dire – dalle “vestali “ dello zucchero, che si occupano di rendere dolci gli eventi più lieti dei pistoiesi: nascite, matrimoni, ricevimenti.

La fama del confetto di Pistoia è andata ben oltre i confini delle mura della città per intrecciarsi con la storia del cinema. Federico Fellini cercava dei confetti per girare la scena del Carnevale di Venezia per il film “Casanova” del 1976. Durante le sue ricerche, aveva infatti scoperto che confetti increspati venivano lanciati sulla folla festante proprio in occasione del Carnevale, ma non sapeva dove trovarli. Fu il regista pistoiese Mauro Bolognini, che allora lavorava presso la medesima casa di produzione, la DEAR Film, a dirgli che li avrebbe trovati proprio dai Corsini. Solo in questa speciale circostanza i confetti si truccarono come dei veri attori e furono colorati di azzurro, rosa e verde menta.

In effetti la tradizione di lanciare confetti in particolari occasioni è attestata anche a Pistoia. Nella cronaca dell’ingresso in città del vescovo Fulvio Passerini del 1599 si legge che “fu fatta una gran salve di coriandoli”; tali coriandoli non sono altro che confetti, chiamati così perché la loro anima era costituita da un seme di coriandolo: da qui deriverebbe il nome dei coriandoli di carta che si lanciano a Carnevale. Ecco perché ancora oggi in molte lingue straniere il sostantivo “coriandolo” viene tradotto al singolare con il nome botanico, mentre al plurale diviene “confetti” con vari adattamenti ortografici: “confetti” in inglese, “Konfetti” in tedesco o “confeti” in spagnolo.

TESTO

Filomena Cafaro

FOTO

Nicolò Begliomini

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