Sulla Via Francigena

Sulla Via Francigena

La città tappa di sosta lungo la via che conduce a Roma fin dal 1144.

Sono più di mille anni che lungo tutta la penisola corre una via transitata da pellegrini, mercanti e viandanti in genere; la sua vetustà fu attestata circa venti anni fa quando si volle festeggiare il millennio della Via Francigena, cioè la strada originata dalla Francia. L’occasione venne dalla memoria del percorso che poco prima del Mille fece l’arcivescovo di Canterbury, Sigerico, per recarsi dalla sua chiesa cattedrale a Roma, dove avrebbe ricevuto dal Pontefice Giovanni XV il “pallio”, cioè il paramento sacro simbolo della sua dignità vescovile. Sigerico varcò la Manica, percorse il territorio francese e si affacciò, passate le Alpi, sulla penisola italica.

Dopo il soggiorno nella città santa, durante il viaggio di rientro, tenne conto di tutte le soste che faceva e la loro mappa è segnata in una pergamena ancora conservata nella British Library, dalla quale si possono notare tutte le sue mansiones: cioè le stazioni di sosta che costellarono il suo viaggio. Era un signore della sua epoca; quindi avrà viaggiato a cavallo e con adeguato seguito, tuttavia gli occorsero circa 80 soste per tornare a Canterbury.

La Via Francigena fu considerata il principale asse verticale delle diverse regioni italiane; in Toscana – sempre tenendo conto degli appunti di Sigerico e dopo i centri laziali – esso arriva nella Maremma, tocca Siena, Monteriggioni, San Gimignano, San Miniato, Lucca, Altopascio. A quel punto la Via Francigena classica s’indirizzava verso la costa e toccava i piccoli centri di Campmaior (ora Camaiore), Aguglia (cioè anguilla, oggi Aulla), poi su per l’Appennino verso Pons Tremulus (perché il Magra era varcato su un ponte d’assi, ora Pontremoli) e si riconduceva al passo della Cisa per scendere nella pianura Padana. Il percorso era diventato molto conosciuto e popolare soprattutto perché serviva in modo specifico ai pellegrini: quelli dal nord andavano ad limina Sancti Petri, cioè a Roma; quelli dal sud si sarebbero recati ad altri importanti centri religiosi, primo fra tutti quello di Compostella dove era conservato e venerato il corpo di Sant’Iacopo.

Però una reliquia di questo santo apostolo fin dal 1144 era stata portata a Pistoia, per iniziativa del vescovo locale; e i pellegrini in transito, quando arrivavano ad Altopascio (che allora aveva il nome di Acqua Nigra per le estese paludi che lo circondavano) trovavano opportuno deviare verso la vicinissima Pistoia per avere un primo incontro salvifico con il sacro frammento. Nel Medioevo si riteneva che la reliquia irradiasse benefici; bastava esserle vicini per ottenere le indulgenze. È da quel periodo che Pistoia diventa più ricca e importante grazie alla rete di ostelli, ospizi, alberghi, xenodochi e cambiavalute di cui si era arricchita.

Naturalmente dopo la sosta e l’incontro con la sacra reliquia, i viaggiatori dovevano riallacciarsi all’antico tracciato; e per non tornare indietro usavano una via che, non a caso, è stata indicata come diverticolo della Francigena. Fu infatti chiamata via Francesca della Sambuca perché, uscita da Pistoia, prendeva la via dei monti e, attraverso la valle della Limentra e quindi il paese di Sambuca, si riconduceva al tracciato appenninico.

A più riprese la memoria storica della Francigena è stata usata anche a fini turistici: vent’anni fa i paesi allineati lungo il percorso compilarono una mappa, organizzarono convegni, pubblicarono testi lungo quello che fu detto l’iter compostellanum.

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Ma di recente la Regione Toscana ha ripreso in mano l’argomento in chiave di una più moderna politica turistica, compilando e diffondendo una guida del Touring Club Italiano che fa appunto riferimento alla storia, arte e natura di questa strada indicandone “quindici tappe ricche di atmosfere”, non comprendendo però la città di Pistoia, che sembra rimasta ai margini di un processo di valorizzazione culturale e turistica che ha invece raccolto molti altri comuni allineati lungo il tracciato, riuniti nell’Associazione Italiana dei Comuni della Via Francigena, che poi ha assunto un ruolo più internazionale divenendo Associazione Europea delle Vie Francigene.

A Pistoia gli antichi documenti attestano che fin dall’arrivo della reliquia un costante flusso di pellegrini ogni anno compiva il sacro viaggio. Il 2 di febbraio, festa della Candelora, i partenti con una candela accesa in mano (simbolo della loro fede) si riunivano davanti alla cattedrale: il vescovo li benediva ed essi intraprendevano il lungo e pericoloso cammino. Uscivano dalla porta nord della città, che portava il nome della chiesa di Sant’Andrea dove avrebbero visto, scolpita sull’architrave maggiore, la cavalcata dei Magi. Cioè dei primi pellegrini della Cristianità. Come si capisce bene, nella storia di Pistoia la presenza di Sant’Iacopo e dei pellegrinaggi verso la sua tomba hanno avuto sempre un ruolo molto importante; ed infatti non solo il santo apostolo è divenuto patrono della città, ma fin dal Medioevo veniva indicato come “barone e messere di Pistoia”.

Quindi Pistoia ha tutte le carte in regola per accedere e partecipare al sistema di promozione turistica della Via Francigena in Toscana.

TESTO

Lorenzo Cipriani

FOTO

Nicolò Begliomini

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