La città del tramonto

La città del tramonto

Il grande artista visse a Pistoia gli ultimi anni della sua vita continuando a dipingere.

Chi camina con le fatiche per la strada della virtù, ancora che ella sia, come dicono, e sassosa e piena di spine, alla fine della salita si ritrova pur finalmente in un largo piano con tutte le bramate felicità; e nel riguardare a basso veggendo i cattivi passi con periglio fatti da lui, ringrazia Dio che a salvamento ve l’ha condotto, e con grandissimo contento suo benedice quelle fatiche che già tanto gli rincrescevano. E così ristorando i passati affanni con la letizia del bene come i caldi, i geli, i sudori, la fame, la sete e gli incomodi che si patiscono per acquistare la virtù liberano altrui da la povertà, e lo conducono a quel sicuro e tranquillo stato dove con tanto contento suo lo affaticato Benozzo Gozzoli si riposò” (Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori, e architettori, 1568).

Così inizia il racconto della vita del pittore fiorentino secondo Vasari, al quale dobbiamo l’appellativo con cui l’artista è stato tramandato ai posteri: Benozzo Gozzoli. In realtà il suo vero nome era Benozzo di Lese nato a Firenze nel 1420 e morto a Pistoia nel 1497. Con questa introduzione Vasari voleva presentare al lettore l’aspetto più significativo del carattere dell’artista, ovvero la sua operosità. In effetti Benozzo lavorò fino alla soglia degli ottant’anni producendo un vasto numero di opere di pittura, le migliori delle quali su muro. Come frescante realizzò alcuni fra i maggiori capolavori dell’arte del pieno Quattrocento in Toscana, ma si cimentò anche nella realizzazione di dipinti su tavola o su tela, e in lavori più umili come la realizzazione di edicole, miniature e gonfaloni che non disdegnò di eseguire per le committenze più svariate.

Appena ventiquattrenne firmò un contratto di lavoro di tre anni presso la bottega di Lorenzo e Vittorio Ghiberti che stavano realizzando le porte del Battistero fiorentino. In seguito seguì le orme del Beato Angelico, che possiamo considerare il suo vero maestro avendovi lavorato in giovane età nella realizzazione degli affreschi delle celle del convento di San Marco.
Il primo lavoro autografo è una pala lignea dipinta per i monaci domenicani della chiesa di Santa Maria Maggiore a Narni nel 1450, rappresentante un’Annunciazione che ricorda ancora il modello dell’affresco del maestro Beato Angelico nel convento di San Marco. Un’opera in cui, seppur all’interno della consueta iconografia intima del sacro incontro, trova posto il riferimento simbolico dei cani bianchi e neri che alludono all’ordine dei frati predicatori, il cui nome latino dominicanes viene usato con un gioco di parole per ricordare la loro funzione di guardiani dell’ortodossia cattolica, cani del signore (dominici canes).

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Da questo momento in poi Benozzo diventerà uno dei più validi “narratori” di tutto il Quattrocento. Questa la sua caratteristica maggiore: il saper raccontare storie attraverso nuove invenzioni pittoriche, l’uso di una elegante fantasia delle forme, la ricchezza di particolari o l’attenzione ai dati realistici della vita quotidiana del tempo. Da questo punto di vista il suo più grande capolavoro è la decorazione della cappella del palazzo mediceo di via Larga, la famosa Cavalcata dei Magi, in cui rappresenta i Medici, con i loro seguaci, in un corteo che si snoda all’interno di un paesaggio incantevole con scorci realistici e scenari fantastici. Ma ai suoi tempi Benozzo divenne ancor più noto per la realizzazione di un vasto ciclo di affreschi nel Camposanto monumentale di Pisa, dei quali oggi possiamo vedere solo una parte perché molto danneggiati nel 1944 a causa di una bomba che provocò l’incendio e la fusione del tetto di piombo dell’edificio. Le Storie della Genesi e del Vecchio Testamento valsero al pittore più di quindici anni di lavoro, ma al tempo stesso gli fruttarono un enorme riconoscimento nella città di Pisa che lo coprì di onori e dove risiedette come cittadino fino al 1494.

A seguito della calata di Carlo VIII e alla cacciata dei Medici, Benozzo tornò a Firenze per poi trasferirsi a Pistoia dove vivevano i figli Francesco, suo collaboratore, e Giovan Battista, magistrato. Qui passò gli ultimi anni della sua vita e realizzò le sue ultime opere. Sappiamo che lavorò ad alcuni dipinti come la tavoletta con San Girolamo penitente conservata al Museo Bardini di Firenze e due tele ad olio vendute dai figli il giorno prima della sua morte al vescovo pistoiese Pandolfini: la Deposizione, ora a Firenze presso il Museo Horne, e la Resurrezione di Lazzaro, custodita oggi alla National Gallery di Washington. In questi lavori si nota come Benozzo avesse assunto una severità morale aderente ai sermoni di Girolamo Savonarola, che in quegli anni tuonava contro il lusso e la libertà dei costumi fiorentini. Sappiamo anche che l’artista lavorò presso il convento di Giaccherino ad opere di miniatura, così come in San Domenico, dove resta un lacerto di affresco afferente alla sua bottega.

L’ultimo lavoro cui si dedicò fu una grande pittura murale raffigurante la Maestà della Vergine con angeli e santi nella parete di fondo della sala del Consiglio del Comune di Pistoia: un’opera lasciata allo stato di sinopia per l’avvenuta morte dell’artista il 4 ottobre 1497. Il disegno in terra rossa (l’artista ancora usava quest’antica tecnica, al contrario della maggior parte dei contemporanei che ormai si affidava all’uso più pratico e veloce dello spolvero) affiorò nel 1955 sotto uno strato d’intonaco. L’iconografia della Madonna in trono col Bambino circondata da Angeli e Santi ben si adattava ad un uso laico per l’interno della sala del Consiglio comunale: la Madonna era rappresentata come una principessa protettrice della città circondata dalla sua corte.

I precedenti illustri ai quali si ispirò Benozzo furono la Maestà di Simone Martini (1312-1315) nella sala consiliare del Palazzo Pubblico di Siena e quella realizzata subito dopo (1317) dal suo seguace più valido, Lippo Memmi, nella sala del Consiglio del Palazzo del Comune di San Gimignano. Benozzo conosceva molto bene quest’ultimo affresco per averlo restaurato durante il suo soggiorno in questa città. Per Pistoia pensò ad una composizione simile: la Vergine assisa in trono è circondata da santi – fra cui spiccano in primo piano Sant’Iacopo e San Zeno – disposti però in modo nuovo rispetto alla consueta iconografia. Sembra quasi che l’artista avesse intenzione di introdurre un maggior effetto prospettico attraverso una disposizione ad arco dei personaggi per dare maggiore profondità all’immagine. Una pittura aggiornata secondo i canoni del pieno Rinascimento fiorentino, pur conservando l’iconografia medievale della rappresentazione di un potere civile attraverso un’immagine sacra. Avvalorata dalla presenza dei comprimari: Sant’Iacopo era il “barone e messere di Pistoia” e spiccava sullo stemma del Comune retto dalla pars populi; San Zeno rappresentava la prima titolazione altomedievale della cattedrale.

Benozzo fu sepolto a Pistoia, nel chiostro del convento di San Domenico, e dopo una vita così operosa forse, come scrisse Vasari, raggiunse sicuro e tranquillo il riposo eterno.

TESTO

Lorenzo Cipriani

FOTO

Nicolò Begliomini

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