Il parco delle storie

C ’è un luogo, a Pistoia, che è conosciuto in tutto il mondo: è la Villa di Celle con il suo parco, sulle colline di Santomato, uscendo dalla città. È un luogo ricchissimo di storia e di storie, a partire da quella di Giuliano Gori, che nel 1970 sposta la sua collezione di arte contemporanea da Prato a Celle, acquistata con un ben preciso progetto nella testa: quello di creare una importante collezione di arte ambientale.

Nel 1970 non esistono, in giro per il mondo, collezioni private di arte ambientale. Si tratta di imboccare una strada nuova, con spirito pionieristico, animati da entusiasmo ma anche con le dovute cautele: tanto che Gori, arrivato a Celle, nomina una commissione di esperti internazionali per avere un parere su quello che poteva apparire un sogno e che alcuni non hanno esitato a definire “una missione”. Nel giugno del 1982 vengono inaugurate le prime 15 installazioni (delle quali 9 sono realizzate all’aperto). Ad oggi, la collezione ne conta circa 80, e altre se ne aggiungeranno nei prossimi mesi: “Presto arriverà qua un gruppo di artisti indiani, armeni e italiani – ci racconta Gori facendoci accomodare nel suo studio – e lasceranno un segno del loro passaggio”.

36622102 il parco delle storie gallery1036622102 il parco delle storie gallery7Grande ferro Celle di Alberto Burri all’ingresso della villa e Giuliano Gori davanti all’opera-fontana che ha versato vino per Henry Moore

 

Lasceranno un segno come lo hanno lasciato, nel tempo, i più importanti artisti contemporanei, che sono stati invitati a Celle, hanno trascorso un periodo nella villa e nel parco (alcuni pochi mesi, altri addirittura degli anni), si sono misurati con il luogo e con la straordinaria natura circostante, hanno seguito l’imperativo secondo il quale “I diritti dell’arte iniziano dove terminano quelli della natura” e hanno realizzato la loro opera, che solo qua poteva nascere e che solo qua potrà continuare a vivere.

Neppure un libro riuscirebbe a raccontare le storie di Celle, tanto meno può farlo un articolo. C’è, innanzi tutto, come abbiamo detto, la storia di un uomo, che ha vissuto e vive con un grande amore, l’amore per l’arte, nato in età scolare (“Allora entrai casualmente nello studio di un pittore, rimasi colpito e acquistai la prima opera”), coltivato insieme alla moglie e trasmesso a tutta la famiglia: ai quattro figli (ciascuno dei quali ha la sua collezione: ed ogni collezione è diversa dall’altra, specchio di un carattere e di un gusto distinti) e ai quattordici nipoti. “Pochi giorni fa – ci dice sorridendo in piedi dietro la sua scrivania, con la vallata che si distende al di là delle grandi finestre – mi è arrivata una cartolina dalla nipote più piccola che si trova a Londra e ha visitato musei e collezioni; mi ha scritto: Nonno, grazie per le cose che mi hai insegnato”.

Ma ci sono anche le storie legate alle varie installazioni: ogni opera ne racchiude una e, conversando nello studio affacciato sull’infinito o passeggiando nel parco (dai Servi muti di Roberto Barni a La Cabane di Daniel Buren, con i suoi specchi e i suoi colori), qualche frammento di queste storie ci viene raccontato. Quella di Richard Serra che, meravigliando tutto il mondo dell’arte, realizza a Celle la sua prima opera in pietra; quella di Jean-Michel Folon che apre la voliera disegnata e realizzata dal poeta patriota Bartolomeo Sestini nel 1812 per fare in modo che gli uccelli entrino ed escano liberamente, andando a bere e a mangiare dalle mani della sua scultura, L’albero dai frutti d’oro; o quella di Maddalena Abakanowicz, innamoratasi di un prato destinato ad altro, nel quale realizza le 33 installazioni della sua Katarsis e ai giornalisti accorsi in occasione dell’inaugurazione e attratti da questo numero simbolico, risponde semplicemente: “Avevo pensato di farne 32, ma mi sembravano poche; poi ho pensato a 34, ma mi apparivano troppe; allora ho scelto di farne 33”; o la storia, ancora, di Henry Moore, seduto su un’opera-fontana, dalla quale viene fatto uscire, per scherzo, del buon vino anziché la consueta acqua: Moore resta sbalordito, grida al “Miracolo!” e beve allegramente.

Celle ha una doppia forza: centrifuga e centripeta. Ha irradiato arte: non solo nel territorio circostante, a Pistoia (basterebbe pensare alle opere nate insieme al Padiglione dell’Emodialisi, al grande dipinto di Kiefer nella Biblioteca San Giorgio, al Giardino Volante recentemente inaugurato) e in Toscana, ma nel mondo. Pochi giorni fa è arrivata sulle colline di Santomato una delegazione cinese, con ingegneri e esperti d’arte che vogliono realizzare nel loro paese un museo prendendo come modello la Collezione Gori: ma questo è solamente un esempio, l’ultimo in ordine di tempo. Eppure non esistono modelli completamente esportabili: “Ogni collezionista ha una sua identità: l’essenziale – dice Gori – è che sia autentico. Ecco – aggiunge – se dovessi individuare un principio necessario all’arte e anche a chi la colleziona, sottolineerei proprio questo: l’autenticità”. Ma oltre ad avere irradiato arte con la sua forza centrifuga, Celle ha anche attratto migliaia di persone: arrivano da tutto il mondo, in viaggi organizzati spesso dai più importanti Musei, da Accademie, da Università. E qua, sulle colline di Santomato, ferve il lavoro per accoglierli e guidarli, così come accolte e guidate sono le singole persone che, a partire dal mese di maggio, prenotato una visita. Sono visite particolari, anche perché non prevedono il pagamento di un biglietto. La passione per l’arte porta anche a questo: a non farla diventare un business. E a volerla condividere, perché l’arte vive se è guardata: “Che senso avrebbe – ci dice Gori al momento del congedo – se questa collezione fosse vista solo da me e dalla mia famiglia?”.

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