Stinchi: non solo carne da mangiare ma storie della montagna pistoiese

Quando i metati rimanevano accesi

Si chiama “Storie di Stinchi e… contorni – Racconti eco-gastro-ironici” l’ultimo libro di Federico Pagliai.

Torna nelle librerie Federico Pagliai e lo fa con una storia davvero particolare. Perché il filo conduttore è la cucina tanto che il personaggio principale di questo racconto si chiama Stinchi. Che può essere un qualsiasi giovane degli anni Sessanta che abitava sulla Montagna Pistoiese pronto magari a scendere a valle per cercare fortuna. Ma è anche lo stretto legame che lo fa essere un cuoco in caccia di nuove ricette e di clienti da attrarre per sopravvivere e far vedere che la Montagna ha sempre un suo perché.

Il libro è una raccolta di venti storie, corredate dalla prefazione di Dario Cecchini di Panzano nel Chianti che, nella prima parte, prendono spunto dalla vita di Stinchi. Siamo nel bel mezzo del boom economico, dell’ abbandono delle periferie per inurbarsi nelle città industrializzate, quando Stinchi decide di intraprendere una strada diversa e coraggiosa: quella di divenire cuoco e di connotare il cibo come elemento identificante di un territorio, ovvero quello appenninico dell’ Alto Pistoiese. Sembra una scelta avventata ma non lo è, perché nel corso degli anni l’utopia industriale della zona fallisce miseramente e Stinchi è uno dei pochi che riesce a restare sui monti natii diventando un emblema per l’ Appennino tosco emiliano e fondando, in stretta collaborazione con Carlo Petrini, la “Condotta Slow Food della Montagna Pistoiese” della quale è stato fiduciario per molti anni, dando valore e dignità a prodotti considerati poveri come alcuni formaggi, frutti del sottobosco, farine, legumi e altro.

Il libro nella prima parte parla del personaggio e delle peripezie che fa per intraprendere questa strada lavorativa. Nella seconda invece Stinchi è unitamente firmatario delle ricette di cucina locale ed esce di scena come personaggio centrale. A legare le due parti del testo sono i crinali appenninici e il cibo. Ed è da queste due prospettive che l’autore cerca, riuscendoci, di centrare l’ obiettivo. Soprattutto quello di definire un’ identità sociale e geografica tramite il “mangiare”. Considera il cibo così come lo interpreta Stinchi, ovvero come ultimo riparo delle identità locali, come un dialetto che ancora si riesce ad “ascoltare” nel fondo di un bicchiere o in una pietanza. Riesce nell’ intento di scrivere goliardico, semplice ma non banale e di narrare di cibo senza cadere in alcuni luoghi comuni, come ad esempio l’eccessivo folclore, oppure il noioso nostalgico dei bei tempi andati, o la stucchevole tendenza di chi vi ricerca bucoliche sensazioni.

Un testo lieve nella lettura, questo dil Pagliai. Un volume dove si ride, si piange, ma dove, soprattutto, ci si pone delle domande. Sullo sfondo, scenario di tutti i libri dell’autore, i crinali, fossi, vallate, boschi e genti dai volti “meravigliosamente perdenti” dei resistenti di Appennino.

CHI E’  

Federico Pagliai è nato a La Lima, paese che lui definisce “ Il più all’ombra di Italia” nel 1966. Tuttora vive sulla Montagna Pistoiese; nel 1985 sceglie una professione che gli permetta di non abbandonare i suoi monti per scendere in città. Diventa infermiere e poi tecnico volontario del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico. Camminatore curioso e appassionato di montagna. Questo è il settimo libro che scrive: prezzo euro 14, pagine 156.

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