Un castello moresco nell’Appennino

Foto Nicolò Begliomini

Il favoloso edificio realizzato dal conte Cesare Mattei, fedele di Pio IX e padre dell’elettromeopatia

Quando nell’autunno del 1864 venne aperta la ferrovia Porrettana, i viaggiatori di tutta Italia e d’Europa, che iniziarono a percorrerla per giungere nel Centro-Sud dell’Italia dal Nord europeo, ebbero occasione di osservare il favoloso e bizzarro edificio del conte Cesare Mattei, che proprio in quegli anni si stava trasformandolo da castello medievale in una vera rocca moresca.
La costruzione era iniziata nel 1850, proprio sui ruderi di un castello medievale posto alla confluenza della Limentra Orientale nel Reno. Un ricco borghese, in origine liberale ed in seguito papalino, sulla scia della sensibilità romantica volle costruirsi un vero castello. E Cesare Mattei, fatto conte dal papa Pio IX per la donazione della fortezza di Magnavacca presso Comacchio, ne realizzò la prima parte in stile neo-medievale coi suoi merli, le sue mura e le sue torri. Nel periodo successivo egli scoprì però lo stile moresco, molto in voga nell’Ottocento, sicuramente sulla scia dei modelli londinesi realizzati in occasione dell’Esposizione Universale del 1851. Probabilmente il conte non vide direttamente quegli esempi inglesi, ma sicuramente vide e possedette il volume di Owen Jones The gammar of ornaments, vera miniera di modelli decorativi arabi e moreschi, sui quali avviò la costruzione del cortile dei Leoni, una imitazione in piccolo dell’omonimo cortile dell’Alambra di Granada, e della cappella, che ebbe il suo illustre modello nella moschea di Cordova. Nella sala Rossa egli utilizzò anche le decorazioni a muqarnas, tipiche dell’architettura araba e normanna.

rocchetta 1 rocchetta 6

Il cortile d’ingresso al Castello ed un particolare degli interni

La costruzione avvenne per approssimazioni successive, secondo il gusto e il progetto del conte stesso. Non vi furono infatti architetti e nessun disegno progettuale è giunto fino a noi. Semplicemente egli consegnava le sue idee a Giulio Cesare Ferrari (1818-1890), pittore, disegnatore e scenografo bolognese, che gliele traduceva in disegni, realizzati poi sotto la guida di Sabbatone Mazzini di Labante, definito dal conte capomaestro superiore per ogni rispetto e superiore ad ogni eccezione, da maestranze locali: scalpellini che utilizzarono la pietra arenaria di questa montagna, falegnami che realizzarono il mobilio, per la maggior parte andato perduto, e fabbri che posero sulla cima delle torri bellissime ed elaborate cimase in ferro battuto.
Il conte pose all’interno della Rocchetta moltissime decorazioni e simboli, che a qualcuno hanno suggerito una origine massonica. Dal punto di vista storico questa interpretazione risulta però del tutto contraria alla ricchissima documentazione. Il conte non fu infatti mai un massone, ma al contrario un vero papalino, suddito obbediente di Pio IX, dal quale aveva ricevuto anche il titolo di conte e l’onorificenza di cameriere segreto di Sua Santità. Tanto legato al papa da progettare una visita del pontefice alla Rocchetta e da realizzare a tale scopo la camera Bianca, poi definita camera di Pio IX. Del resto egli faceva dir messa ogni domenica nella cappella del castello e fu addirittura iscritto alla Lega antimassonica.

rocchetta 5 rocchetta 10

Uno dei disegni di Bill Homes e la vetrata panoramica

La costruzione del più bizzaro castello, come lui stesso lo definì, è strettamente legata all’evoluzione dell’elettromeopatia, la medicina “nuova” che il conte cominciò a teorizzare ed a praticare fin dai primissimi tempi. Egli lo costruì infatti proprio per avere a disposizione un luogo in cui esercitare le sue funzioni di guaritore e realizzare un vero e proprio itinerario terapeutico, una felice espressione recentemente coniata da Bill Homes.

Mario Facci, vero storico della Rocchetta, del conte e della sua nuova medicina, constatò la netta contrapposizione della medicina “nuova” del conte a quella ufficiale, come risulta dall’affresco della stanza della Visione, dove troviamo la nuova, bellissima e formosa, scacciare la vecchia, rappresentata da un mostriciattolo. Egli utilizzò un po’ di omeopatia, fitoterapia, alchimia e magnetismo, richiamandosi agli antichi concetti umorali ed ai cosiddetti temperamenti.
La guarigione di tanti malati spinse il conte sulla strada delle manie di grandezza e di persecuzione, nel timore crescente che qualcuno potesse carpirgli i segreti. La diffusione fu talmente vasta e capillare che anche Fëdor Dostoevskij, ne I fratelli Karamazov, ad uno dei personaggi fa dire: disperato ho scritto al conte Mattei a Milano, che mi ha mandato un libro e delle gocce, che Dio lo benedica. Anche Gioacchino Rossini, amico di famiglia del conte, fece ricorso ai rimedi Mattei e li diffuse soprattutto nel suo entourage parigino.

Dal 1873 il conte non si mosse più dalla Rocchetta ed iniziò la parabola discendente che lo avrebbe accompagnato fino alla morte. Dopo il crac finanziario del 1886 prese le redini dell’amministrazione Mario Venturoli, uomo di umili origini, ma colto, di bella presenza, di tratto distinto, conoscitore delle principali lingue europee. Per i suoi meriti il conte lo adottò e lo fece suo erede universale.
Il conte morì il 3 aprile 1896 ed una folla immensa, di curiosi e di beneficiati, partecipò ai funerali, ben 7.000 persone. Fu sepolto nella cappella del cimitero della vicina Savignano e solamente nel 1906 le sue spoglie mortali vennero traslate nella bellissima tomba appositamente allestitagli da Mario Venturoli Mattei nella cappella del castello.

La lite sulla sua eredità si concluse solamente nel 1904, quando il Venturoli entrò in possesso della Rocchetta ed iniziò a sua volta a produrre i rimedi elettromeopatici. Alla sua opera risale l’ultimo momento costruttivo e stilistico del castello, quello liberty, con la sala dei Novanta, la sala della musica e il camino in ceramica dei Fenicotteri su disegno di Giulio Casanova (1875-1961). La sala della Pace venne realizzata dopo il 1918, periodo nel quale vennero innalzate anche la Limonaia e il giardino Pensile in cemento e finto legno, oltre all’albergo ristorante, al cui ingresso venne collocato lo splendido pannello che rappresenta San Giorgio che uccide il drago.
Più che eclettico dunque, come qualcuno nel passato affermava, possiamo dire, con Bill Homes, che siamo di fronte a tre distinti periodi di costruzione, quello neo-medievale, quello moresco e quello liberty, successivo alla morte del conte. Una vicenda costruttiva pluridecennale che percorse tutta la seconda metà dell’Ottocento e i primi vent’anni del secolo scorso.

 

TESTO

Renzo Zagnoni

FOTO

Nicolò Begliomini

DISEGNI

Bill Homes

More from Discover Pistoia

Le “immagini della memoria” di Carlo Ferrari in mostra a Pistoia

Dall’8 al 31 luglio la mostra dell’autodidatta massese che ha diviso la...
Read More

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *