Varietà di nebbia

Giacomo Trinci-nebbia

Scrivo la nebbia; che cancella ogni sguardo, che fonde e si effonde, cancella dimensioni, disegni, contorni.

Eppure la vedo, ogni volta stregato dalle sue varietà; sì, perché non esiste la nebbia come universale, ma si sentono diverse nebbie, si evidenziano varie morfologie e geografie. La nebbia ha una sua specifica cadenza filosofica: ci sono quelle metafisiche, assolute, che pongono in questione l’essere del mondo e la sua fragile parvenza. Sono il miasma di un cosmo che versa se stesso al di fuori e racconta di una precipite vocazione ad annullarsi, a spegnersi di luci e arricchirsi di suoni misteriosi, di voci acute e sorde che si fanno presenti e vicine a rivelare il loro mistero; si assorbe il chiasso barocco dei colori nella nudità romanica dei suoni, nella loro severa asciuttezza che viene da una lunga confidenza col regno dei morti e col paese del sonno.
Questa tipologia tra il metafisico e l’astrale, adotta quella compattezza misterica che disegna le nebbie della bassa padana: sono le nebbie pascoliane, insieme soffici e soffocanti, schermi fragili e densi davanti al nulla delle cose; sono il velo del vuoto, è il nulla che, improvvisamente, senza avvertirci o farsi annunciare da qualche cerimoniale che anticipi l’evento, sorge davanti a noi, come nel film “Amarcord” di Fellini.

Ci avviluppa col suo fiato grosso e delicato che viene dall’altrove; disegna ombre d’uomo, ombre di cose, ombre e spettri di animali. È sovranamente astratto, anche quando si concretizza in questa tenera e confidente ricerca di complicità con le cose del mondo, perché mette in questione, comunque, l’essere: è una nebbia ontologica, quella padana.

Ma c’è un altro tipo di nebbia, che al suo interno contempla infinite variazioni d’essere, morfologie multiple, anche se organizzate secondo una dominante diversa dalla precedente, in alcuni casi opposta: la fisica, aguzza, asciutta, improvvisa nebbia toscana, che comincia a declinarsi gradualmente a partire dalle nebbie dell’Appennino pistoiese e di Pistoia stessa.

Una nebbia che lascia lentamente, ma in modo inesorabile, la veste sontuosa, a larga latitudine, della metafisica padana, tutta incentrata sul brivido intimo del rapporto col nulla che ci avvolge e consiste di noi, del nostro vivere, e prende un nuovo stile, una misura e una fisionomia diversa: quella drammatica di un niente estraneo che, a sbalzi, a fasci di presenza, assale le cose, le forme; con aria sfrontata e lesta, da estraneo al visibile, da nemico degli oggetti, che li vuole assalire e, possibilmente, inghiottire. In campagna o in città la condizione è la stessa: quella di una fisica che rischia di affogare nel niente.

Qui, nella città che abito, il discrimine è meno netto tra le due configurazioni. Ancora si sente l’ontologica, misterica sopravvivenza della nebbia padana: in certi passaggi di cortile cittadino, di campagna ancora perfettamente netta e sola, nei perduti fossi e cigli della collina; ancora il respiro complice e domestico, si direbbe, di quel fiato nullificante si fa evidente; eppure, queste note sono inserite in una musica diversa: tagliente e prosastica, la rustica faccia del nulla: il niente.

Con la nebbia, in città, il niente acquista la consistenza di cosa, non cancella ma si consegna alla vista: taglia, segna, evidenzia, delinea. Emerge come il qualcosa che ci costituisce, noi stessi fatti della stessa sostanza della nebbia; estranea e intima, appunto, fuoriesce dalle cose del mondo, dal loro interno indiscernibile e imperscrutabile e viene ad allogarsi nel visibile, ad occuparne tutti gli interstizi, gli spazi, le minime angolature, le intermittenti, minime sfrangiature: in questo barocco dell’antibarocco.

Le figure, i personaggi, le cose, gli oggetti si negano, e con essi le distraenti storie; tutto a favore delle parole: quelle mute delle cose, e quelle degli uomini, parlottanti un segreto cifrario, quello delle ombre. E noi entriamo nella nebbia con animo timoroso e tremulo, come soggiogati dal numinoso che si presenta in modo così improvviso, anche quando si fa annunciare da oscure previsioni di pioggerella lentissima e inesorabile, fine ed uniforme, che cade sul mondo.

Dobbiamo entrare in questa morbida caverna allestita dal cielo il più possibile con animo limpido, desideroso non di capire e carpire segreti, come è tipico di chi, da fatuo dominatore di segni, di simboli, ordina passaggi, calcola svolte, simmetrie, ma come bambino: mitemente esplorante, tenero lume di comprensione, sempre minacciato di spegnersi al minimo soffio di niente. Attento, questo sì, alle voci misteriose, ai rumori, ai soffi e respiri delle cose, adesso così insolitamente evidenti e vicine; anzi, dentro di noi, quasi nostre, eppure disappartenenti nella loro necessaria alterità.
Il cielo, da sopra, stende il suo sudario su noi, e sul teatro mondano soffia una pietà lontana, che consegna la flotta del visibile al corteo di fumo e di vento dell’invisibile: nebbia.

 

TESTO
Giacomo Trinci
FOTO
Lorenzo Marianeschi

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