Volontariamente pistoiese

Volontariamente pistoiese

Un itinerario nei luoghi dell’artista, da Montale a Popiglio passando per Pistoia.

Forse Pistoia merita il titolo di “Città della cultura” non solo per il ricco patrimonio artistico evidente ad ogni visitatore che si immetta nel centro storico, ma anche per un ulteriore patrimonio, celato ai più, ritrosamente nascosto o purtroppo un po’ pigramente trascurato.

Questa sorte in un certo senso è toccata anche al pittore Sebastiano Vini che, di origine veneta (nacque a Verona nel 1528), all’età di venti anni si era trasferito a Pistoia, dove fu così apprezzato, che vi rimase per tutta la vita: “tutta la Città lo ascrisse alla cittadinanza Pistojese, e trovasi d’aver risieduto nel Magistrato dei Priori il settembre 1570” (Tolomei). Di questa carica onorifica andò così fiero che in una delle ventotto lunette dipinte nel Convento di San Domenico, ritrasse se stesso, ormai vecchio, con la scritta “Sebastianus Veronensis inventor et pictor a Pistoriensibus remuneratus A.D. 1596” (la cittadinanza gli era stata conferita nel 1578, per gli affreschi eseguiti nel Palazzo Comunale dal 1554 al 1578).

Si potrebbe allora, con questo breve scritto, cercare di suscitare il desiderio di una visita ai suoi lavori più significativi proponendo un vero e proprio tuor d’arte, che da Montale raggiunga Popiglio, passando per Pistoia. D’altra parte, il velo d’oblio che è si è steso su questo pittore nei secoli successivi alla sua morte, può motivarsi nel fatto che diverse sue opere sono andate perdute (alcuni affreschi nel Palazzo Comunale e gran parte delle ventotto lunette sopra citate a causa dei bombardamenti), relegate in chiese dismesse (l’affresco del Martirio di Acacio) o magari nella sacrestia (l’Annunciazione di Montale), realizzate in luoghi periferici (Cutigliano e Popiglio), tenute al buio (l’Annunciazione in San Giovanni Fuorcivitas); ma più ancora ne ostacola la loro godibilità il cattivo stato di conservazione in cui versano: basterebbe pensare, a questo proposito, alle condizioni dell’Annunciazione e della Sacra Conversazione (Santa Maria delle Grazie), della Presentazione al Tempio (Santissima Annunziata) o della Pietà nel Convento di San Domenico. A suo tempo il Vini fu un pittore molto apprezzato e produttivo: ebbe fra i suoi committenti pievani illuminati come Gerolamo Magni di Popiglio, ordini religiosi di rilievo, famiglie illustri (Forteguerri, Rospigliosi) e generose (Vannini); per altro la sua fama arrivò anche a Firenze in un periodo ricco dei più grandi artisti del Rinascimento. Infatti nel 1565, venne chiamato dal Vasari per dipingere alcune delle vedute di quattordici città dell’Impero Asburgico che furono realizzate nel cortile di Palazzo Vecchio.

Ultima cena, Popiglio
Ultima cena, Popiglio.

Perché il Vini sia venuto a Pistoia non è dato sapere con certezza; che si fosse trasferito “per effetto del troppo numero de’ pittori buoni che in Verona fiorivano, cosa che circa in quel tempo consigliò a vari a cercarsi fortuna in paesi esteri”, come sostenuto dal Lanzi, sembra una motivazione un po’ riduttiva: va tuttavia riconosciuto che l’arrivo del Vini a Pistoia, quasi coincide con la morte di Fra’ Paolino, un pittore allora molto richiesto, e quindi il Veronese si trovò, quasi per caso, a riempire il vuoto appena creatosi.
La prima tavola che gli viene commissionata nel 1552, è un’Annunciazione per la chiesa di San Pietro in porta Lucchese, che poi fu posta nella sacrestia della chiesa di San Giovanni Evangelista di Montale, dove peraltro è collocata ancora oggi. Proprio perché è la prima opera conosciuta, ed è anche la prima Annunciazione delle quattro che il Vini realizzerà, può essere presa come punto di partenza del suo personale percorso e così del nostro viaggio. Il dipinto rivela la complessità della cultura del veronese che si impone come un pittore già esperto per la sicurezza del disegno, la compostezza classicheggiante delle due figure, la forza espressiva del colore (nel rosato delle guance di Maria e dell’angelo si intravedono richiami a Raffaelo).

Da Montale, si può far tappa al Palazzo Comunale di Pistoia, dove a capo scala della seconda rampa al piano ammezzato, appare il bell’affresco del Compianto sul Cristo Morto, nel quale si vede con quanta partecipazione religiosa e con quanta sicurezza si muovesse questo pittore nell’uso del colore e nella precisione del disegno, anche nell’affresco.

Infatti, le sue ormai eccellenti qualità di freschista vengono messe alla prova nella chiesa delle Monache di San Desiderio, con un’opera che coprirà un’intera parete, per rappresentare il Martirio di Acacio e dei Diecimila Martiri sul Monte Ararat (se ne è già parlato proprio su questa rivista): si tratta di un’opera complessa, quasi complicata per la storia che doveva raccontare e la grandezza dello spazio da dipingere.
Nonostante fosse ormai radicato a Pistoia, il Vini ritornò (specialmente fra il ‘60 e il ‘70) nella sua Verona, risiedendo anche in Lombardia dove entrò in contatto con gli ambienti dei pittori nordici. E’ durante uno di questi viaggi che fu costretto a fermarsi a Cutigliano a causa di un’abbondante nevicata e proprio in quell’occasione gli fu commissionata una tavola che rappresentasse San Bartolomeo che libera un’ossessa per l’altare maggiore della chiesa dedicata appunto a questo santo. Ma è soprattutto a Popiglio che il Vini realizza altre quattro opere importanti grazie all’evergetismo dei Vannini e alla lungimiranza del pievano Gerolamo Magni.

Si tratta dell’Ultima cena, del Battesimo di Gesù, di una grande Pala d’altare con l’Assunzione della Vergine e della quarta Annunciazione; per l’Oratorio realizzò due pannelli con l’aiuto figlio Jacopo.
Visto che il cammino del Vini è iniziato con un’Annunciazione, anche il nostro rapido viaggio si conclude osservando la bella e ultima Annunciazione, questa volta ben conservata e ben collocata. Essa rivela la maturità artistica del pittore, che nel suo percorso ha accolto prima le istanze manieristiche del ‘500 fiorentino, ed ha in seguito fatto suoi gli influssi della pittura d’oltralpe, allungando le figure e aggiungendo, se ce ne fosse stato bisogno, molta grazia (in diversi dipinti il Vini lascia una rosellina per terra) ai gesti e ai volti dell’Angelo e della Madonna, usando colori caldi e pieni di luce, mantenendo l’originaria compostezza pittorica. Si conclude così il percorso di un pittore fattosi volontariamente pistoiese: morirà nel 1602, nella sua Pistoia che lo aveva accolto come suo concittadino.

 

TESTO
Laura Santanni
Marta Bellandi
FOTO
Lorenzo Gori

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