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Robin Hood di emozioni

Mario Carnicelli ruba e dona la bellezza della semplicità.

Raccontano storie di gente comune e dei personaggi che affollano la nostra quotidianità gli scatti del pistoiese Mario Carnicelli, fotografo noto in Italia e nel mondo. Figlio d’arte, già tra la fine degli anni 50 e l’avvento dei 60, imprigionava quel tempo, fermandolo con il suo personalissimo modo di leggere gli avvenimenti. Un fotografo “umanamente uomo”, che suscitò l’attenzione di stampa specializzata e addetti ai lavori fin dalla sua prima esibizione importante, quella che ebbe luogo al Grattacielo Pirelli di Milano negli anni Sessanta.

Intitolata “Comizio”, la mostra comprendeva un cospicuo numero d’immagini rubate nella sua città, Pistoia, durante il fervente periodo elettorale: volti, espressioni, gesti. L’interesse per l’ordinario come chiave di lettura della realtà caratterizza anche in seguito i lavori di Carnicelli. Una linea artistica, capace d’immediatezza comunicativa, che può rendere una foto un capolavoro. Percepibile e immediato il messaggio nelle apprezzatissime serie di scatti “I’m sorry America!”, realizzato in Usa, e la serie relativa al funerale di Palmiro Togliatti. Esemplare lettura psicanalitica della folla.

Un passato, davvero ricco di mostre e di prestigiosi riconoscimenti, che ha solo stimolato la sua continua ricerca, la passione per l’arte fotografica e la curiosità per la natura umana. Presto sarà pronto un volume, pubblicato dalle Edizioni Contrasto, contenente scatti realizzati in Abruzzo, ad Atri, luogo di provenienza della sua famiglia, intitolato “Un paese Il Paese”. Rappresenterà in modo egregio Mario Carnicelli e il suo concetto espressivo. Sarà il frutto della ricerca dopo circa nove anni di lavoro, vero atto di amore per una terra e i suoi abitanti. Fra le pagine si troverà l’accurata selezione del più profondo messaggio silenzioso scelto fra le 15000 immagini prodotte, ma, soprattutto, quello che passa prima dal cuore e poi nell’obbiettivo, per poi farne dono a tutti.

Mario Carnicelli

– Il titolo dell’opera in preparazione suggerisce l’idea che in fondo ciò che accade in un piccolo paese valga un po’ per ogni luogo. Perché ha scelto di tornare ad Atri per questo suo nuovo lavoro?

«Il pretesto è stato certamente quello di riavvicinarmi al luogo da cui proviene la mia famiglia, ma come sempre sono stato mosso soprattutto dall’interesse per l’indagine antropologica e sociologica. Mi preme cioè sottolineare il fatto che ciò che avviene in un determinato paese, ovunque esso si trovi, appartiene a tutti. E che certe situazioni, così come certe tipologie di personaggi, si riscontrano dappertutto, in Italia come da qualsiasi altra parte. Il libro in preparazione, poi, è concepito come una sorta di archivio, in cui gli atriani potranno ritrovarsi e constatare i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni: dall’avvento del telefonino a quello delle parabole, che oggi spiccano sui tetti delle case nella bella campagna abruzzese».

– Uno dei tratti ricorrenti delle sue opere è un’attenzione tutta particolare per la psicologia della folla e per la gente comune. Cosa la incuriosisce di più?

«Mi interessa soprattutto la normalità, o meglio quella che io amo definire la bellezza della banalità. Penso ad esempio alle immagini del funerale di Togliatti, dove ogni volto racchiude in sé la propria storia. Anche per questo motivo molti dei miei scatti sono rubati, cioè fatti con la macchina al collo, all’insaputa di chi viene fotografato. Prediligo insomma l’essenziale, e non amo fare uso di effetti speciali. Inoltre, penso che la fotografia analogica sia capace di trasmettere più emozioni rispetto a quella digitale: amo l’attesa a cui essa ti obbliga prima di poterti accertare della buona riuscita dei tuoi scatti».

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