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Il Profeta del Blues

C’era una volta il blues. In origine era il canto di lavoro dei neri nelle piantagioni del sud degli Usa, poi, negli anni della grande depressione, si spostò verso nord, seguendo il Mississippi, nelle metropoli industriali come Chicago o Detroit. Lì le chitarre si elettrificarono e il blues, ibridandosi col folk e col country, diede vita al rock, per poi diffondersi, grazie ai dischi, anche in Europa. E se in Italia c’è una città che ha legato il suo nome al blues, questa è senz’altro Pistoia, per un festival e per aver dato i natali a uno dei suoi più illustri interpreti, Nick Becattini.
Quando, dopo quindici mesi di lavoro (dal febbraio ’23 al maggio ’24), Nick Becattini ha messo la parola fine alla sua autobiografia, io, che insieme a Chiara Alibrandi avevo ascoltato il suo racconto per poi aiutarlo nella scrittura, ho pensato ad Alce Nero parla, libro di culto degli anni ’70, dove uno sciamano Oglala narra la sua vita avventurosa tra due culture, quella dei nativi americani e quella dei bianchi, e la sua profonda spiritualità nutrita di visioni profetiche. Anche Catartico blues, fin dal titolo, esprime le due vocazioni dell’autore: il blues,
musica estranea alla nostra tradizione che è diventata, grazie soprattutto a lui, di casa nella piccola Pistoia, e la tendenza mai sopita e sempre più forte negli ultimi anni al misticismo.
Non è un caso che il 12 settembre del 2024, nella chiesa di San Paolo, stracolma, accanto alla bara di Nick, vicino all’altare, alle parole del diacono Franco Nocchi si siano unite l’armonica di Mimmo Mollica e la chitarra di Michele Beneforti, in un ultimo blues di addio per l’amico scomparso a 62 anni.
Ma nella storia di Nick Becattini, di cui si è raccontato l’epilogo, c’è una specie di big bang iniziale: tutto accade in tre giorni del luglio 1980 a Pistoia, in piazza del Duomo.
Renato Nicolini ha da poco ideato l’Estate Romana tra lo scandalo degli intellettuali di area, ma nella Toscana rossa c’è chi vuole imitarlo; gli anni ’70 sono finiti e presto i sociologi conieranno il termine “riflusso” per definire il ritorno al privato e il nuovo desiderio di evasione. Così qualcuno decide di organizzare in quella piazza un festival blues ambiziosissimo – in fondo solo undici anni sono passati dai tre giorni di pace amore e musica di Woodstock. Sul palco si succedono i maestri di quel genere, già forse un po’ démodé di fronte al punk e alla new wave che imperversano tra gli adolescenti. B.B. King, Muddy Waters, Alexis Korner, Fats Domino. Un vero paradiso della musica del diavolo! Tra i ragazzi che si agitano vicino alle transenne del palco c’è anche un diciottenne Nicola Becattini, liceale segaligno e tutto riccioli, con una disordinata passione per la chitarra. Quelle serate sono un appuntamento col destino, lo segnano e tracciano la via della sua vita futura: scelgono per lui. Dopo la maturità dice basta con lo studio e si vota alla sei corde. Intanto ha messo insieme con un gruppo di coetanei una band dal nome strampalato, i Tobia. Suonano in feste private e festival dell’Unità (mitici i toga-party di belushiana memoria alla casa del popolo di Bottegone!). Ci si diverte come è lecito a vent’anni, ma Nicola è inquieto, cerca collaborazioni, suona con altri gruppi, e intanto divora dischi e cassette di blues e riproduce ogni stile, ogni riff chitarristico con un’applicazione da certosino. Capita che Giancarlo Crea, un cantante armonicista milanese tra i migliori sulla piazza, si accorga di lui. Così nasce, nel 1986, il primo supergruppo blues italiano, la Model-T Boogie (oltre a Crea, Dario Lombardo, e la sezione ritmica di Massimo Pavin e Massimo Bertagna). È l’occasione per il gran salto. Il gruppo viene selezionato a rappresentare l’Italia nel Chicago Blues Festival del 1987. Che emozione la città ventosa! Maxwell street e il south-side fantasticati durante concerti in paesini della Maremma o della Lucchesia diventano realtà. E al ritorno da quella settimana, Chicago diviene un’ossessione per Nicola. Il luogo dove il blues si respira per le strade, dove è a casa sua. E viene davvero il giorno di partire per un’avventura temeraria: trapiantarsi da pistoiese nei quartieri neri della windy city ed entrare nella comunità ristretta, a forte connotazione etnica, dei locali musicisti blues. È dura ma il ragazzino ha grinta e ce la fa. Nicola diventa Nick, migliora il suo look, e riceve ingaggi in band di peso come quelle di Phil Guy e Son Seals. Tante serate e varie tournée in giro per gli Usa. Ora Nick conosce i segreti, i riti, le regole del blues. Ma resta un bianco, uno straniero per giunta, e la vita nella metropoli si fa improvvisamente pesante, e la piccola Pistoia a ripensarci fa venire le lacrime agli occhi di nostalgia. Dopo tre anni è tempo di tornare: back home. Nel 1992 comincia il secondo tempo della vita artistica di Nick. C’è da reinventarsi in una città che adesso sembra ancora più angusta. Tante idee gli frullano per la testa, vorrebbe provare a ‘italianizzare’ l’idioma delle dodici battute, restituire nella sua lingua quella genuinità che ha visto sprigionarsi nei fumosi club di Chicago. Ci prova, scrive dei testi, ma poi entra in una crisi che non è solo creativa ma anche personale, fatta di stravizi e sregolatezze. Ma il blues, come dirà poi, è “catartico”, e dunque è ancora il blues a salvarlo. Riprende a suonare da turnista di lusso con star della musica nera di passaggio in Italia, finché, per caso, come sempre succede, è lui a vestire i panni di band leader, i Serious Fun sono una travolgente macchina musicale che riempie i locali di mezza Europa con il suo groove, spaziando con disinvoltura tra tutte le varietà della black music. Il nuovo secolo coglie Nick indaffarato tra concerti, incisioni e l’insegnamento, che man mano lo assorbe sempre di più. Vengono su nuovi eredi, conquistati dalle sue lezioni e dai suoi dischi. Come Alessandro Gonfiantini, forse tra i suoi allievi quello che gli somiglia di più per immedesimazione e magnetismo sul palco. Per lui Pistoia blues è stato la rivelazione di Nick, il disco ascoltato e riascoltato in loop da ragazzino delle medie, e poi Unleaded, a suo dire il miglior disco di blues mai inciso in Italia.

Nick Becattini

Sono gli anni della maturità, e dell’equilibrio che porta in dote la famiglia, la stabilità degli affetti, grazie alla seconda moglie Luisa e agli amatissimi figli Bambi e Marco.
Ma il destino di Nick non sarà quello di una placida vecchiaia da venerato Maestro. La SLA, la più spietata delle malattie, lo costringe alla sfida più difficile. Lentamente si impossessa del suo corpo e lo annienta. Le sue mani che infiammavano la chitarra perdono forza, ogni nota diventa ora una preghiera. Fa in tempo però a incidere i due memorabili dischi del crepuscolo: Lifetime Blues, album riepilogativo, direi didattico, ma di un didatta di genio, al livello di If You Love These Blues, Play ‘Em as You Please di Michael Bloomfield, e il vero e proprio testamento di Crazy Legs.
Il 26 settembre scorso, allo spazio Puccini-Gatteschi si è riunita, a quasi quarant’anni dall’ultimo concerto, la Tobia blues band: attempati padri di famiglia, maturi professionisti con già un occhio alla quiescenza hanno ripreso i loro strumenti nel nome di Nicola. In quello stesso giorno, circa 300 km più a nord, a Nerviano nel Milanese, la Nick Becattini Legacy si è esibita con un set di brani originali tratti dal repertorio di Nick. Per dire come l’uomo e l’opera continuino a vivere, saldi nella memoria, tra coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerli.

Testo Maurizio Tempestini

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