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Libero Andreotti a Stoccolma nel 1920: sculture e arredi

Questo evento – la prima grande rassegna italiana all’estero dopo la Grande Guerra – segnò una tappa decisiva nei rapporti culturali tra Italia e Svezia e, al tempo stesso, un punto di svolta nella definizione dell’arte decorativa moderna, radicata nella tradizione ma capace di dialogare con la contemporaneità.
Promossa da un Comitato svedese e da uno italiano, presieduto da Arduino Colasanti, Direttore generale per le Belle Arti al Ministero della pubblica istruzione, l’esposizione nacque per iniziativa di due artisti, Guido Balsamo Stella e sua moglie, la svedese Anna Åkerdahl. Il loro obiettivo era quello di presentare al pubblico scandinavo un’Italia nuova, libera dall’accademismo e da una stanca ripetizione di modelli rinascimentali e barocchi, e legata invece al sapere artigianale e alla concretezza del mestiere. L’operazione si inseriva nel clima europeo di rinnovamento che, nel primo dopoguerra, mirava a ridefinire il rapporto tra arte, artigianato e industria.
In Svezia, il movimento del “vackrare vardagsvara” – “la bellezza nella vita quotidiana” – stava promuovendo un ideale di armonia domestica e sobrietà formale, che in Italia trovava una certa eco. La mostra di Stoccolma intese dunque porre in dialogo queste due visioni: da una parte, la tradizione artigiana italiana come radice viva; dall’altra, la modernità nordica come modello di sintesi tra etica e bellezza.
La Commissione italo-svedese percorse la penisola selezionando opere e manufatti rappresentativi delle diverse identità regionali. Nelle tredici sale della Liljevalchs Konsthall ne risultò un ritratto corale e inedito dell’Italia, intesa come mosaico di espressioni artistiche unite da una comune idea di “bellezza utile”. Accanto a “grandi firme” già celebri a livello internazionale, quali Cantagalli e Chini per le ceramiche, Barovier e Toso per i vetri muranesi, Jesurum per i merletti veneziani, Bevilacqua per broccati e damaschi, furono scoperti e presentati i più vari prodotti di artigianato locale, allora definito “domestico” o “paesano”.
In questo quadro emerse il ruolo decisivo delle donne nel dopoguerra, molte delle quali, rimaste sole, erano diventate protagoniste, come lavoranti, ma anche come imprenditrici, del rilancio economico della Nazione. La ricerca di Elisa Ricci fu emblematica: studiosa dei mestieri femminili, nel 1913 aveva pubblicato sulla rivista inglese “The Studio” l’articolo Women’s crafts, in cui descriveva come l’attività delle donne – tessitrici, ricamatrici, filatrici – derivasse da amore e dedizione più che dal bisogno materiale. I manufatti femminili, autentici e legati alla vita quotidiana, esprimevano un gusto raffinato e spontaneo: dai tessuti umbri ai tappeti e ai merletti abruzzesi e sardi, fino alla decorazione dei carri siciliani.
Tra gli artisti invitati a Stoccolma, Libero Andreotti occupò una posizione centrale. A lui fu riservata la Sala 8, interamente dedicata alle sue opere e definita in un primo momento “toscana” per la sobrietà dell’impianto e la misura dell’insieme. Sostenuto da Ugo Ojetti, Andreotti appariva agli organizzatori come l’interprete ideale di una scultura capace di coniugare classicità e modernità, rigore e sentimento popolare. La sua presenza costituì un riconoscimento del ruolo che, in quegli anni, la scultura italiana andava assumendo nel contesto europeo, tra introspezione e ritorno all’ordine formale.
Le opere presentate costituivano una sorta di autobiografia poetica: il Gruppo drammatico, allegoria del dolore materno per la guerra, era affiancato da una serie di figure femminili – Donna che si asciuga le spalle, l’ascella, il piede, Donna che si intreccia i capelli – in cui l’intimità del gesto quotidiano si trasfigurava in equilibrio plastico e silenziosa dignità. La Bambina che gioca a sassetto introduceva un tono infantile e popolare, mentre la Donna sul sacco e la Ciliegiara offrivano due volti complementari della ruralità toscana: la prima austera e raccolta, la seconda luminosa e sensuale. A chiudere il percorso, la Danzatrice con maschera di Medusa evocava, al tempo stesso, la memoria di un’antichità mediterranea e di una modernità audace e “à la page”, entrambe vissute da Andreotti, in gioventù a Palermo, poi a Parigi prima della Guerra.
Ma la vera novità della Sala 8 risiedeva nella sua concezione unitaria: l’artista non si limitò a presentare sculture, ma allestì l’intero ambiente, dai mobili agli arredi, in un dialogo coerente tra le arti. Affidò al falegname fiorentino Leone Franchi l’esecuzione di mobili in noce da lui progettati – un tavolo fratino, credenze, stipi, sedie impagliate –, dalle linee sobrie, ornati solo da discrete lumeggiature dorate e da una lieve decorazione a margherita. Alcuni tessuti umbri e un tappeto di Angelo Peyron disegnato da Gino Carlo Sensani completavano un insieme improntato a semplicità, equilibrio e misura. Quell’ambiente e moderno e funzionale.

poster dedicato all’iniziativa del 1920 in Svezia

La critica svedese accolse la sala con grande favore, sottolineando la compostezza e la purezza formale delle sculture e riconoscendo in Andreotti un esempio autentico di “arte toscana”. La rassegna si concluse con un bilancio ampiamente positivo. Gli acquisti del Museo Nazionale di Stoccolma e del Röhsska Museet di Göteborg testimoniarono l’interesse nordico per la rinascita dell’artigianato italiano.
La rievocazione odierna alla gipsoteca di Pescia riporta idealmente Andreotti “a casa”, invitando il pubblico a riflettere sulla continuità tra arte, mestiere e vita quotidiana. La ricostruzione della Sala 8, con le sculture, i mobili, le lampade e i tessuti che ne evocano l’allestimento originario, non è solo un esercizio filologico, ma un’occasione per approfondire tutta l’opera e il pensiero dell’artista. Vi si percepisce come ogni cosa rimandi a un’idea di bellezza che non è lusso ma armonia. Visitare la mostra “Libero Andreotti a Stoccolma 1920” significa compiere un viaggio doppio: nel tempo, percorrendo un momento fondativo dell’arte italiana del Novecento; e nello spazio, scoprendo un laboratorio in cui l’artista di Pescia elaborò la sua poetica della semplicità e della misura. È un invito a riscoprire, attraverso le opere e gli arredi, il senso di una modernità che nasce dal passato, e di un’arte che parla ancora al presente. Nella Gipsoteca di Pescia non si entra solo in un museo: si entra in una stanza dell’anima, dove la scultura diventa vita e la vita – come nella sala 8 di Stoccolma del 1920 – si fa arte.

Testo Claudia Massi e Claudio Pizzorusso
Foto Brooks Walker

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