Il lavoro come arte della memoria

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Il lavoro come arte della memoria

Ogni oggetto ed emozione hanno una storia dentro la casa delle Benedettine.

Il monastero di clausura non è luogo romantico, fermo nel tempo, come può apparire all’esterno, lontano dagli stili di vita del XXI secolo. Il monastero benedettino, sia che si parli dei suoi albori, circa il VI secolo dopo Cristo, sia che si guardi alla vita monastica odierna, coniuga spiritualità e laboriosità, studio e convivenza multiculturale. Il cenobio benedettino di Pistoia è da sempre un luogo di intensa spiritualità, un’azienda artigiana e una farmacia.

Il Monastero di Santa Maria degli Angeli, rinserrato in un quadrilatero di circa 2100 metri in pieno centro, tra il Corso Gramsci, la Via Verdi e la Via della Madonna, è riconoscibile solo per la facciata della Chiesa, che fronteggia il teatro Manzoni, prospiciente la piazzetta Civinini. Un prezioso luogo che cela al suo interno meraviglie: dagli antichi segreti erboristici e gastronomici, alle opere d’arte sacra e profana. Appartenuto al Cavalier Francesco Tolomei, che scrisse una guida su Pistoia, il palazzetto neo-rinascimentale rinserra un grande giardino al centro dell’edificio e conserva le caratteristiche evidenti di una dimora patrizia: stanze e soffitti affrescati con scene allegoriche.

Talune realtà, seppure vive e concrete, sono inimmaginabili e restano lontane dalla percezione quotidiana, anche di chi ci vive accanto. Era forte, quindi, la curiosità mentre suonavamo per entrare nel monastero, grazie alla dispensa dell’Ordinario del luogo, che consentiva la visita del complesso. In precedenza era stata solo una suora, dietro una finestra con la grata, il nostro contatto.

Dopo una seconda porta, ci accoglie madre Ana con un festoso sorriso e l’accento spagnolo. L’Abbadessa, di origini argentine, ci fa accomodare in una sala con le pareti ricoperte di alte vetrine bianche, come in un’antica farmacia; al di là dei vetri, in bella mostra, ampolle e alambicchi. Madre Ana ci spiega che la prima farmacista fu Donna Carobbi, Abbadessa dal 1892 al 1904, una monaca di grandi capacità e cultura, che ottenne addirittura la dispensa papale per frequentare l’università e laurearsi.

La stanza, ampia e soleggiata, è pervasa dal profumo delle rose e delle zagare. Grandi vetrate lasciano scorgere un magnifico giardino di rose e aranci. Non riusciamo a concentrarci durante il racconto della storia del palazzo, l’attenzione e lo sguardo vagano da un oggetto all’interno delle vetrine o sul tavolo, passando a un quadro appeso alla parete. Forse madre Ana, consapevole che l’entrare in quel luogo può regalare ai visitatori emozioni forti, cerca di prevenire le curiosità. Ogni suppellettile ha una storia, ci spiega gentilmente, tutto è stato conservato nei secoli per svolgere una funzione. Sia che si tratti delle ceste per raccogliere gli arancini il giorno di San Benedetto o dei vassoi in terracotta, per sistemarli ad asciugare, una volta canditi, oppure delle ricette per antiche tisane (famosa quella per contrastare la gotta e non solo) , così come le opere d’arte del monastero. La religiosa, con entusiasmo, continua mostrandoci il laboratorio e i macchinari moderni, racconta delle ricette con cui vengono realizzati i prodotti dolciari, dal rosolio alle marmellate. Nel giardino del monastero benedettino di Pistoia vengono raccolti venti chili di arance acerbe, grandi come una noce, per far particolari canditi piccoli e neri. Definirli canditi all’arancio è limitativo, sono una rara dolcezza (prelibata e prenotata di anno in anno dai più famosi pasticceri). Anche la marmellata di arance amare si fa con frutti del giardino, secondo procedure immutate nel tempo, viene poi solo venduta direttamente o in occasione di manifestazioni di prodotti tipici locali. Del resto il buon lavoro è per il monaco benedettino un’altra forma di preghiera.

Il giardino è una delizia per vista e olfatto, rasserenante fra camminamenti ombrosi creati da archi di rose e pergolati di vite e kiwi. Sullo sfondo, una scala esterna e un lungo terrazzo collegano il piano nobile. Dall’altro lato la cupola della Madonna dell’Umiltà di Ventura Vitoni che si staglia al centro della facciata ovest, impreziosisce e sovrasta tutto l’insieme. Al centro del giardino una grande vasca ovale accoglie un angioletto zampillante. Addossati ai muri grandi alberi di arancio, ora traboccanti di fiori, inebriano per il profumo. E’ lì che due giovani novizie, originarie del Congo, si rallegrano dell’inaspettata visita e conversano in francese. Ex Insegnanti sono a Pistoia da alcuni mesi e si stanno preparando in attesa dei voti solenni, senza trascurare di patentarsi anche per la guida. Nel monastero si parla francese, spagnolo o swahili, la conversazione è dotta e nel contempo spiritosa.

Il complesso è labirintico e le nove monache rischiano di perdersi; per questo usano moderne ricetrasmittenti per comunicare da un’ala all’altra. Ci inoltriamo tra meandri, scale e corridoi. Una graziosa e leggera veranda di ferro si affaccia al primo piano di un cortiletto, occupato completamente da un’immensa “Olea Fragrans”: la più antica di Pistoia, con fronde e fiori che sbucano fin sopra il tetto del monastero.

Salendo di piano in piano, la vista sulla città si fa spettacolare. Giunti alla piccionaia lo scorcio sui tetti del centro storico lascia senza fiato. Il campanile della Cattedrale e la cupola della Madonna dell’Umiltà, illuminati dal sole, inteneriscono, quasi come una coppia di anziani in posa per una foto. L’effetto visivo è singolare, tanto che pare di poter sfiorare il tutto con la punta delle dita.

Una delle sale più interessanti è quella del presepe. Non solo per l’enorme bacheca in vetro che contiene una serie di personaggi, statue grandi circa un metro, che rappresentano la natività, ma anche per gli altri elementi decorativi. Un grande dipinto rappresenta l’annunciazione e ha ai lati due quadretti raffiguranti putti, uno di stile allegorico, l’altro, quasi caravaggesco, suona un mandolino. Anche l’affresco che occupa tutto il soffitto della sala, non ha alcun carattere sacro, mostra ,infatti, il carro del sole guidato da un improbabile Giove.

Il refettorio, molto luminoso, ha grandi vetrate che lo collegano direttamente con il giardino. La boiserie, con scranni intarsiati, circonda tre lati della sala, mentre uno straordinario pavimento in maiolica bianca e blu riflette i raggi solari. Si mangia in silenzio, ma al centro, un pulpito in legno, con scaletta circolare, opera di Arcangeli, ospita una sedia ed il leggio, che serve per il “settimana rio”, la lettura a voce alta delle sacre Scritture o altri libri di carattere spirituale. La regola che le monache seguono non è severa e profonde una grande tranquillità, rendendo la vita feconda ed equilibrata. E traspare, tanto che dover andare via quasi immalinconisce.

Ma madre Rosalia ci confida: “Se tornate la prossima settimana, vi mostriamo la preparazione del rosolio”.

Suore Benedettine

Ora et labora, dove il tempo non è un rivale da sconfiggere

Ieri e oggi in clausura

A colloquio con suor Ana, Abbadessa giunta dall’Argentina

Appena varcata la soglia per l’incontro, programmato con l’Abbadessa del Monastero benedettino di Santa Maria degli Angeli, sento l’impellenza di cristallizzare ogni sensazione. Da donna a donna vivo la consapevolezza del mio privilegio, posso rivolgere domande sulla vita monastica nel XXI secolo, per poi scrivere e tenere con me, per sempre, il grande arricchimento che me ne verrà.

Chiedo a Suor Ana:

– La Regola Ora et labora, stabilita da San Benedetto per le comunità monastiche ancora prima del Medioevo, come viene applicata oggi, in una epoca in cui si parla di società in cui l’individuo vive nella frenesia del consumo?

Qui da noi il tempo non è un rivale da sconfiggere. La Regola della vita comunitaria, che San Benedetto da Norcia scrisse all’epoca delle prime comunità nel 534, prevede un tempo per la preghiera e uno per il lavoro e lo studio. Quindi due dimensioni: una verticale, di spiritualità e una orizzontale, al servizio della società. La giornata è scandita dalle ore della preghiera, divisa in comune e personale: dal mattino presto quando la campana suona, all’ultima ora prima di coricarsi; anche se, in un monastero moderno, la giornata non è depersonalizzata. Il monaco benedettino deve fare buon uso del tempo lavorando con creatività e quando la campana lo chiama, con grande slancio, si avvicina a Dio. Io mi alzo alle cinque del mattino perché mi piace fare una passeggiata, pregare in giardino, ma questo non è più un obbligo, specie per le suore più anziane.

– La regola, scritta in un’epoca in cui il lavoro era riservato agli schiavi, è ancora attuale?

Direi di si. L’altro pilastro dell’impegno monastico è costituito dall’assunzione di un serio impegno lavorativo. San Benedetto afferma che “L’ozio è il nemico dell’anima”; egli, ricalcando l’esperienza di San Paolo, intuì il potenziale nobilitante dell’impegno lavorativo.

Nei secoli i monaci si sono dedicati alle più svariate attività, sempre nell’atteggiamento di collaborazione all’opera creatrice di Dio. Pensate alla copiatura dei manoscritti classici. Il Medioevo è stato per i monasteri un periodo di grande fervore culturale. Molte opere greche e romane classiche sono giunte a noi grazie al recupero e alle trascrizioni fatte dai monaci. Oggi ogni figlio di San Benedetto, restando fedele allo spirito del  fondatore, si impegna nel lavoro finalizzato alla Conversione, comunitaria e individuale.

– Come vengono scelti i superiori?

Questa è una domanda interessante, in quanto le organizzazioni monastiche e religiose in genere sono molto democratiche: le elezioni sono una cosa seria. Le abbadesse vengono elette in base alla saggezza di vita e devono essere più amate che temute. Addirittura il capitolo III della Regola decreta l’obbligo dell’Abate di convocare i confratelli per consultarli sugli affari importanti per la comunità.

– Il canto è considerato una attività spirituale al pari della preghiera?

Il canto gregoriano è uno dei momenti di alta spiritualità. San Benedetto divise in sette parti l’Opus Dei (la liturgia), puntualizzando così con un rito, ripreso sette volte durante la giornata, l’unione continuata dei monaci con Dio.  Per i benedettini, la preghiera è intesa come contemplazione del Cristo alla luce della Parola Sacra ed è espressa e manifestata comunitariamente attraverso il canto.

– Quindi, ancora oggi, i precetti di San Benedetto, i silenzi, i gesti cadenzati, i canti gregoriani dei monaci rimandano all’importanza della liturgia nella nostra vita?

Si, certamente. Un antico testo recita: “Nel silenzio della notte, mentre tutta la natura riposa sotto la celeste chiarezza delle stelle, Benedetto riuniva i suoi monaci per cantare i Mattutini. Appena il sole saliva all’orizzonte, all’ora in cui le perle della rugiada scintillavano nella freschezza profumata del mattino, il canto si alzava per celebrare il sole e la vita rinascente. Era il momento di riprendere una vita consacrata all’Ora et Labora”.

– E’ ancora in vigore la regola in base alla quale, durante i pasti, vengono lette le sacre Scritture. E la lingua utilizzata è ancora il latino?

Si, seppure nella lingua nazionale. Una monaca, in base a un turno settimanale, legge seduta in mezzo al refettorio, mentre le altre, in silenzio, consumano il pasto.

Abbiamo notato che una caratteristica della vita monastica moderna è l’interculturalità: sul vostro sito molte notizie sono in inglese.

I monasteri possono apparire luoghi isolati e isolanti, ma non è così. Oggi sono più che mai aperti al mondo. Come vi ho detto, fin dal Medioevo in Europa, esisteva una rete interculturale e i nodi che tenevano assieme le varie culture erano rappresentati proprio dai monasteri. L’ordine benedettino ebbe una funzione profonda nella civiltà del Medioevo, ancora oggi cerchiamo di mantenere vivo il confronto con i teologi dei monasteri cattolici sparsi nel mondo, abbinandoci un alto messaggio culturale. Il monaco partecipa attivamente alla ricerca della spiritualità in qualsiasi forma, educando al messaggio Evangelico. Nel prologo, San Benedetto paragona il monastero a una scuola che insegna la Via della Salvezza, per divenire parte del regno di Cristo.

– La regola parla degli ospiti che devono essere ricevuti “come lo stesso Cristo”. Anche a Pistoia si accolgono i pellegrini?

L’ospitalità ha caratterizzato i benedettini di ogni epoca. In particolare gli ospiti devono essere trattati con attenzione e cortesia; essi sono posti sotto la protezione dei monaci, anche se non hanno il diritto di unirsi alla comunità monastica, se non sono oblati.  Noi accogliamo gruppi per ritiri e Lectio condivisa in diverse lingue.

La comunicazione pacata, sicura, regala quel senso di logica dell’esistere che all’esterno manca e può far smarrire. Pensare ai monasteri conforta.

Sono veri scrigni preziosi della nostra cultura, capaci di salvaguardare le migliori manifestazioni dell’attività umana nello  spirito evangelico.

TESTI

Marinella Sichi

FOTO

Fabrizio Antonelli

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