Reinterpretata nel tempo…

La chiesa di san Francesco a Pistoia rappresenta l’esito straordinario di un progetto che è stato attuato attraverso i secoli e condiviso sia dalla comunità dei fedeli che contribuirono alla costruzione della chiesa, sia dai frati che si occuparono della “cura delle anime”. Tutti gli interventi artistici e architettonici si sono sedimentati nell’aula come segno tangibile della continuità e dello strettissimo collegamento intessuto tra la chiesa e la città, verso la quale l’ordine dei Francescani si impegnò a lungo fino dai tempi del suo arrivo a Pistoia, costituendo uno dei nuovi centri di urbanizzazione, realizzando una nuova strada e una piazza detta il “Prato a San Francesco”, divenuto nel tempo luogo identitario della città. In seguito i Francescani promossero anche la costruzione di nuove case per la realizzazione di una nuova parte di città. Chi entra nella chiesa di san Francesco si trova ancora oggi in uno spazio monumentale all’interno del quale sono conservate numerose opere d’arte. Affreschi, tele e tavole comunicano una splendida molteplicità di “discorsi” iniziati, talvolta frammentari, che testimoniano i cambiamenti architettonici subiti dallo spazio sacro che è stato allestito in modi diversi durante i suoi molti secoli di storia.

I magnifici dipinti giunti fino a noi sono stati integrati così tante volte da lasciare talvolta dubbi su quale sia stata la successione delle ridipinture. Nuovi patronati, nuove cappelle gentilizie, nuova partecipazione dei fedeli aggiungevano, grazie all’opera dei frescanti, nuovi episodi evangelici che introducevano culti di Santi protettori diversi, fino a giungere alla scelta più sconcertante e, se vogliamo, innovativa: la scialbatura dell’intera aula che “sommerse” le scintillanti policromie degli affreschi che avevano costituito il lungo racconto della vita di Santi, episodi biblici o evangelici: questi erano stati commissionati  ai vari artisti tra cui Bonaccorso di Cino, Nanni di Jacopo, Antonio Vite, Sano di Giorgio, solo per citare alcuni dei tanti artisti che si sono avvicendati a San Francesco.

Al termine del cantiere tardo-gotico l’aula, nella quale erano state costruite anche due cappelle, era definita da una netta suddivisione spaziale tra la zona dedicata ai soli fedeli e quella riservata al coro dei monaci posto al centro della navata, chiuso e protetto da una frontiera detta “tramezzo”, probabilmente lignea, che la caratterizzava in modo completamente diverso da ciò che vediamo attualmente; questo spazio era illuminato da grandi bifore. Il notevole cambiamento dell’aula prese avvio a partire dai primi decenni del Cinquecento e successivamente anche in seguito al concilio di Trento, dal quale furono dettate nuove disposizioni per l’organizzazione degli spazi sacri. La chiesa di san Francesco fu totalmente “reiterpretata” grazie all’inserimento di altari a edicola in pietra che furono fatti costruire dalle famiglie patrizie pistoiesi, che da tempo avevano diritto di sepoltura in chiesa; tra di essi erano i Sozzifanti, i Desideri, gli Arrighi e i Visconti.

Le complesse strutture architettoniche, caratterizzate dalla presenza dell’ordine architettonico a sostegno di frontoni di linguaggio manierista, furono addossate alle pareti, tanto da nascondere gli articolati soggetti sacri, giunti a noi in frammenti, talvolta difficili da interpretare, ma un tempo parte di complessi programmi iconografici stabiliti dai Francescani in accordo con i donatori o con i fedeli che volevano far dipingere il Santo protettore della loro casata oppure la Vergine, in un continuo e inesausto lavoro di aggiornamento o di nuova interpretazione dello spazio sacro.

La costruzione degli altari, secondo un prototipo affermatosi nel XVI secolo, portò anche al ridisegno delle finestre che avrebbero dovuto illuminare l’aula; queste furono realizzate in asse ad alcuni altari e in dimensione ridotta rispetto alle bifore trecentesche che in alcuni casi furono ridimensionate. Così il grande spazio della chiesa venne a trovarsi, mano mano che gli altari e con essi le nuove finestrature venivano realizzati, in condizioni di luce ridotta; è quindi probabile che l’esigenza di una maggiore luminosità, accompagnata da un indubbio mutamento di gusto, avesse portato a scegliere di imbiancare la grande aula sul finire del Seicento.

Al termine della radicale revisione dell’aula effettuata tra XVI e XVII secolo fu consegnata alla città una interpretazione dello spazio sacro del tutto diversa: sulle pareti rese luminose dall’imbiancatura con latte di calce erano ben leggibili gli elementi architettonici in arenaria con in quali erano stati costruiti gli altari e i confessionali. Anche la cappella maggiore fu investita da nuova luce nel XVIII secolo grazie alla creazione di una nuova finestra, di grandi dimensioni, che rendeva diverso da quello di oggi lo spazio della cappella maggiore, nella quale “Dalmasio” aveva impaginato, nel 1343 su commissione della famiglia Ciantori, i grandi affreschi con gli episodi della Vita di San Francesco citando letteralmente la versione iconografica assisiate messa a punto da Giotto. Le condizioni della cappella maggiore, prima dei grandi restauri, sono documentate solo da fotografie effettuate dall’atelier dei fotografi fiorentini Brogi che lavorarono a San Francesco tra il 1920 e il 1930; in alcune è documentata la grande apertura, caratterizzata da cornici in stucco, che fu distrutta per essere sostituita, nel secolo scorso, da una bifora con vetrate policrome di gusto neo-gotico. È su questo spazio architettonico che intervennero le scelte del restauro al quale lavorò l’architetto fiorentino Raffaello Fagnoni; del suo lavoro sono note suggestive interpretazioni prospettiche volte a ricostruire l’interno “originario” della chiesa.  Ancora una volta, la chiesa fu investita da una generale opera di riassetto e semplificazione per riconquistare la facies, per dirla con le parole di Alberto Chiappelli, con la “quale gli artisti la concepirono”.

La storia della chiesa francescana, oggi affidata ai padri Betharramiti, ancora parla attraverso le sue opere d’arte, tra le quali lo splendido Arbor Vitae, affrescato nella sala capitolare, attraverso le policromie delle vetrate del transetto, o tramite lo sguardo sofferente del Cristo Crocifisso, scolpito da Giovanni Zeti, e le straordinarie vesti che echeggiano fascinazioni orientali nel corteggio variopinto di uomini, dignitari e animali provenienti da paesi lontani che accompagnano l’Adorazione dei Magi, in ciò che resta dell’affresco commissionato dalla famiglia Camaggiori, nell’azzurro serico del ricco abito di santa Caterina d’Alessandria in contemplazione della Vergine assieme a San Francesco, dipinta da Elisabetta Sirani  per l’altare dal Gallo.

Testo di Maria Camilla Pagnini – foto di Nicolò Begliomini

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