Boldini a Pistoia

Al centro della mostra il ciclo pittorico realizzato nel 1868 per la villa “La Falconiera”.

Al Museo dell’Antico Palazzo dei Vescovi si è da poco conclusa con grande successo di pubblico e di critica una preziosa esposizione dedicata a Giovanni Boldini. Tutti noi conosciamo la figura geniale di Giovanni Boldini, vera e propria icona della Belle èpoque parigina.

Conosciamo l’artista prodigioso, che ha saputo rappresentare, talvolta prefigurandola, la società del proprio tempo nel suo inquieto e tumultuoso mutare di sensibilità che dal positivismo della vitalissima società fiorentina degli anni sessanta dell’’800, attraverso la Parigi salottiera e mondana del Secondo Impero, approda alla sensibilità decadente della società proustiana di fine secolo. Mostre straordinarie, non ultima quella del 2015 ai Musei di San Domenico di Forlì, ci hanno consentito di ripercorrere le tappe biografiche e artistiche del maestro ferrarese fino all’eclatante confronto con i grandi ritrattisti del passato, da Goya a Van Dyck, le cui opere presentate per la prima volta accanto alle opere di Boldini rendevano finalmente conto delle vette artistiche raggiunte, consapevolmente, dal nostro piccolo uomo, lo “gnomo malefico”, come lo avevano soprannominato i contemporanei, sedotti dal suo straordinario talento.

Sala da pranzo della Falconiera con in evidenza Riposo dei Mondatori, Pagliaio e Battitori sulla ex pareti Ovest e Stesa dello strame sulla ex parete Nord.

Molto intelligentemente, dunque, la direzione del Museo di Palazzo dei Vescovi invece di imbastire l’ennesima antologica boldiniana, tanto ripetitiva quanto inutile, ha scelto di apportare un prezioso tassello di conoscenza, richiamando l’attenzione degli studi sui trascorsi pistoiesi di Boldini e offrendo spunti di indagine, anche archivistica. Cuore dell’esposizione è stato il ciclo pittorico dipinto da Boldini per la sua mecenate inglese Isabella Robinson Falconer a decorazione della sala da pranzo della villa che l’eccentrica signora (classe 1810) aveva acquistato a Collegigliato, ribattezzandola in onore del marito, William Falconer, raffinato linguista, “La Falconiera”. Nella primavera del 1868 e per tutta l’estate Boldini lavorò alacremente alla ideazione del ciclo di tempere murali, destinato a rimanere un unicum nella sua lunga attività.

Il ricordo di questa totale, libera immersione nella natura toscana e pistoiese in particolare, avrebbe accompagnato Boldini a Parigi, riemergendo di tanto in tanto nei vasti cieli e nelle ampie aperture paesaggistiche dei quadri che ritrarranno la campagna francese e le splendide vedute di Versailles. Il ciclo della Falconiera rappresenta un unicum nella civiltà dei Macchiaioli; movimento artistico di importanza europea al quale Boldini aderì prontamente e senza riserve nei suoi anni toscani. Tuttavia il ciclo non ebbe la risonanza che avrebbe meritato.

A poche settimane dalla sua realizzazione la signora Falconer morì, la villa fu chiusa e lo rimase per decenni perché Adelina, la figlia di Isabella, era moglie di un diplomatico britannico e, in giro per il mondo, raramente fece ritorno a Pistoia. Piano piano si perse il ricordo del ciclo della Falconiera. Era gioco forza che, con la scomparsa prima di Diego Martelli, poi di Telemaco Signorini (che per primo aveva presentato Boldini alla Falconer), poi di Cristiano Banti, poi di Gustavo Uzielli, testimoni della vicenda artistica di Boldini a Pistoia, si perdesse persino cognizione dell’esistenza del ciclo. Al forzato oblio si aggiunse la noncuranza dei nuovi manutentori della villa che nel 1906 fu ceduta a Nino Sbertoli, figlio di Agostino, il fondatore della rinomata clinica pistoiese. Poi la proprietà passò a tal Attilio Regolo Ghelarducci e rattrista assai il rilevare che in un qualche momento della sua storia la bella sala da pranzo di Isabella Falconer fu declassata a deposito di oggetti agricoli.

Se noi oggi possiamo ammirare il ciclo della Falconiera lo dobbiamo a Emilia Cardona, vedova di Giovanni Boldini. La quale, elaborando un lacunoso racconto dell’ottuagenario e omai cieco marito (Boldini morì a Parigi nel 1931), nel 1939 si mise a percorrere la Toscana in lungo e in largo sino a giungere alla Falconiera e scovare in una rimessa agricola buia e squallida le tracce di questo importante lavoro giovanile del marito. Emilia era una giornalista piemontese che aveva conosciuto il maestro a Parigi in occasione di una intervista. La decisione presa da Boldini di sposarla alla veneranda età di 87 anni non fu l’ultimo colpo di testa di uno scapolo impenitente; bensì il lucido disegno di un uomo che era stato per tutta la sua vita avvinghiato alla sua unica e vera amante, la pittura, e che ora forzatamente si preparava al doloroso distacco. Avrebbe egli fatto la fine di un De Nittis, osannato in vita e subito dimenticato? Il compito di Emilia, donna intelligente, libera e spregiudicata sarebbe stato in primis di tutelarne la memoria artistica; cosa che la donna farà promuovendo mostre internazionali e scrivendo fondamentali monografie sul marito. In quest’ottica va visto il ritrovamento del ciclo pittorico della Falconiera e la decisione, acquistata la proprietà della villa, di stabilirvisi, ivi traslocando l’intero atelier parigino di Boldini. Ultimo atto di Emilia sarà il dono del ciclo pittorico alla città di Pistoia nel 1974.

Dunque dobbiamo principalmente a due donne, Isabella Falconer e Emilia Cardona se ha un senso così specifico il parlare di Boldini a Pistoia.

A far da corona al ciclo della Falconiera sono stati richiamati per l’occasione straordinari capolavori provenienti da collezioni private e da pubblici musei : dal «Ritratto di Beppe Abbati» (collezione privata) al «Generale spagnolo» (collezione privata), dal «Giovane paggio con il levriero» (collezione privata) a «Le sorelle Laskaraki» (Ferrara, Museo Boldini), da «Alaide Banti in abito bianco» (Firenze, Galleria d’arte moderna di Palazzo Pitti) alla «Marina» studio per la Falconiera, esposto per la prima volta.

La tenuta veramente alta e raffinata delle opere esposte ci permette di concludere che la mostra pistoiese ha apportato un fondamentale contributo critico nel rivelare – anche al grande pubblico – che la stagione pittorica della Falconiera e dunque i dipinti che appartengono al periodo toscano del grande maestro non sono «opere giovanili», poichè in esse Boldini esprime una compiuta maturità artistica. Nella cornice veramente entusiasmante di Pistoia Capitale della cultura, uno dei tesori meno conosciuti del patrimonio artistico cittadino, il ciclo pittorico della Falconiera di Boldini, ha finalmente trovato la meritata visibilità.

Testo Francesca Dini

Foto Nicolò Begliomini

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