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Una strada iniziata a Pistoia

Mannelli, pistoiese di nascita e romano da decenni, appartiene a quella schiera di artisti a livello internazionale che hanno vissuto nella nostra città gli anni della prima formazione per poi allontanarsene per sempre. Gli chiedo quali ricordi ha conservato
degli anni pistoiesi.
“Sono nato in vicolo Brontola, una viuzza del centro storico, vicino alla chiesa della Madonna dell’Umiltà.
Il nome del vicolo già prefigurava l’inclinazione alla satira… Ho vissuto un’infanzia bellissima, totalmente libera. Alle scuole Medie avevo come compagno di classe Vauro Senesi (illustratore satirico e fondatore di molte riviste cult di satira a partire dalla seconda metà degli anni Settanta n.d.r.): eravamo amicissimi e condividevamo tutte le esperienze di adolescenti curiosi di tutto quello che accadeva intorno a noi, in città e
nelle vicinanze. Mi sono iscritto nel ’68, a tredici anni, alla scuola Superiore ma ho frequentato ben poco: i primi mesi furono tutto un susseguirsi di occupazioni e manifestazioni a cui partecipavo. Per la prima volta fui portato in Questura: mi venne a prendere mio padre. Oggi quel periodo è passato alla memoria collettiva come i funerei “anni di piombo”.
A me interessava l’aspetto ludico, anarcoide della politica, non quello della militanza, dove poi molti ragazzi della mia generazione si sono persi.
I Settanta secondo me invece sono stati anni bellissimi, pieni di idee, di nuove conoscenze e di sperimentazioni artistiche. Io ero curioso di tutto: andavo dove accadeva qualcosa o c’era qualcuno che volevamo conoscere.
Ho sempre avuto una certa facilità nell’instaurare rapporti con persone di ambienti diversi. Frequentavo gruppi teatrali e musicali. A quel tempo non c’erano commistioni e i vari gruppi erano rigorosamente separati.”

Il Centro per la sperimentazione e la ricerca teatrale di Pontedera, poi diventato centro internazionale del teatro d’avanguardia, teneva a Pistoia seminari di animazione teatrale a cui ho partecipato. Fra i nomi più conosciuti, Dario Fo, Eugenio Barba, Jerzy Grotowski. Il Centro nacque come strumento che un gruppo di giovani registi e attori di provincia senza una formazione accademica si era dato per aprirsi verso il mondo teatrale e, con i maestri, per creare occasioni di formazione artistica per loro stessi e per altri. Fu un progetto “immaginifico”, prima che organizzativo, figlio dei tempi. In seguito divenne un punto di riferimento a livello internazionale e uno dei più importanti centri di produzione in Italia nel settore della ricerca teatrale.
Seguivo anche il teatro di avanguardia americano “Bread and Puppet”, un teatro di strada che utilizzava grandi pupazzi e marionette e mescolava musica, happening, danza e scultura. Mi affascinava la mescolanza di arti diverse. Quell’esperienza giovanile l’ho trasfusa nelle mie sperimentazioni successive come il cabaret elettrico, un tentativo di commistione di generi diversi. Venivano girati cortometraggi con primi effetti di disegno animato, sovrapposizioni di immagini girate, di disegni. Fungeva da presentatore dell’happening l’attore, cantante e umorista Remo Remotti. L’ultimo cabaret elettrico, nel 2005, dal titolo Stanze di guerra, ebbe molte critiche perché le immagini furono ritenute troppo forti e urticanti, così sparì di circolazione senza un seguito.

Nel 2009 mi sono divertito a fare un Rave art, su modello dei rave party. Grazie a un passaparola sui social, venne proiettato sul fregio dell’Ara Pacis una composizione di 25 metri: l’Apoteosi dei corrotti. Volevo rappresentare vari aspetti della corruzione italiana di fine millennio. Posso dire di aver anticipato la rivelazione del bunga-bunga. Il Rave Art era gratuito, senza autorizzazione della pubblica sicurezza e senza preavviso. Naturalmente fummo mandati via, ma ci divertimmo.
Il rapporto con Pistoia è proseguito anche dopo il trasferimento a Roma?
No, perché a Pistoia non avevo più nessuno.
Fra le tue molteplici attività artistiche, ce n’è una che prediligi?
Nessuna predilezione. Lavoro in contemporanea su più fronti e nello studio tengo sempre pronti i materiali per il disegno e la pittura. Negli ultimi quindici anni mi sono più dedicato alla pittura e ormai sono conosciuto a livello internazionale. Trovo ancora divertimento nel fare quello che faccio, senza costrizioni di nessun genere.
Veniamo alla satira, forse l’attività per molto tempo più conosciuta al pubblico dei lettori dei quotidiani e delle riviste. Nei turbolenti anni Settanta in Italia si assiste a una virtuosa riscoperta della satira, con l’effimera ripresa di vecchie testate (“Marc’Aurelio”, “don Basilio”) e la nascita di nuove riviste satiriche. Tu eri in redazione de “I quaderni del Sale” e “Il Male”, diretta prosecuzione del primo.
Tutti conoscono le vignette in prima pagina di molti quotidiani. Come ci sei approdato?
È stata la prima attività che mi ha dato da vivere a partire dal 1975. Mi chiedevano una vignetta e me la pagavano subito. Questo non accade con la pittura che ha tempi di mercato molto lunghi. Inoltre la satira permette di raggiungere rapidamente la popolarità. Da giovane andai a Parigi e conobbi Cabu, Reiser, Wolinski, Topor, Giraud/Moebius. Ho lavorato a “L’Echo des savanes”.

Oggi, qual è lo stato di salute della satira con l’arrivo di Internet e la perdita di potere dei giornali tradizionali?
La satira sta benissimo, come al solito sono pochissimi ad esercitarla, il resto è umorismo o comicità più o meno di qualità. L’arte satirica accompagnerà l’umanità fino alla fine.
Nel 2015, a seguito della strage terroristica nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi, si è parlato a lungo di limiti da imporre alla satira. Secondo te è legittimo porre dei limiti?
Porre limiti è una stupidaggine assoluta. La satira è una forma di arte come le altre, ma più scomoda delle altre perché mette in piazza i comportamenti umani e le loro storture.
Ti è stato riconosciuto dagli stessi giornalisti di aver inventato il reportage di giornalismo grafico. Un nuovo modo di raccontare la realtà in presa diretta attraverso il disegno?
Sì, sono stato il primo in Italia e fuori. Ho inventato un genere grafico: il reportage disegnato. Nell’ 82/83 ho vissuto per tre mesi in Nicaragua. Di quell’esperienza è rimasto un volume, pubblicato nel 1990 e presentato anche a Pistoia. Ho frequentato La biela, il Caffè dell’aristocrazia argentina più reazionaria. Sempre in Argentina, ho intervistato, nelle loro case, alcuni torturatori.
A Genova, durante il G8, ero nei luoghi più caldi. Sono stato sotto le bombe nella guerra jugoslava. Di solito gli inviati di guerra non lavorano sul campo ma in albergo, raccogliendo le agenzie di stampa. Io invece chiedo i permessi, noleggio un auto e vado a vedere di persona i luoghi dove si combatte. Disegno dai campi di battaglia, dai Caffè, dall’interno di un’auto. Il giornalismo grafico poteva rivoluzionare il mondo dell’informazione ma purtroppo non c’è stato un seguito perché nessuno ha creduto, finanziato e sostenuto questa nuova forma di informazione.
Quali progetti per il prossimo futuro?
Mantenermi nella mia dimensione ludica, esistenzialmente e di conseguenza professionalmente. Mi sembra di invecchiare bene e l’unico cruccio, forse, sarà quello di non farcela a realizzare tutto quello che ho in pancia e in testa.

A cura di Susanna Daniele
Illustrazioni di Riccardo Mannelli

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