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Ricordando Giorgio Vasari

Se la città di Pistoia si annuncia con uno skyline dominato dalla caratteristica cupola rossa, scandita da bianchi costoloni marmorei e coronata da una lanterna, lo deve al duca Cosimo de’ Medici e al suo artista di fiducia Giorgio Vasari.
Furono infatti il committente e l’artefice dell’impresa che condussero all’agognato completamento del santuario della Madonna dell’Umiltà, costruito per una miracolosa immagine della Vergine Maria a partire dal 1492 con il progetto di Giuliano da Sangallo e Francione, continuato da Ventura Vitoni fino al 1522 e poi rimasto incompiuto. Vasari risolse l’annoso problema di coprire il cuore del santuario, un prisma a pianta ottagonale dalle mura deboli, con la cupola d’ispirazione brunelleschiana che conferisce alla città una prestigiosa somiglianza con Firenze: ne diresse i lavori fra il 1562 e il 1569 mentre, peraltro, era al colmo del suo impegno per la corte medicea nei molteplici ruoli di architetto, pittore, regista, scenografo, scrittore e, per dirla in termini attuali, ideologo della cultura.
Pochi artisti sono stati più attivi e versatili di Giorgio Vasari, nato ad Arezzo nel 1511. Nel 450° anniversario della sua morte a Firenze nel 1574, la Toscana – con epicentro ad Arezzo e territorio – lo celebra attraverso una nutrita serie di iniziative, che da un lato valorizzano le opere nei loro luoghi abituali, dall’altro propongono mostre temporanee con prestiti pertinenti.
Se restano nelle loro sedi opere inamovibili come i quadri a Camaldoli, l’enorme e splendido Convito di Assuero, i dipinti nella Badia delle Sante Flora e Lucilla e altro ancora, si sono invece spostate per comporre una mostra dal titolo “Il Teatro delle Virtù”, presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea e la Sala Sant’Ignazio ad Arezzo, preziose testimonianze originali: quadri sacri e profani, ritratti, disegni, oggetti d’arte, lettere, documenti… e libri, tanti libri che Giorgio Vasari potrebbe aver letto e tanti libri che scrisse. Tra questi spiccano le sue opere più note: Le vite de più eccellenti pittori, scultori, e architettori, pubblicate prima a Firenze presso Lorenzo Torrentino nel 1550 e poi, ampliate e arricchite, presso i Giunti nel 1568, tradotte in numerose lingue. Per la prima volta veniva scritta sistematicamente entro un progetto di ampio respiro la storia dell’arte e degli artisti, grazie alle notizie che Vasari raccolse nei viaggi giovanili e che continuò ad aggiornare. Questo autentico monumento della letteratura artistica non solo rappresenta una vivace e informata narrazione, ma propone una visione critica, che privilegia gli artisti toscani aventi al vertice il “divino” Michelangelo Buonarroti.
L’enorme lavoro di Vasari fu ispirato dalla sua frequentazione di letterati e intenditori d’arte nella Firenze governata dai Medici e nella Roma dominata dai Farnese, papa Paolo III e suo nipote il cardinale Alessandro.
È proprio sulla cultura umanistica di Vasari che la mostra insiste: non un impaccio che appesantisce la sua bella pittura, come a lungo si è sostenuto, ma una ricca sostanza letteraria che conferisce alla pittura stessa un valore aggiunto di significato, grazie al sistematico impiego di allegorie. Vasari non fu l’unico del suo tempo a mettere in scena proprio come in un “teatro” — sul muro, su tela e tavola, negli spettacoli pubblici — le Virtù, i Vizi, i luoghi geografici e altre personificazioni di concetti astratti: ma certo fu uno degli artisti che si servì in massimo grado di codici altamente simbolici, così complessi da mettere in difficoltà l’osservatore di media cultura, rendendo necessarie spiegazioni a voce o a stampa.
Per Vasari, nato in una città minore e ragazzo orfano, la cultura fu l’ascensore sociale che lo innalzò nell’Italia delle corti fino a raggiungere i massimi committenti: pontefici, alti prelati, nobili, duchi. La mostra, attraverso le immagini e gli oggetti esposti, ripercorre questa straordinaria vicenda umana e professionale alludendo ai diversi momenti della sua vita e della sua carriera, entrambe narrate ampiamente nella sua autobiografia del 1568 e testimoniate dalle lettere, dalle Ricordanze, dagli appunti del cosiddetto Zibaldone.
Viene dalla sua intensa esperienza presso i Medici, negli anni ‘30 del Cinquecento, il Ritratto del duca Alessandro, fitto di notazioni simboliche che alludono alla fine della guerra (l’assedio delle truppe imperiali che aveva oppresso Firenze nel 1529-30, dopo il Sacco di Roma), alla pace ristabilita sotto i Medici, all’eternità del loro dominio, alla serenità dei popoli soggetti. La grande pala dell’Immacolata Concezione di Maria per Bindo Altoviti nella chiesa dei SS. Apostoli propone un soggetto complesso, molto difficile sul piano teologico, nella forma di un nodo di figure sulle quali domina la soave Madonna vincitrice del Demonio. Il quadro Le tentazioni di San Girolamo mostra a contrasto il santo penitente nel deserto e una bella Venere diabolica, messa in fuga dalla preghiera con il suo corteo di amorini giocosi. Non mancano quadri di altri pittori contemporanei come Bronzino, Allori, Stradano e altri, che declinano temi fitti di simbologie raffinate con la sensuale eleganza tipica di questo periodo nella Firenze dei Medici.
Costellano il percorso magnifici disegni di Vasari, dai piccoli schizzi con le prime idee fino ai disegni accurati e finiti che precedono la pittura, prestati da grandi musei tra i quali gli Uffizi, il Louvre, il Metropolitan Museum di New York.
Come campione supremo dell’uso simbolico delle immagini è convocata in mostra la Chimera, il bronzo etrusco raffigurante il mostro mitologico. Appena scoperta ad Arezzo, nel 1553, grazie a Vasari che la inviò al duca a Firenze divenne il simbolo dell’arte etrusca, autoctona di Toscana e precedente la civiltà di Roma, nonché della sconfitta delle forze caotiche e malvagie per mano dell’eroe positivo: nel mito antico Bellerofonte, nella Toscana moderna il duca Cosimo, definito da Vasari “domatore di tutte le chimere”.

Testo Cristina Acidini Presidente della Fondazione Casa Buonarroti, Firenze

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