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Dialogare con l’IA

Vittorio Gallese è uno dei più autorevoli neuroscienziati del nostro tempo. Ha fatto parte del gruppo che nel 1992 ha individuato i “neuroni specchio”, la scoperta italiana più citata nella letteratura internazionale. Insegna Fisiologia all’Università di Parma e nel 2013 la Società psicoanalitica italiana gli ha assegnato il premio Musatti. Ospite dell’ultima edizione dei “Dialoghi di Pistoia”, abbiamo deciso di intervistarlo. Con lui abbiamo parlato del suo ultimo libro: “Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica” (Cortina Editore).
Siamo in un’epoca di cambiamenti radicali, anche se non è la prima volta. Veniamo da grandi rivoluzioni scientifiche e tecnologiche (Gutenberg, Galileo, Newton, Darwin, Einstein) che hanno trasformato il nostro modo di stare al mondo e il nostro modo di essere parte della natura. Quali le differenze della rivoluzione attuale – la rivoluzione IA – rispetto a quelle passate?
È una domanda interessante, per rispondere alla quale occorre fare una premessa.
Noi siamo al centro di questa rivoluzione mentre sta avvenendo. E quindi la nostra prospettiva nei confronti dell’intelligenza artificiale non può ancora essere storica.
Per questo è difficile dare un giudizio ponderato. Fatta questa premessa, però, alcune cose possono essere dette. La prima, che sicuramente contraddistingue questa rivoluzione rispetto a quelle che l’hanno preceduta, è l’enorme rapidità con cui sta avvenendo. È la sua straordinaria pervasività e capillarità, che le permette di raggiungere miliardi di esseri umani in modo rapidissimo. Tutto ciò non ha assolutamente precedenti.
Partirei dal titolo del suo libro, Il sé digitale. Fino a qualche anno fa il termine altro o altri era riferito a una persona o a più persone con cui ciascun essere umano poteva relazionarsi. Oggi l’altro si è trasformato anche in un algoritmo che sta in uno schermo davanti a noi e con il quale continuamente dialoghiamo.
Oggi ci sono sempre più persone che neppure cercano una relazione sentimentale con l’altro umano che sta fuori di noi.
Ci sono sempre più persone che questa relazione la cercano sullo schermo grazie alla mediazione di un algoritmo, ovvero di un surrogato linguistico che ci risponde, che ci interpella, che ci conferma. Stiamo entrando in una dimensione totalmente nuova. Non so se vi è mai capitato di insultare la lavatrice quando vi allaga la casa. Tutto ciò scatena una reazione emotiva che ci fa capire che anche quando l’altro è un oggetto, cioè non è una creatura vivente, noi abbiamo questa tendenza insopprimibile di proiettarsi in questo oggetto. Ecco, se questo è vero immaginiamoci l’effetto moltiplicatore quando questa alterità oggettuale non vitale, non vivente, disincarnata, mi risponde, mi interpella, dialoga con me, mi propone delle soluzioni, mi dà dei suggerimenti. È ovvio che pur sapendo che stiamo interagendo con un algoritmo la proiezione di soggettività è fortissima. La
questione, da cui non ci possiamo sottrarre, è quella che dobbiamo interrogarci su come usare questi mezzi, educando soprattutto i nativi digitali a un uso critico e responsabile. Cosa che non avviene. Anzi, avviene il contrario. Noi proibiamo l’uso del telefonino e pensiamo di aver risolto così il problema. Questa sì che è una strategia miope.

il Professor Gallese

Nel suo libro lei parla di noi esseri umani come soggettività incarnate.
Perché insiste molto su questo punto?

Uno dei motivi che fin qui ci ha impedito di estinguerci, pur non essendo particolarmente dotati rispetto ad altre specie animali, è stata la nostra attitudine alla cooperazione. Questo ci dice che noi ci siamo costruiti come specie solo e grazie alla capacità di entrare in relazione fisica con gli altri esseri umani. E questo tipo di relazione è legata alla nostra natura corporea. Certo, noi poi possiamo supplire con il linguaggio, possiamo scrivere, telefonarci, fare video chiamate, però il dato primario è che lo sviluppo corporeo, psichico, affettivo della nostra specie, richiede una costante relazione corporea in presenza con l’altro.
Se noi progressivamente in qualche modo ci illudiamo che tutto questo possa essere sostituito da una “sanitarizzazione” della relazione, che minimizza i rischi, gli imprevisti (e quindi se io sono solo davanti al mio schermo non mi capiterà niente, nessuno mi può esercitare violenza, e in più, dall’altra parte c’è qualcuno che mi dà sempre ragione, che mi dice quanto sono bravo, quanto sono intelligente, quanto sono figo), beh, allora stiamo entrando in un altro tipo di umanità. Per questo noi
dobbiamo usare queste tecnologie – che aprono degli orizzonti di sviluppo e di progresso indubbi – e al tempo stesso dobbiamo continuare a coltivare la nostra natura corporea, la nostra relazionalità fatta di contatti, di abbracci, di sguardi negli occhi, insomma di queste cose che sono la cifra dell’umano. Altrimenti il rischio è quello di un cambiamento antropologico radicale.
Come agisce, e con quali conseguenze, il sé digitale nelle nostre vite?
Faccio un esempio. Lei al mattino si sveglia e il suo cellulare le “dice” che il 23 maggio 2023 era con tizio o caio in un certo luogo.
Io non ho la più pallida idea di che cosa fa sì che l’algoritmo oggi decida di pescare quell’immagine. Non credo che sia casuale.
Credo che risponda a delle logiche che derivano dalla costante profilazione mia da parte degli algoritmi che gestiscono queste piattaforme. So però che ciò rende più probabile che io possa decidere di condividerle generando traffico, like e così via. E questo è un esempio di come il self digitale agisce giorno dopo giorno sulla nostra soggettività. Qui siamo in presenza di una etero- direzione della riattivazione delle memorie. E se le memorie sono un ingrediente fondamentale della nostra soggettività, vuol dire che noi deleghiamo la costruzione che è sempre dinamica della nostra soggettività all’algoritmo. Per non parlare poi di tutte le micropratiche che noi utilizziamo quando interagiamo con gli schermi (come, ad esempio, lo scrolling).
Noi crediamo di essere noi a decidere quello che vediamo, ma non è così. Cioè l’algoritmo sempre più e sempre meglio cerca di anticipare le mie scelte e mi offre delle immagini successive che mi devono tenere lì, che non mi devono allontanare e quindi anche queste continue pratiche visuomotorie ripetute milioni e milioni di volte in un anno di vita cambiano la soggettività.
A meno di tornare ai “bei tempi andati” (ma siccome sono andati, bisogna prendere atto che non esistono più), come convivere con il sé digitale? Quali istruzioni per l’uso si sente di suggerire a chi, oggi, nella vita privata e in quella pubblica interagisce con IA?
La prima cosa è imparare a non essere esclusivamente degli utilizzatori passivi.
Nei limiti del possibile, ovviamente.
Ma soprattutto non dobbiamo mai dimenticare che questa tecnologia è una tecnologia umana, che è stata progettata, programmata, sviluppata, venduta e diffusa. E che deve avere un profitto.
L’altra cosa da imparare è quella di non abbandonarsi all’idea frustrante che noi dobbiamo sempre di più diventare simili alla macchina. Il nostro parametro di autovalutazione non può essere l’algoritmo,
perché l’algoritmo ha delle competenze che sono superumane. Per questo è necessario rimanere legati alla nostra corporeità, alla nostra affettività e all’idea che il nostro mondo è un mondo che contiene gli schermi, ma che non può essere ridotto a uno schermo.

Testo Massimo Bucciantini
Foto Lorenzo Marianeschi

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