“E se ci mettessimo i panda minori?” E’ stata una delle tante idee nate durante una riunione di lavoro qualche anno fa.
Le vecchie voliere avevano ormai concluso il loro compito e qualcuno ha immaginato una specie completamente diversa.
L’idea ci è piaciuta subito, anche se sembrava difficile da realizzare. I panda minori erano una specie molto richiesta e pensavamo che le possibilità di entrare nel programma europeo di conservazione
fossero davvero poche. Eppure abbiamo deciso di provarci. Da quel momento è iniziato un percorso che nessun visitatore avrebbe mai visto. Il coordinatore europeo della specie ha valutato il progetto e gli spazi, chiesto informazioni, suggerito alcune modifiche. Nel frattempo abbiamo visitato altri giardini zoologici che ospitavano i panda, studiato le linee guida dedicate e ci siamo confrontati con chi li allevava da molti anni.
Solo molto tempo dopo sono arrivati Pam e Rusty, i panda minori del GZP, nati in altri due zoo europei. Quando oggi i visitatori si fermano davanti al loro exhibit, li vedono muoversi tra i rami o dormire in cima alla loro quercia e restano affascinati dalla loro bellezza; noi vediamo anche tutto quello che è successo prima.
Molti immaginano che un giardino zoologico scelga liberamente gli animali da ospitare, come se bastasse progettare un nuovo exhibit per accogliere una nuova specie. In realtà non è così. Dietro ogni arrivo, ogni nascita e, qualche volta, anche dietro la scelta di non far riprodurre una specie, esiste un lavoro lungo e silenzioso che coinvolge centinaia di professionisti distribuiti in tutta Europa.
Conservare una specie non significa soltanto prendersi cura degli animali presenti nel Parco; significa ragionare sul futuro di un’intera popolazione. Per questo i moderni giardini zoologici lavorano come
una grande comunità scientifica nella quale ogni istituzione mette a disposizione ciò che conosce e ciò che impara ogni giorno.
La prima cosa che si condivide non sono gli animali. Sono le idee.
Da un’idea nasce un progetto che viene discusso, corretto, confrontato con le esigenze della specie e con l’esperienza di chi la conosce da molti anni. Solo dopo arrivano i dati, le linee guida sul mantenimento, le valutazioni genetiche e, quando tutto va nella direzione giusta, gli animali.
È un modo di lavorare che si basa sulla condivisione. Ogni nascita, ogni visita veterinaria, ogni osservazione sul comportamento, ogni successo riproduttivo e perfino ogni errore diventano conoscenze preziose. Raccolte insieme permettono di comprendere meglio la biologia delle specie, migliorarne il benessere e prendere decisioni sempre più consapevoli.
Queste informazioni non restano chiuse nei computer di un singolo zoo ma entrano a far parte di un patrimonio condiviso che cresce ogni giorno grazie al contributo di centinaia di Istituzioni. È questa memoria collettiva che permette di affinare le tecniche veterinarie, migliorare gli exhibit, progettare nuove attività educative e contribuire così alla conservazione anche delle popolazioni in natura.
Viviamo in un mondo che ci ha abituati a pensare che il progresso nasca dalla competizione. La conservazione della biodiversità ci insegna invece qualcosa di diverso: alcune sfide possono essere
affrontate soltanto collaborando.
Il Giardino Zoologico di Pistoia è parte di questa rete e ogni nuovo passo è il risultato di un dialogo continuo con keeper, veterinari, biologi, ricercatori ed educatori che lavorano in tanti Paesi diversi ma
condividono lo stesso obiettivo.
Quando passeggiamo davanti agli exhibit vediamo gli animali, ed è giusto che sia così. Ma dietro ognuno di loro c’è molto di più: persone, idee, studio, confronto e collaborazione. Tutto questo rimane invisibile agli occhi dei visitatori, ma rappresenta forse la trasformazione più profonda dei moderni giardini zoologici.
Ed è ciò che rende possibile la tutela della natura.
Eleonora Angelini Responsabile della didattica e comunicazione Giardino Zoologico di Pistoia




