Porrettana: Rotaie di civiltà negata

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Linea ferroviaria Porrettana

150 anni di lavoro, emozioni e progresso. Un grande risultato che ha veramente unito l’Italia.

L’amore per il futuro non può prescindere dal passato e qui parliamo di un passato straordinario e luminoso e di un triste presente, accecato dal mero profitto. Vi raccontiamo della vita pulsante della Montagna Tosco-Emiliana, scandita dal ritmo eccitante dei treni in movimento lungo la linea ferroviaria Porrettana, Pistoia/Bologna, e della confluenza di genti di ogni provenienza e cultura.

I treni, in corsa dal 1864, erano e sono (anche se ridotti) progresso, lavoro e salute sociale, cultura, garantiti su un territorio difficile: quello della montagna appenninica. C’era una volta…, chi sapeva vedere davvero lontano, pensava al futuro e al bene comune, investiva denari (molti) solo per un ritorno di civiltà, quella che nasce dal benessere diffuso. Ci fu chi provvide all’unità ferroviaria e di pensiero dell’Italia risorgimentale. Si materializzò un capolavoro utile e moderno.

Un capolavoro che, oggi, si vuole archiviare, comunque. Tanto a cosa serve il bello, l’utilissimo, il sano, quando con quattro “sciocche” ruote, dopo quattro conti sciocchi, all’apparenza si spende meno. Basterebbe conoscere la storia vera d’Italia, quella priva di retorica, che ha cambiato la vita dei luoghi e con lungimiranza (retaggio d’altri tempi) ha arricchito il Paese per il Paese.

Granducati, Stato Pontificio e Impero Austroungarico frammentavano il loro potere sul territorio, l’Italia era divisa, ma la prima convenzione per costruire una linea ferroviaria che unisse Modena a Firenze vide la luce nel 1851. Poi, nel 1856, a Vienna, si firmò l’accordo definitivo per la “trasappennina”, fatta e finita già nel 1864 con l’ultimo tratto Pracchia – Pistoia.

Il 150° dell’unità d’Italia dovrebbe tenerne conto: il paese unì effettivamente Nord e Sud solo al completamento della Ferrovia Porrettana.

Una meraviglia delle realizzazioni ferroviarie, che affronta tortuose difficoltà viarie correndo su manufatti di rara perizia. Un percorso di viaggio sulla strada ferrata, che lascia esterrefatti. S’immerge nella natura aspra, verdissima, avvolgente dell’Appennino Tosco Emiliano e lo doma. Un contenitore di emozioni antiche e attuali.

S’affollano e si mischiano viaggiatori, tanti, di ogni età, di ogni etnia, religione e anche posizione sociale. Chi fa buon uso del proprio intelletto, non rinuncia al gusto vitale di ascoltare e guardare e discutere, mentre sferraglia il treno, sorretto anche dai pensieri, spesso manifesti, di chi lo utilizza.

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Straordinari dettagli tecnici

La velocità nella realizzazione dell’opera, attiva nel 1864, perfetta e di altissima qualità tecnologica, a ripensarci crea quasi sofferenza se si rapporta ai tempi, talvolta infiniti, dell’operare dei nostri giorni. In-finiti anche per la loro mancata conclusione. La linea Bologna Pistoia percorre 99 km di puro azzardo su un terreno impervio. Una tratta che con le iniziali locomotive a vapore esigeva vero eroismo dai macchinisti; tra Sammomè e Pracchia talvolta svenivano, per mancanza di areazione in galleria (lunga 2.727 metri), così altri dovevano saltare da apposite rampe sui treni in corsa.

Proprio in quel segmento, 25 km da guinness, che da 63 metri sale a 617 metri sopra il livello del mare, con pendenza media di 22,1 per mille, furono indispensabili, fra gallerie, ponti, viadotti (da Ponte alla Venturina a Pistoia) ben 65 manufatti. Fra questi c’è la prima galleria a S stretta (fra Piteccio e Corbezzi), con raggio di curva di soli 300 metri, realizzata con il principio delle gallerie elicoidali (tecnologia avveniristica, applicata in seguito da Protche anche alla Galleria del Gottardo). Le sbuffanti locomotive, tra 1927/28, vennero sostituite all’avvio dell’elettrificazione (sistema trifase). La seconda Guerra Mondiale fece scempio di questa fondamentale via di comunicazione.

Anche la fiorente attività per la produzione del ghiaccio naturale, che dalla montagna pistoiese viaggiava per Bologna e Pistoia, subì un arresto. La riattivazione definitiva della indispensabile ”linfa” dei monti fu attesa fino al 1949. Poi fu festa di gente operosa montanina, tesa al sapere e al lavoro.

Ricordi di un viaggiatore

di Luciano Corsini

Dicono che l’incanto della Porrettana è più nelle corde degli stranieri, piuttosto che degli italiani. Della sua magia se ne appropriano con più facilità inglesi, tedeschi, francesi (alla Francia va il merito di aver dato i natali all’ing. Jean Louise Protche di Metz, progettista incaricato).

Deve essere vero, se è stato, da tempo, pubblicato il tenero e preciso resoconto entusiasta, di un viaggio lungo la Porrettana, ritrovato dalla nipote (la giornalista Alexandra Richardson) fra gli antichi appunti, di sua nonna, allora giovane viaggiatrice americana. Altri tempi!

Non era facile allora viaggiare, ma non ce ne accorgevamo. Per noi della montagna l’inverno era impossibile raggiungere Pracchia o Porretta o Vergato in bicicletta o a piedi, la Lazzi o la Saca (autobus) non facevano coincidenza con gli orari della ferrovia. Si giungeva alla Stazione di partenza, sempre, con almeno un’ora di anticipo. Attesa non inutile, però. Il Bonucci era un ferroviere di basso rango e di elevata coscienza, e non aveva bisogno di chiedere a nessuno cosa avrebbe dovuto fare per quei passeggeri, spesso abbonati come noi studenti, per non farli morire dal freddo. Ci teneva al caldo accendendo il camino della sala d’aspetto con la legna portata da casa sua, ci salutava per nome e cognome e ci diceva “buon viaggio” .

Sul treno, poi, s’incontrava il preside della nostra facoltà dell’Università di Bologna, qualche primario renaiolo di cliniche emiliane, tanti grandi musicisti e artisti (Fenati, Bertolazzi, Brini, Vittoria Mongardi, Consolini, Pupi Avati, Francesco Tortora, Pippo Negroni, il grande scultore-pittore Luciano Minguzzi ecc) e, finché non fu eletta Vice Miss Europa (1950), anche Giovanna Pala: si mettevano in campo strategie alla Enrico Jomini, per starle vicino, eppure non era in minigonna. Salivano e scendevano i politici da quel treno, ma erano così tanto come noi che politici non sembravano: il sindaco Giuseppe Dozza per tutti: che sindaco, ragazzi! Certi dirigenti pubblici d’oggi non sanno che “E la storia insegna, anche ora, che gente e natura esigono il treno. Il buon senso, anche”.

www.laporretana.it

www.italvapore.it

 

Per un soggiorno direttamente nella storia della ferrovia Porrettana, presso Capostrada, è attivo l’Hotel Villa Parri. Fu proprio in questa magione, infatti che soggiornò no degli ingegneri che porgettarono l’ardita infrastruttura, quasi 150 anni fa.

 

TESTO

Enza Pirrera

FOTO

Marcello Mari

Marco Braccialini

 

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