I “sogni” di un grande inventore

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Sulla copertina di un semplice quaderno di scuola troviamo scritto quanto segue: luglio 1858  “SOGNI”.

Sulla copertina di un semplice quaderno di scuola troviamo scritto quanto segue: luglio 1858 “SOGNI”. Ci si aspetterebbe di leggervi frasi romantiche. Invece l’autore diciassettenne così esordisce: -Sul magnetismo terrestre- Supponiamo di avere nel piano del meridiano magnetico…

Questi primi scritti aprivano la carriera scientifica di Antonio Pacinotti. Nato nel 1841 a Pisa, era primo di undici figli, di un professore di Fisica di quella università, Luigi Pacinotti. originario di Caloria, splendida località collinare a nord di Pistoia. Dov’era la villa di famiglia, destinata a vacanze fra natura e attività agricole, vero scrigno di vari e vecchi arnesi, fra i quali un appassionato di fisica poteva “frucchiare” come si dice a Pistoia (infilar le mani con voluttà) e creare fantastici geniali meccanismi, precursori di innovazioni e scoperte. Il suo laboratorio spaziava su olivi, colline e prati verdeggianti, e ciò spiega perché definì “sogni” quelle trovate originali. Antonio seguì il padre nella sua feconda carriera di professore di Fisica e anche, superandolo, di inventore. Ne imitò perfino le imprese patriottiche.

Nel 1859, ancora studente universitario, mentre era volontario nella Guerra di Indipendenza, però ripensò a nuove soluzioni per il compimento di una sua macchinetta elettrica lasciata in laboratorio. L’anno successivo, nacque un modellino funzionante che egli descrisse in una memoria Elettrocalamite universali, ma che non volle pubblicare. Fu invece, nel 1865 sulla Rivista “Nuovo Cimento” ufficializzata la sua creazione, con il modesto titolo: Descrizione di un macchinetta elettromagnetica.

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Era trascorso poco più di mezzo secolo da quando Volta aveva scoperto una nuova fonte di energia la pila di Volta, che consentì, negli anni venti, di dimostrare la proprietà delle correnti elettriche di generare forze magnetiche e la reciprocità nel senso che flussi magnetici variabili su circuiti generavano correnti elettriche. Poteva nascere così una pila elettromagnetica. Se poi un filo, già percorso da corrente elettrica, veniva immerso in un campo magnetico era sollecitato a muoversi, di fatto un motore elettromagnetico. Una trentina di anni dopo, Pacinotti riuscì a costruire la sua macchina (un anello) sfruttabile anche per applicazioni pratiche. In fondo, l’invenzione della dinamo e del motore a corrente continua.

Conseguita, a Pisa, la laurea (1863), Antonio dette inizio a un’intensa attività in importanti Scuole, ultima l’Università di Pisa, dove raccolse la prestigiosa eredità del padre. Inviato dal Ministero della Marina per una missione di studio a Londra e a Parigi, si recò in visita alle officine Froment, presentò al direttore l’articolo del Nuovo Cimento, illustrando anche il funzionamento della sua invenzione.

Fu un tecnico dell’officina, il belga Gramme, che memorizzò e riprodusse “la macchinetta” di Pacinotti, riuscendo ad appropriarsi del brevetto, solo apportando alcune modifiche e non migliori prestazioni. Le macchine elettriche, diffusesi velocemente ovunque, vennero chiamate “macchine di Gramme” elargendo al belga onori e ricchezza. Ad Antonio Pacinotti, bastò che il mondo scientifico continuasse a riconoscergli la paternità dell’invenzione, non senza un senso di amarezza. Fu nominato Senatore del Regno, al termine dell’impegno universitario, e morì nel 1912 a Pisa .

Oggi, nella villa di Caloria, sono ancora vivi i ricordi degli illustri professori e scienziati Luigi e Antonio Pacinotti.

di Viviano Becagli

 

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