Vetrina prestigiosa

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Vetrina prestigiosa

Rammentato in un documento del 998, è l’unico mercato toscano in una piazza così importante.

Qualcuno ha scritto anche al sindaco. Arriva a Pistoia per vedere una delle più belle piazze d’Italia e la trova ingombra di banchi di ambulanti che vendono camicie, gonne, pantaloni, maglie, tappeti, occhiali, borse e altri generi. Molti, invece, accettano lo spaesamento e si lasciano trasportare per quei meandri come capitò, alla fine dell’Ottocento, alla scrittrice Anna Sheldon colpita da quella picturesque confusion and colour.

Questo avviene ogni mercoledì e sabato mattina. Poi la piazza del Duomo si sgonfia e torna al suo horror pleni. Il mercato, l’unico in Toscana in una piazza storica di questa portata, ha la regolarità delle maree. La piazza vive un’altalena fisiologica di funzioni: riempimento e svuotamento. Accelerazione del sangue e riflusso. Nei due giorni del mercato tutta la città vive più intensamente per ritrovare poi la flemma necessaria a ricaricarsi.

“Negli altri giorni che non c’era mercato la piazza mi sembrava triste: una distesa immensa di pietre scalpellinate”, scrive Sergio Civinini nei suoi ricordi di ragazzo.

Chi cerca giustificazioni al marasma della piazza “che qualcuno vorrebbe sempre sgombra” si appiglia alla storia. Il mercato in piazza c’è sempre stato, dice. Il documento più antico che lo attesta risale al 25 febbraio 998 quando l’imperatore Ottone III concede al vescovo Antonino di tenere un mercato proprio di fronte alla Cattedrale. Per Natale Rauty, che come pochi ha indagato gli archivi della città, l’atto imperiale è più il riconoscimento di uno stato di fatto che una concessione, anche se il diritto di mercato è nel medioevo una prerogativa del sovrano. Il controllo di questo spazio da parte del vescovo serve ad aumentare il suo potere temporale.

Fondamenti storici a parte, lo spostamento del mercato in un’altra parte della città metterebbe oggi in seria crisi il governo locale. In molte altre città è avvenuto. Ma a Pistoia si fa resistenza.

Sembra che non ci sia outlet che possa fare concorrenza al mercato in piazza del Duomo. La vetrina, inventata un secolo fa da un commerciante francese, qui è a trecentosessanta gradi, ma a fare la differenza è il collante umano. Se è scomparso il venditore di stoviglie capace di lanciare dieci piatti in aria e di raccoglierli uno sopra l’altro senza romperli, resta l’ambulante con il suo stile di relazione e di vendita.

Il Mercato di Piazza del Duomo

Al mercato, più che in altri luoghi, si sceglie ma ci si fa anche scegliere. Non si fa semplicemente shopping. Il gusto acquisitivo, di cui parla il filosofo per spiegarci la società di mercato, ha qui una sua pienezza di significato. L’ho comprato al mercato sta tra la celia e il piacere di stupire con una cosa che in un’epoca di consumi con griffe garantita sembra impossibile aver trovato tra i banchi di piazza del Duomo. Per le scarpe basta spostarsi negli stessi giorni in piazza dello Spirito Santo che nell’Ottocento era un mercato di polli.

E’ raro che qualche spazio resti vuoto perché a tappare il buco arriva quasi sempre uno spuntista, come viene chiamato nel gergo chi è in una graduatoria di ambulanti che non hanno il posto fisso. Lo spuntista spera ogni mattina sotto la Torre di Catilina, dove l’addetto del Comune fa la conta, di occuparne uno vuoto. Una probabilità, in ogni caso, limitata perché anche il fisso deve essere assiduo sulla piazza. Dopo diciassette assenze ingiustificate (pari al 30% del complessivo) perde il diritto alla concessione del posto. Per questo anche in caso di maltempo, con pioggia torrenziale, c’è sempre qualche banco che tiene la posizione. Fino agli anni ’60 del Novecento molti banchi, allestiti su carri di legno, uscivano da rimesse delle vie circostanti. Ora sono tutti su furgoni attrezzati con tanto di apertura elettronica della tenda. Arrivano dalle 6.30 alle 7 e senza il riferimento di un segno sulle pietre riescono a trovare il proprio posto e formare nel giro di mezz’ora una specie di accampamento romano con tanto di strade.

Un cartello promette 50 bicchieri e 50 piatti di cartone a 5 euro. Preso da solo il singolo banco ci dice poco. Va visto insieme a tutti gli altri duecento con cui forma un unico corpo. Un trionfo della roba che copre tutto, pietra su pietra, fino alla soglia della Cattedrale. Il mercato serve, se non altro, a reincantarci, ogni volta in modo omeopatico, quando lo spazio torna libero, con il miracolo della bellezza della piazza.

 

TESTO

Claudio Rosati

FOTO

Nicolò Begliomini

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