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Il padule era l’ultimo pane

L’arte di intrecciare le erbe palustri.

Vittoria Tognozzi ancora oggi vive sulle gronde del padule di Fucecchio e lavora le erbe palustri. Se interpellata sul suo lavoro, lei esclama: “Non te lo so spiegare, bisogna che tu lo veda mentre lo faccio!”. Il sapere delle mani si tramanda solo con l’osservazione, non con le parole.Mi chiamo Tognozzi Vittoria, sono nata nel 1937 nel casone grande in cima alla via del porto. A quattordici anni cominciai a segare il sarello. L’ho fatto per circa trent’anni; non per vivere, per sopravvivere! Non avevo la mamma, mi compravo i vestiti e mi son fatta il corredo.” Vittoria infatti è sopravvissuta all’eccidio del Padule di Fucecchio del 23 agosto 1944, perdendo gran parte della famiglia. 

Il sarello si raccoglieva tra maggio e agosto. Si lavorava in gruppi di 100 persone dalla mattina alle 7, per otto ore di seguito. Dopo averlo segato, si aspettavano otto giorni per farlo seccare e si legava a mannellini, poi passava il gruppo con i navicelli per il trasporto”. 

I “padulini” raccoglievano le erbe in estate e le lavoravano nell’ inverno: “Si intrecciava a veglia; ogni sera si facevano almeno due trecce di 40 metri ciascuna. Ci pagavano 40 lire a treccia”.

Vittoria si spostava anche a Firenze: “Andavamo a foderare i carrellini del vinsanto che partiva per l’America: arrivava perfetto”. Col sarello i contadini facevano le borse per il cibo o per andare al mercato a vendere uova e polli, cappellotti delle damigiane, stuoie per le finestre, l’impagliatura delle sedie, sottopentola e zerbini. Con la cannella invece venivano realizzati gli scopini. A partire da settembre tagliavano anche la gaggia per le ceste delle damigiane, mentre con il leccoro foderavano le piante piccole dei vivai. 

Il padule era l’ultimo pane” – racconta Vittoria – lavori così brutti non ce n’erano. 

Matteo, 23 anni: “Il Padule come identità da preservare

Si stava tutto il giorno con gli stivali nella mota e nell’acqua, quando tagliavi con la falce ti schizzavi il viso e la sera non ti riconoscevi, a casa non c’era un bagno per entrarci dentro; eppure siamo sopravvissuti”. Tuttavia la vita in padule era anche gioiosa: ”Dalla mattina alla sera si cantavano gli stornelli; l’ultimo giorno di raccolta era Ferragosto, nel branco c’era chi suonava la fisarmonica e facevamo festa fino a tardi”. Vittoria per un periodo aveva smesso di intrecciare, poi ha ripreso e ancora oggi realizza borsette, fiaschetti piccoli, vasi, oliere, talvolta anche lavorando con i bambini. La cosa che più colpisce di Vittoria, è che la sua voce è quella di una creatura del padule, e di fatto per lunghi anni ha condotto una vita in simbiosi con questo ambiente:

Voglio bene al padule, quando mi dissero della bonifica mi vense un accidente; quando nasci e frequenti un ambiente, se te lo cambiano ti mandano in tilt”.

Matteo Vescovi, che invece di anni ne ha 23, ci racconta un’altra storia. “Per me il padule non è solo memoria, è un’identità, una presenza importante. Vengo da una famiglia di cacciatori, venivo a pescare con mio padre e ascoltavo sempre i racconti della bisnonna”. Matteo ha iniziato a intrecciare le erbe da bambino, adesso studia all’Accademia di Belle Arti: “L’aspetto manuale, artigianale, il bisogno di toccare, di fare, credo sia nel mio DNA. Mi piaceva l’idea di imparare. Ho cominciato a fare le trecce con Vittoria – continua Matteo –, invece con Liberata facevo i fiaschi, abitavo lì accanto. E’ nata in me un’esigenza, il pensiero che ci dovesse essere qualcuno che doveva imparare. Mi sentivo chiamato in causa, come se avessi una responsabilità”.

Inizia così la ricerca degli ultimi artigiani sul territorio, una ricognizione da Lucca a Firenze interpellando le varie sapienze: dal seggiolaio alla signora che faceva le reti da pesca, chi faceva le nasse, chi le borse di giunco, chi le granate di saggina, chi coltivava il grano per fare la paglietta fiorentina. Ha imparato da queste persone, che da tempo non toccavano più niente. Nel dopoguerra è cominciata la sfioritura di tutte queste attività e la generazione che nasceva in quegli anni non ha tramandato l’amore e l’interesse per quel mondo, lo ha anzi ripudiato. 

Mi disturba che 40 anni abbiano cancellato quello che è stato per secoli. Ci deve essere qualcuno che preserva la memoria, altrimenti perdiamo la nostra identità”. Matteo non è un nostalgico: “Il mio non è un hobby, è una missione”. Per lui oggi anche il turismo può essere una risorsa per il padule, che può offrire un’esperienza unica, purché il rispetto dei luoghi sia al primo posto.

L’unica certezza che ho è questa: qualsiasi cosa io faccia in futuro, tutto questo rimarrà sempre parte di me, quando ho un filo tra le mani non posso fare a meno di intrecciare”.

TESTO

Filomena Cafaro

FOTO

Nicolò Begliomini

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