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San Baronto tra miracoli, visioni e memoria

Non è solo un nome riportato sulla mappa. San Baronto è un luogo di fede, arte e memoria, capace di attraversare i secoli, lasciando un’impronta profonda nella cultura e nell’identità del territorio pistoiese. Il suo culto nasce da una vicenda affascinante, al crocevia tra agiografia, visioni ultraterrene e devozione popolare.
La ricostruzione storica della vita del santo si fonda su due testi medievali: la Visio Baronti, databile tra il IX e il XV secolo e considerata uno dei “best-seller” agiografici del Medioevo, e la Vita Baronti, redatta tra l’XI e il XII secolo e conservata negli Acta Sanctorum. Secondo queste fonti, Baronto nacque a Limoges, in Francia, e condusse una giovinezza frivola, prima di convertirsi e ritirarsi con il figlio Aglioaldo nel monastero di Longoreto. È in questo contesto che avviene l’episodio più celebre: una febbre mortale lo conduce a un’esperienza mistica, un viaggio tra le glorie del Paradiso e gli orrori dell’Inferno, da cui ritorna per raccontare quanto visto. Commosso e trasformato, Baronto decide di lasciare la Gallia e intraprende un pellegrinaggio verso Roma. Dopo aver pregato sulla tomba di San Pietro, si dirige verso la Toscana e si stabilisce su un’altura silenziosa tra i monti: l’attuale San Baronto. Qui fa miracolosamente sgorgare acqua dal terreno roccioso, prega giorno e notte e attira a sé discepoli, tra cui Desiderio e altri quattro giovani, che condivideranno la sua vita ascetica. Alla morte del santo, il suo corpo viene sepolto in una cappella eretta con le sue mani. Il luogo, divenuto meta di pellegrinaggi, vedrà nascere un’abbazia attorno all’anno Mille. Il culto si espande e la figura di Baronto, già venerata nella sua patria francese, diventa centrale anche nella Toscana medievale.
L’abbazia millenaria: tra arte e spiritualità L’abbazia di San Baronto nasce come luogo eremitico (VIII sec.) e si evolve in vero e proprio santuario e monastero, tra il XI e XIII secolo, assumendo di grande rilevanza religiosa, strategica ed economica. Sorge lungo una via di collegamento fondamentale tra Pistoia e la Valdinievole, tanto che gli statuti cittadini del XII e XIII secolo prevedevano la sua protezione e custodia. Nel Duecento l’abbazia era tra le più ricche della diocesi, tassata solo dopo San Zeno e San Bartolomeo. A partire dal XIV secolo iniziò il declino della comunità monastica e la cura del sempre cospicuo patrimonio fu affidata ad abati-commendatari che non vivevano nell’abbazia ma beneficiavano delle sue rendite e affidavano la sua cura ad un cappellano. Nel 1577 passò sotto il controllo della Badia Fiorentina e nel 1732 divenne prioria. Nonostante ciò, il culto del santo non viene mai meno e la cripta romanica, vero cuore del complesso, conservò inalterato il suo richiamo spirituale.
La cripta, con il suo arcaico fascino, è una delle poche parti superstiti della chiesa abbaziale, barbaramente mutilata dalla dinamite tedesca il 16 agosto del 1944 e ricostruita filologicamente dalla Soprintendenza nel dopoguerra. Un piccolo capolavoro architettonico del romanico primitivo. Con le sue tre absidi e le volte a crociera sorrette da quattro ordini di variegate colonne coronate da singolarissimi capitelli, forse addirittura tardo carolingi – certamente unici di questo tipo nel pistoiese e sorprendentemente somiglianti a quelli della basilica di Aquileia rappresenta una testimonianza unica dell’arte del tempo. Nell’abside centrale si trova la tomba del santo, un semplice parallelepipedo in forma di altare in ricorsi di marmo bianco e serpentino.

veduta della suggestiva cripta romanico primitiva

Sul lato destro della tomba è presente una piccola apertura attraverso la quale i pellegrini introducevano il capo per ottenere sollievo dai loro mali, in particolare dalle cefalee.
Secondo la tradizione, poggiando l’orecchio sulla tomba si sente lo scorrere delle acque del fiume Giordano, che qui avrebbe la sua sorgente. Simbologie sacre e leggende popolari si intrecciano: un orcio, ancora oggi esistente, sulla parete destra destinato alle offerte di olio che i devoti portavano per alimentare le lampade del sacro luogo, si diceva si riempisse miracolosamente anche quando veniva meno la carità del
popolo in virtù di una misteriosa polla, finché un grosso cane nero (il diavolo) non leccò il coppo e ruppe l’incantesimo. Affreschi e frammenti pittorici raccontano miracoli e santi: tra questi, San Pietro che ridona a Sant’Agata la mammella amputata.
I segni del culto di San Baronto da Pistoia all’Ohio Molti sono i segni della lunga devozione ai Santi Baronto e Desiderio, le antiche cronache parlano di folle di pellegrini, persino dalla Francia, giunti a venerare i loro corpi.

chiesa di San Baronto

Il culto del Santo era particolarmente sentito anche tra le nobili famiglie pistoiesi; pregevole testimonianza artistica di tale devozione è ancora oggi visibile nella Cattedrale di San Zeno a Pistoia: una splendida tela di Mattia Preti (1647c.), oggi nella
cappella di San Atto. Commissionata dalla famiglia Foresi-Benesperi per ornare un nuovo altare, oggi scomparso, dedicato ai due santi eremiti; il tutto per volontà testamentaria di Giovanni Foresi, che ultimo della sua famiglia volle onorare la memoria dell’unico suo figlio ed erede prematuramente scomparso. L’Opera presenta, in alto, la Vergine tra Cristo padre e Gesù, in amorevole atteggiamento di accoglienza del giovanissimo fanciullo condotto per mano dall’angelo custode verso il paradiso; in basso i due santi titolari, uno canuto, Baronto, e uno più giovane Desiderio, accompagnati da tre simboli: una cesta (simbolo di povertà e vita eremitica), un libro (forse la Visio) e un inaspettato zampillo d’acqua (la fonte miracolosa scaturita dal tocco del santo).

la tomba del santo con il particolare del varco dove poggiare la testa.

Cronache risalenti al Duecento narrano della presenza nella cripta di sei bassorilievi di bronzo smaltato raffiguranti Baronto e i suoi confratelli eremiti, tutti posti sopra la tomba del santo. Volgarmente conosciuti come i Fantolini, scomparsi misteriosamente a fine Ottocento, forse illecitamente venduti dall’allora parroco ad un mercante straniero come sostenuto dalla vulgata locale. Nell’unica testimonianza documentale ad oggi conosciuta, la Visita Pastorale del vescovo Alamanni del 1750, le sculture venivano cosi descritte: “… alcune figure antichissime di bronzo alte circa una spanna, rilevate dalla parte anteriore, e piane dalla parte per cui sono affisse…”. Solo nel 1963 un fortunoso incontro, tra Mons. Ferrali e una studiosa francese, M.me Gauthier, permise di individuare in un antico smalto limosino conservato al Museo di Oberlin, in Ohio, la principale delle sei figure. L’ opera datata al XIII secolo porta inciso il nome “S. Barontus” sull’aureola (fig. 10). Un indizio difficilmente confutabile della sua provenienza, poiché, per quanto se ne sappia, quella pistoiese è l’unica chiesa al mondo dedicata a questo santo. Due testimonianze, lontane nel tempo e nello spazio, che raccontano la forza di una devozione radicata nella storia e nella cultura del territorio.
San Baronto non è solo un toponimo o un episodio remoto della devozione medievale. È una storia che pulsa nel cuore della Toscana, fatta di pietre antiche, manoscritti miniati, leggende, incredibili coincidenze, e tradizioni popolari. È un luogo da riscoprire e valorizzare, che continua a raccontare la forza della fede e la bellezza dell’identità pistoiese.

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