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Ferri per curare

Uno ha l’impugnatura a forma di violino, un altro quella di una cetra.

È una intenzione estetica che non ti aspetteresti in strumenti che in pratica avrebbe visto solo il chirurgo. In realtà ci dice come quei ferri siano oggetti personali e di valore.

Disegnati, a volte, dallo stesso medico e realizzati poi da un fabbro o un coltellinaio spesso pistoiese. Le sonde vescicali del XVII secolo, con l’impugnatura a forma di strumento musicale, sono due dei circa 270 pezzi esposti e conservati dal nuovo Museo della Sanità Pistoiese. Ferri per curare, allestito nell’antica corsia maschile di San Jacopo nell’ex Ospedale del Ceppo. Qui sono stati portati alla luce i capoletti che erano stati imbiancati nel corso del tempo. La serie di spalliere dipinte sulle pareti appare come un tentativo di umanizzare un ambiente che a volte i medici guardavano solo dall’alto di un camminamento per evitare il rischio di essere contagiati. La visione d’insieme della corsia ora impressiona per il senso di ordine e di pulizia che dà, ma basta vedere una foto in bianco e nero dei primi del Novecento per scoprire la realtà diversa di un luogo grigio, affollato e freddo con un’unica stufa a legna.

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Macchina del Parto, XVIII secolo circa, appartenuta all’Ospedale del Ceppo e ora esposta al Museo della Scienza a Londra; un’immagine d’epoca dello Spedale.

I ferri coprono un arco di tempo che va dal ‘700 ai primi del ‘900. Esther Diana, storica della strumentaria medica, ha scelto di esporre soprattutto quelli relativi alle discipline che documentano il progresso medico-chirurgico all’interno dell’Ospedale del Ceppo. Le branche prese in considerazione sono pertanto quella ostetrico-ginecologica, urologica, ortopedica, della chirurgia cranica e dell’apparato digerente con esemplari legati al pronto intervento. La presenza di alcuni tipi di ferri aveva fatto pensare anche al lascito accidentale di un ospedale da campo napoleonico, ma in realtà non è così. Molti quelli relativi all’urologia, eredità di epoche in cui le coliche renali dovevano essere assai frequenti per il particolare regime alimentare. I più recenti sono, invece, gli strumenti legati all’ostetricia e alla ginecologia, sviluppatesi più tardi rispetto ad altre discipline. A lungo la maternità e il parto – dice Esther Diana – sono stati considerati fatti naturali che non avrebbero avuto bisogno di alcun intervento medico. La loro presenza segnala pertanto un punto di svolta e di progresso.

Una macchina da parto, che raffigura in legno il ventre femminile, serviva per le esercitazioni degli allievi medici che avrebbero dovuto assistere a una nascita. Un’altra, ma più completa di quella esposta, perché provvista di una bambola di pezza che simula il feto, si può vedere al Museo della Scienza di Londra, con l’indicazione della provenienza dal Ceppo. Il museo pistoiese ne presenta una foto. Si spera che la macchina possa tornare quanto prima a Pistoia. La sua storia è singolare, ma anche esemplare del valore di questo patrimonio e della sottovalutazione che ha avuto. Merita raccontarla. Nel 1913 si apre a Londra il Museo Storico della Medicina.

La mostra è temporanea, ma l’ambizione è quella di farla diventare permanente. Il promotore è Henry Solomon Wellcom, farmacista, imprenditore, filantropo e collezionista di testi e oggetti che documentano la storia della medicina. Dario Lascialfare, medico pistoiese, legge la notizia e si ricorda che qualche anno prima alcuni esperti sono venuti da Londra per visitare l’ospedale e i suoi pezzi storici.

Lascialfare vede forse nell’iniziativa un’occasione per mettere in risalto il Ceppo e propone una cooperazione ai colleghi londinesi. Il suo proposito è positivo, ma l’effetto, come vedremo, sarà nefasto. La risposta all’offerta è pronta. Da Londra si chiede in prestito “old leather model formerly used in teaching ginecology”. L’antico “modello in cuoio” parte così dal Ceppo alla volta della città inglese e non farà più ritorno a Pistoia. La mostra londinese chiude a ridosso della prima guerra mondiale e aprirà nuovamente qualche anno dopo la fine del conflitto. Alla morte, nel 1936, di Henry Wellcome, l’iniziatore della raccolta, alcuni pezzi vengono concessi in prestito a istituzioni in tutto il mondo. L’oggetto pistoiese, denominato Obstetrical Phantom, finisce al Museo della Scienza dove tutt’ora è conservato. L’aveva cercata a lungo, con notizie vaghe, Giancarlo Niccolai, medico e cultore di storia della medicina, pensando che fosse al British Museum. Alla fine una visitatrice di Pistoia ne scopre il luogo. Dopo 103 anni parte così da Pistoia la richiesta di restituzione.

La vicenda è emblematica della dispersione del patrimonio, ma anche di quello che di più grave sarebbe potuto accadere se non ci fossero stati pionieri della conservazione dei ferri e dei loro accessori come Mario Romagnoli prima e Giancarlo Niccolai e Luigi Brancolini successivamente. Radiologo, aiuto chirurgo e dal 1954 direttore sanitario, Mario Romagnoli è il medico che per primo dà valore ad antichi bisturi, cateteri e trapani abbandonati alla polvere e all’oblio nelle stanze dell’ospedale.

La figlia, Marcella, ricorda come aiutasse il babbo con le mani già colpite dalle radiazioni, a fissare a un piano con un fil di ferro gli strumenti chirurgici in vetrine artigianali appoggiate su tavoli dell’Accademia medica.

Oggi si possono vedere ben lucidi e catalogati in vetrine che traggono ispirazione dal luogo. Sono necessariamente muti e a volte inquietanti, ma un esteso apparato informativo ci aiuta a legarli alla storia della medicina e ai suoi progressi. Intanto, si sta pensando a uno sviluppo del museo che consoliderà l’antico Ospedale del Ceppo come un polo culturale.

 

TESTO
Claudio Rosati
FOTO
Archivio
Azienda USL 3 Pistoia
Science & Society Museum London

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