Fra Cino e Vanni Fucci

                              Una bella immagine della Biblioteca Forteguerriana

Pistoia e Dante sono legati da un rapporto lungo secoli, un legame che dai secoli antichi del Due e Trecento arriva fino ai giorni nostri. Oggi sono varie e importanti le iniziative organizzate per celebrare il settecentenario della morte del poeta e numerosi sono gli omaggi e gli studi, realizzati da docenti e ricercatori in vario modo legati a Pistoia, che contribuiscono a diffondere la parola e l’opera dantesca.
Quale è stato, invece, il rapporto di Dante con Pistoia? Possiamo indagarlo grazie alle testimonianzeche Dante stesso ha lasciato nelle sue opere in relazione alla città, alla sua lingua e, naturalmente, all’amicizia con «il più grande poeta d’amore», Cino de’ Sigibuldi; e in questi campi, anche i silenzi contano.
Pistoia e gli avvenimenti dei primi anni del Trecento che la riguardano entrano a pieno titolo nella Commedia col celebre episodio narrato nei canti XXIV e XXV dell’Inferno (Inf. XXIV 97-151 e Inf. XXV 1-15): nella bolgia dei ladri, Dante e Virgilio incontrano Vanni Fucci, figlio illegittimo di Fuccio (Guelfuccio) dei Lazzàri, antica e potente famiglia magnatizia di Pistoia, che compare nei documenti dell’epoca come uno dei protagonisti delle drammatiche vicende della città durante gli ultimi due decenni del Duecento. La vicenda che si svolge nella settima bolgia è ben nota: i dannati corrono nudi in mezzo a terribili serpenti, di specie diverse; all’improvviso, uno di questi si avventa contro un dannato e lo morde alla nuca, facendolo cadere a terra, incenerito. In un istante, la cenere si riunisce e riprende forma umana e il dannato, interrogato da Virgilio circa la propria identità, si presenta: «vita bestial mi piacque e non umana, / sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci / bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
Prosegue poi spiegando perché si trova nella bolgia dei ladri: «in giù son messo tanto perch’io fui / ladro a la sagrestia d’i belli arredi / e falsamente già fu apposto altrui» (vv. 137-139). Del furto nella cappella di San Jacopo, un fatto di straordinaria gravità per le sue implicazioni non solo religiose ma anche civili, evocato nell’Inferno dalle parole di Vanni e a lui attribuito con certezza da Dante, resta, oltre alle tracce presenti nei commenti danteschi, il racconto di un manoscritto pistoiese dell’epoca, da cui si ricava che prima fu incolpato un tale Rampino Foresi e poi fu arrestato uno dei veri colpevoli, Vanni della Monna, il quale rivelò i nomi dei suoi complici, Vanni Mirone e, appunto,  Vanni Fucci.
L’episodio narrato da Dante, in cui la colpa corrisponde perfettamente alla raffigurazione che si dà di questo personaggio empio e bestiale, si conclude all’inizio del canto XXV, con un’invettiva che allude alla leggenda, accolta anche dal Villani, secondo la quale Pistoia era stata fondata dai superstiti dell’esercito di Catilina dopo la disfatta subìta nel gennaio del 62 a.C:

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi d’incenerarti sì che più non duri, poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi? (Inf. XXV. 10-12)

        Il dipinto “Dante e le stelle”, che compare sulla copertina del volume Dante, l’italiano

La cacciata dei Neri da Pistoia, seguita alla vittoria della parte Bianca appoggiata dai fiorentini nel 1301, quindi l’opposto sopravvento dei Neri dopo la discesa di Carlo di Valois e infine la guerra, condotta dai Lucchesi e dai Neri fiorentini contro Pistoia (nel 1305-1306), intessono il racconto dantesco rievocando lo stesso esilio di Dante: da qui il parallelismo tra «Vanni Fucci, bestia» e la città che gli «fu degna tana».
Non solo la Commedia, però, ci racconta di Dante e di Pistoia: stupisce, ad esempio, il silenzio sul volgare pistoiese nel De vulgari eloquentia. Dante infatti è autore anche del più importante trattato di linguistica dell’Europa medievale, rimasto interrotto al capitolo XIV del II libro e che probabilmente doveva articolarsi in quattro o forse cinque libri. Il De vulgari eloquentia è una vasta riflessione sulla lingua volgare volta all’individuazione di una lingua letteraria comune. Per arrivare a definire i caratteri del volgare letterario, Dante segue la diversificazione geografica delle lingue, concentrando la propria analisi su spazi via via più ristretti, e arrivando infine all’area italiana, di cui analizza le varie parlate locali alla ricerca di un volgare che sia illustre, aulico, curiale e cardinale. Nel quadro generale della situazione linguistica dell’Italia medievale e della Toscana, sappiamo per parte nostra che il pistoiese è ben distinto dai volgari vicini, dal fiorentino, dal pisano e dal lucchese: mostra infatti decisi caratteri propri, individuati dagli studiosi grazie ai testi documentari di carattere pratico (libri di conti, registri, libri di famiglia) che riflettono la vita cittadina e quotidiana, a volgarizzamenti e a testi letterari. Benché il pistoiese avesse una chiara fisionomia autonoma e una identità ben delineata, che difficilmente può essere sfuggita alla sensibile coscienza linguistica di Dante, nella rassegna dei volgari di Toscana la lingua di Pistoia non c’è.
Nel trattato, però, Dante celebra diffusamente una vera e propria gloria pistoiese: «Cynum Pistoriensem», ricordato per la sua raffinata poesia d’amore e posto fra i grandi poeti che nella tradizione provenzale e italiana hanno raggiunto i risultati più elevati:

Benché però quasi tutti i Toscani siano intronati da quel loro turpiloquio, qualcuno a nostro avviso ha sperimentato l’eccellenza del volgare, voglio dire Guido, Lapo e un altro, tutti di Firenze, a Cino Pistoiese, che ora mettiamo ingiustamente per ultimo, costretti da una considerazione non ingiusta. Perciò se esaminiamo le parlate toscane e valutiamo come qualmente gli individui più onorati hanno voltato le spalle alla loro, non resta più alcun dubbio che il volgare che cerchiamo è altra cosa da quello a cui può arrivare il popolo di Toscana.

                                       Editio princeps della Commedia, stampata a Foligno nel 1472”

Cino, poeta raffinato ed elegante, maestro del diritto, guelfo nero e come Dante esule, è ricordato più volte nell’opera, con giudizi lusinghieri. Cino e lo stesso Dante sono i soli dei quali si afferma che «dulcius subtiliusque poetati vulgariter sunt» (“sono coloro che hanno poetato in volgare più dolcemente e profondamente”) (I X 4). Cino viene soprattutto indicato come il poeta d’amore per antonomasia (Dve II II 6), l’unico vero grande poeta d’amore della nuova letteratura.
Il legame tra Dante e Pistoia è dunque forte e al contempo controverso; esso si riflette, speculare e vivido, nel costante e vivace omaggio che insigni studiosi e scrittori pistoiesi hanno dedicato e continuano a dedicare, anche in questo anno centenario, all’autore della Commedia.

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