Le ombre di ieri, i riflettori di oggi

Ombre-Pistoia

“Di notte Pistoia quello scisma epilettico che afferra la gola quell’inumano territorio che trasale quella provincia della mente”.

Riscrivo a memoria, di getto, questi versi scritti più di dieci anni fa come incipit di un poemetto che volevo dedicare a Pistoia. Ne uscì un componimento scadente che è finito nella spazzatura. Ma questi versi mi aiutano a ricordare quanto incollerita fosse allora per me, studente universitario con ambizioni accademiche e letterarie, la storia d’amore con la mia città. Oggi non scriverei le stesse cose. E non solo perché quelle mie brame sono ormai venute meno (a favore di altre, beninteso!), ma perché la città, negli ultimi dieci anni, è cambiata. E i luoghi della sua vivacità culturale sono mutati.

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Le ombre di Pistoia.

Ricordo, ad esempio, l’Alibi Club, in via Puccinelli, un locale che, in un centro storico allora deserto e sgradevolmente silenzioso, era come una piccola promettente lanterna nella notte, soprattutto per chi, come me, voleva passare serate che conferissero alla propria esistenza una adeguata aura di bohème, ancorché provinciale. L’Alibi: un locale che oggi non potrebbe letteralmente esistere, sarebbe fuori contesto, finirebbe o assorbito o annientato. Vi si incontrava quasi ogni sera, tra gli altri, Pierluigi Zollo, un grandissimo attore teatrale e un uomo il cui notevole fascino emanava dalla sua sterminata cultura letteraria e cinematografica, oltre che dalla sua disinvoltissima vanità.

Ma c’era anche, in via Porta San Marco, il Metro, un club più frequentato e meno ‘meditativo’ che a me sembrava uscito da un romanzo di Georges Simenon. Per accedervi si suonava un campanello e si scendeva in un seminterrato. E questo era già bellissimo. Arrivarci alle undici di sera, con Roberto Carifi e la sua guascona comitiva, per me, allora appena diciottenne, era come vivere la notte con Jean Gabin. Con loro imparavo il galateo dell’intellettuale di provincia e del ‘maledetto toscano’, il divieto quasi assoluto di prodursi in pose, appunto, intellettuali, gli angusti confini del turpiloquio all’interno dei quali, senza eccessi di garbo né di grevità, si poteva conservare uno spazio di vita di branco tutto sommato precariamente paradisiaco.
Poco prima della chiusura del Metro, aprì il Pirobutirro, che era costruito proprio intorno a un’idea di proposta culturale. Anche questo è un luogo a cui devo molto – a cui tutta la mia generazione deve molto. Gli deve proiezioni cinematografiche, concerti, reading letterari e – soprattutto! – una variopinta e straordinaria umanità, di quelle che hanno bisogno di un luogo, di un progetto, per essere agglomerate e fatte incontrare.

Alibi, Metro, Pirobutirro: tre spazi subito al di fuori del nucleo del centro storico. Tre spazi che a mio avviso rappresentano una piccola epoca e anche una piccola mitologia. Poi, il cambiamento. Che segna la città e che mi viene facile raccontare parlando, rapidamente, di due luoghi: la Sala e la Libreria Lo Spazio di Via dell’Ospizio. Due luoghi che ho amato e che amo. Ma che hanno trasformato forse non solo me, ma tanti di noi, rompendo l’incantesimo di quella estetica dell’insoddisfazione.

Partiamo dalla Sala, proprio da quella che alcuni odiano, la Sala del venerdì sera di fine maggio, la Sala gremita come una piazza di Marsiglia o di Barcellona. Un’altra culla di cultura, che inizia a crescere alla fine del 2001 e che ‘esplode’ a metà del decennio, con locali che prendono il nome da giganti della letteratura cinquecentesca, da matematici russi e da versi danteschi. Un luogo incantevole, che invita alla socievolezza e all’empatia, ma che non ha, rispetto a quelli a cui ho accennato, la stessa capacità di addensare e far collidere esperienze umane, ognuna a suo modo, abitate da un demone. Un luogo, detta sbrigativamente, in cui ci si incontra di più eppure, nel contempo, di meno.

Tutto il contrario della Libreria Lo Spazio, che già altrove ho descritto come un “isolato luogo di diffusione e condivisione dell’intelligenza”. La sua centralità nella vita culturale di Pistoia non la deve tanto alla qualità della selezione libraria, della musica o delle esposizioni fotografiche e pittoriche, alle molte iniziative letterarie e alla selezione di tè da intenditori, quanto, a mio avviso, al suo essere crocevia di esperienze. Con due grandi, qualitative differenza rispetto ai tre luoghi che ho eretto a simboli di un’altra stagione. Quelli erano luoghi eminentemente ‘notturni’, quasi vampireschi, tanto quanto lo Spazio è luogo irriducibilmente diurno, che esprime il meglio di sé quando le giornate si allungano e la luce lo penetra fino all’ora di chiusura. E questa è la prima differenza. Venendo alla seconda: pur essendo un luogo che, come si dice a Pistoia, ‘fa conca’, tende cioè a far incontrare un certo tipo di persone, questa comunità è comunque a suo modo selezionata su un piano strettamente culturale. È comunità di uomini che vivono bene in mezzo – anzi: insieme ai libri. Mentre di quei luoghi e di quella stagione erano protagonisti anche affabulatori più improbabili, figure tra il grottesco e il drammatico, che hanno lasciato nelle vite di molti di noi la loro traccia facendo semplicemente, parafrasando Nietzsche, di se stessi un capolavoro.

Ormai siamo uomini fatti e dobbiamo, a un certo punto, tirare le somme, senza farsi prendere dalla nostalgia. La Pistoia di oggi è sicuramente più vivace di quella di allora, che – per quanto fosse ben amministrata e in piena espansione – non sarebbe mai potuta diventare Capitale Italiana della Cultura. Si può quasi dire che quella intensità che allora si condensava in quelle spelonche, marginali e nascoste, oggi si è squadernata, ha vertebrato la città. Non più disseminata ed esoterica, quella cultura è diventata energia diffusa. Dal porto sepolto ha conquistato la città emersa. Ma certo, se questa città, oggi, si è guadagnata i riflettori, lo deve anche alle ombre di allora.

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