Il legame indivisibile con Santiago di Compostela

Se mi dovessero chiedere quali sono le figure al centro del nuovo albo illustrato, dal titolo “San Iacopo e Pistoia – Il legame indivisibile con Santiago di Compostela”, edito dalla Giorgio Tesi Editrice e basato sulla consulenza storica di Lucia Gai, io direi subito queste: il Patrono e i Pellegrini. E le direi perché entrambe sono immagini che trovano spazio nell’ormai affettuoso intreccio fra le mie rime e le illustrazioni di Michele Fabbricatore, mantenendo al tempo stesso un senso tanto concreto quanto metaforico: sono infatti immagini capaci di proiettarci d’un tratto nel bel mezzo di un’animata piazza comunale dell’Alto Medioevo quanto nel garbuglio del contemporaneo, fatto di paure, sollievi, solitudini e speranze.

Il Patrono A Pistoia, se pensi al Patrono vedi subito davanti agli occhi un mantello rosso che si agita sulla cima della Cattedrale, uno sguardo fiero, attento a osservare dall’alto la città, un bastone sicuro cui appoggiarsi, un cappello leggero contro le intemperie e, tra le pieghe del pesante manto, un’ampia conchiglia, che non teme di starsene aperta e mostrare la sua bellezza dall’origine straniera. Proprio come il nostro San Iacopo, il santo che lassù la indossa per tradizione e che da lontano viene davvero; lo stesso santo di cui noi raccontiamo, in questo nuovo albo illustrato, l’arrivo in città. Seguiamo il viaggio che l’ha voluto nella graziosa cittadina toscana dalla remota Santiago, in un cammino che da secoli avvicina Galizia e Toscana, legandone con forza le strade e le preghiere.

Non solo dalla vetta della Cattedrale San Iacopo protegge la nostra città, infatti, ma anche e soprattutto dalla cappella interna che custodisce la preziosa reliquia giunta a Pistoia da un tale avventuroso viaggio.

A volerla fu il vescovo Atto, stanco di vegliare pure lui su una città divisa e arrabbiata, incapace di placarsi se non grazie all’arrivo di una parte di quel celebre santo.

Il Vescovo Atto Non ci sarebbe proprio, a Pistoia, questo Patrono, senza lo sguardo ampio e la fede profonda di un vescovo come Atto; vescovo dotato tanto della concretezza dell’uomo innamorato della propria città e desideroso di vederla fiorire, quanto di quella dedizione visionaria propria del santo – come poi anch’egli è diventato – che riesce, prima di ogni altro, a intravedere in una cittadina litigiosa un futuro di meraviglie. Un vescovo, insomma, in grado di fare di una cassetta d’argento una vera dimora per la reliquia del santo e, allo stesso tempo, di rendere la cittadina intera una casa ospitale per chiunque ne aveva bisogno, cittadino o forestiero. Atto si dedicò completamente alla comunità pistoiese, ma la comunità questo servizio lo riconobbe e lo ricambiò; tanto da ammettere di avere ottenuto, grazie a lui, una doppia protezione alla città. Di averle fatto guadagnare d’un colpo, cioè, sia un protettore in cielo, quel San Iacopo portato qua da terre remote, sia un protettore in terra, appunto quel vescovo capace di operare il miracolo terreno di avvicinare terre remote in Europa e fazioni nemiche in città.

E se ciò che unì e unisce tuttora Pistoia e Santiago è quel piccolo resto, forse di santo, voluto in Toscana da Atto, ciò che importa di più a noi, oggi, è che poi il Santo fra noi resti davvero, continuando a proteggerci i passi e i pensieri con la paziente opera di cura che è propria, per definizione, di un Patrono.

I Pellegrini Non lo erano di certo Tebaldo e Mediovillano, nobili cavalieri inviati da Atto per compiere l’impresa di portare a Pistoia una parte del Santo tanto amato. Ma lo erano molti di quelli che i due incontrarono per via, accanto a cui cenarono sfiduciati in una locanda o che videro dormire, esausti eppure lieti, sotto le grandi volte della cattedrale galiziana. Lo erano, senza dubbio, anche le centinaia, poi migliaia di persone che nei secoli arrivarono a Pistoia per portare omaggio al Santo, e che furono accolte con benevolenza e carità dalla città di Atto, rendendo la nostra cittadina una tappa importante in cammini ben più estesi, e aprendo ai popoli tutti un borgo chiuso fino ad allora negli stretti confini dei propri odi.

Se il Patrono, infatti, è chi resta, vegliando con determinata tenerezza sopra un mare di case e di abitanti, il Pellegrino è invece colui che va: che supera campi, fiumi e alture, che vive alla giornata ed è felice di venire in contatto con uomini e donne sconosciuti, poiché gli sta stretto ciò che la maggioranza reputa essenziale, ed è attratto da una meta che gli allarga la vita assai di più. I Pellegrini portano dentro di loro una sacra inquietudine: amano attraversare terre e genti diverse, e sono quindi per definizione gli stranieri. Sono coloro che muovono le economie delle città ma che tengono anche perennemente attivi i propri cantieri interiori, e si spostano non per fuggire da qualcosa, bensì per cercare Qualcuno. Siamo tutti chiamati a essere “pellegrini, non erranti”, ci ricorda Papa Francesco; cioè a non vagare a caso, senza una meta, ma a sceglierne una autentica e, se possibile, non raggiungibile in fretta.

È questo ciò che ci possono dire ancora oggi il Patrono e i Pellegrini, e ciò che può dare senso a un albo illustrato per grandi e piccoli che parli di San Iacopo e della saggia impresa che l’ha condotto in mezzo a noi: ricordare il doppio valore di chi resta e protegge, da una parte, e di chi va e ricerca, dall’altra. Soprattutto in un anno come questo, in cui ci sentiamo più distanti e impauriti, il miglior augurio che possiamo fare dalle nostre pagine è perciò quello di imparare dai Pellegrini e dal nostro Patrono; seguendo il loro esempio, non restiamo paralizzati nei nostri guai e chiusi nelle nostre ragioni, ma iniziamo con fiducia nuovi viaggi, dentro e fuori di noi. Sicuri di essere infine protetti dallo sguardo vigile di un Santo venuto da lontano ma che adesso è qui, pronto ad accoglierci tutti sotto il suo ampio mantello rosso.

Testo Martina Colligiani

Illustrazioni  Michele Fabbricatore

 

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