“L’età dell’oro” secondo Federico Gori

In un momento in cui nella dimensione espositiva il rapporto tra l’antico e il contemporaneo risulta spesso poco pregnante, rispetto a una studiata dialettica tra epoche e linguaggi e le mostre negli scavi archeologici o in altri templi del passato appaiono perlomeno ovvie – il pamphlet Contro le mostre di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione (Einaudi) ha messo il punto su questo tema di scottante attualità –, il progetto espositivo personale “L’età dell’oro” concepito da Federico Gori (Prato, 1977) per il Museo nazionale archeologico MArTA di Taranto (8 aprile 2022 – 8 gennaio 2023), a cura della direttrice del museo Eva Degl’Innocenti e di chi scrive, risulta una felice eccezione in grado di rivelare un percorso di conoscenza, anzi, un vero e proprio itinerario tra i materiali e le forme care alla sua indagine e i reperti custoditi in uno dei musei più belli e intensi del Mediterraneo.

Una scultura concepita utilizzando la muta di un serpente, modificata mediante un processo di galvanizzazione poi ricoperta di una patina dorata.

Federico Gori ha, anzitutto, posto una regola: nessuna invasione, nessuna gara tra il presente del suo lessico e le forme assolute dell’antico, difatti è egli stesso a sostenere: “Solitamente non voglio essere influenzato dal contesto in cui espongo, è importante per me pormi come una tabula rasa. Questa è una mostra pensata comunque per questo museo, ma deve vivere di vita propria”. Il progetto, finanziato nell’ambito del bando Pac del Ministero dei beni culturali, non è, infatti, un agonistico percorso di territori linguistici lontani millenni, ma una forma pacifica di dialogo in cui le opere del contemporaneo si muovono con rispetto tra vasi, mosaici e sculture. L’opera prodotta nell’ambito del bando è una scultura concepita utilizzando la muta di un serpente modificata mediante un processo di galvanizzazione e ricoperta poi di una patina dorata. Si genera così un elemento insieme stabile e in divenire, che guarda idealmente alla straordinaria collezione degli Ori di Taranto ma sollecitando un immaginario legato a un’ideale età dell’oro che unisce il tempo e lo spazio, epoche storiche lontanissime connesse da ideali globali. Al centro di questo intimo itinerario di conoscenza c’è infatti il tempo, che si declina con diverse temperature concettuali e visive. Anzitutto il tempo della storia delle civiltà che sono al centro della collezione museale.

                                       Le opere vanno scoperte nelle teche….

Poi, naturalmente, quelle delle opere, appartenenti a differenti cicli, installate dall’artista. “È quindi presente un tempo interno sia nelle opere, sia nei materiali che le compongono, che per me è essenziale” – racconta convintamente Gori. Il suo è un lavoro totalmente (e volutamente) disconnesso da una specifica collocazione cronologica orientata verso il presente; l’artista usa materiali che appartengono alla storia dell’uomo: la terra, il rame, elementi primigeni in grado di sviluppare forme di comunicazione radicali nel loro essere volutamente essenziali.

Le opere d’arte sono organismi viventi, hanno una loro specifica pregnanza, si muovono nello spazio cambiando pelle, trasformando il proprio stesso organismo in un corpo dinamico.

….. il visitatore le deve scovare tra le teche e le grandi pareti, che accolgono polittici concepiti incidendo il rame.

“Le opere in rame, per esempio, non hanno un aspetto legato al tempo esclusivamente visivo e quando io uso l’elemento vegetale lo faccio solo perché mi consente di parlare del tempo. Credo che sostanzialmente il mio fare arte sia un metodo per allontanare la morte, per entrare a contatto con un aspetto arcaico di cui ho timore, ma profondo rispetto. Produrre tramite elementi che cambiano è come una forma di esorcismo, per fare i conti con la propria caducità”.

Vivono nella mimesi di una zolla di terra appena vangata le sculture che costituiscono le cosmogonie di 13/12 (Santa Lucia): forme plastiche di terra che vivono la dimensione dilatata di una plasticità totalizzante, in grado di generare volumi essenziali e pregnanti. I singoli elementi di questo ciclo di lavori in progress sono diffusi in più vetrine. Il pubblico è invitato a muoversi liberamente nello spazio alla ricerca di possibili scenari. Le opere vanno scoperte nelle teche, si fanno amare nello spazio, il visitatore le deve scovare tra le teche e le grandi pareti che accolgono polittici concepiti incidendo il rame. Ancora una volta una forma di comunicazione visuale primaria, eppure ricercata, frutto di una progettualità specifica, che l’artista è in grado di elaborare dopo aver messo in azione un lessico composito, che va avanti da anni.

I polittici di rame custodiscono pattern ripetuti in più momenti, sono immagini grafiche di fossili e piante estinte.

I polittici di rame custodiscono pattern ripetuti in più momenti, sono immagini grafiche di fossili e piante estinte. Ecco ancora una volta il tempo, anche nelle ossidazioni naturali che persistono sulle superfici in divenire. Tempo che consuma e costruisce, che concepisce nuove geografie visive e spaziali. Federico Gori conferma la maturità di un lavoro che in questo momento storico si distingue per tipologia e pratica, pur vivendo anche di intime connessioni con la storia dell’arte, anche quella italiana degli anni Sessanta e Settanta. Non resta che augurarvi un grand tour, tra passato e presente, immagini e repertori aniconici, segni e simboli di un tempo che, a pensarci bene, è anzitutto interiore.

Testo Lorenzo Madaro

Foto Nicolò Begliomini

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