I luoghi di Mario Tobino e di “sorella follia”

Arrivando a Maggiano, nella campagna lucchese a pochi chilometri da Pistoia, e attraversando i cancelli dell’ex ospedale psichiatrico che sorge appartato in mezzo al verde, si ha l’impressione di vederlo ancora lì, con le mani nelle tasche del suo camice bianco, davanti all’imponente edificio che già nel Settecento ospitava uno “Spedale de’ pazzi”: è Mario Tobino, il celebre psichiatra e scrittore scomparso trent’anni fa, nel 1991.
L’ex ospedale psichiatrico di Maggiano è visitabile grazie all’opera incessante della Fondazione Mario Tobino, presieduta dalla nipote dello scrittore, Isabella Tobino, e qui tante cose sono rimaste come quando era vivo lui, anche la scritta “Divisione femminile” che campeggia all’ingresso dell’ala in cui erano ospitate “le libere donne di Magliano”. Così Tobino definì le pazienti che ispirarono il suo primo libro sulla vita nell’ospedale psichiatrico, un diario poetico e toccante uscito nel 1953 e intitolato appunto Le libere donne di Magliano. Nelle sue pagine la Maggiano lucchese cambia nome e diventa “Magliano”, ma le storie raccontate hanno tutto il sapore della verità, così come sono reali il coinvolgimento dello psichiatra e il suo rispetto per i pazienti.
Sfogliando il libro si scoprono anche numerosi legami tra Maggiano e Pistoia: Tobino descrive infatti la partenza dal suo ospedale dei primi malati provenienti dalla nostra provincia, “da questa  richiesti perché anch’essa ha tentato l’inizio di un suo manicomio”. Si riferisce, senza nominarlo direttamente, all’Ospedale neuropsichiatrico di Pistoia ospitato a Collegigliato presso le Ville  Sbertoli, già attivo nell’Ottocento come casa di cura privata, che riaprì nel 1951 come struttura pubblica della provincia e un po’ per volta iniziò a richiamare i pazienti di origine pistoiese, che in precedenza venivano appunto inviati a Lucca oppure a Firenze. Ed è così che Tobino descrive la partenza dei pistoiesi: “Viaggeranno con i loro nomi cuciti nella parte interna del vestito. […] Va via anche la Berlucchi, quella che s’infisse nel petto, sfiorando la punta del cuore, un intero lungo ago da calza arrugginito”. Partono anche Tono, un uomo simpatico a tutti, che nella malattia si immagina ricco possidente e frequentatore di principi e re, e suor Palazzo, che crede di aver ricevuto da Dio l’incarico di fondare un nuovo ordine religioso e di poter governare il mondo. Per chi resta a Maggiano e li guarda andare via, la perdita è grande: “Sono partiti. Il manicomio da tre giorni è vuoto di 64 malati; c’è una parvenza di lutto.
Suor Giacinta ha pianto quando sono partite le sue quindici malate”.

                          Lo scrittore fotografato in una delle “due stanzette”

E sembra di vederli ancora, il personale e i pazienti dell’ospedale, in questo luogo pieno d’atmosfera: ad esempio nelle gigantesche cucine piastrellate di azzurro e collocate in quello che alla fine dell’Ottocento era un padiglione absidale con un balneario per le terapie in acqua calda e fredda.
Oppure “Per le antiche scale” quelle che danno il titolo al secondo libro che Tobino dedicò alle sue esperienze nell’ospedale psichiatrico, pubblicato nel 1972.
La presenza dello scrittore si avverte fortissima soprattutto in quelle che chiamava le sue “due stanzette” al primo piano, che furono la sua casa durante i tanti anni di lavoro nell’ospedale e anche in seguito: il salottino dalle pareti che aveva voluto azzurre come il mare della sua Viareggio natale e la camera da letto, con quadri, libri, oggetti personali. Il suo cappello e le scarpe sembrano aspettare solo che lo scrittore torni per indossarle, e c’è anche la scrivania alla quale, ogni sera, annotava i fatti successi durante la giornata, che costituirono poi la materia dei suoi libri dedicati all’ospedale psichiatrico.
Tobino diede l’addio a Maggiano con il volume Gli ultimi giorni di Magliano, scritto dopo che l’approvazione della legge Basaglia aveva portato alla chiusura di tutte le strutture psichiatriche italiane, compresa la sua, e pubblicato nel 1982. A questa trilogia aggiunse poi un altro titolo nel 1990, un anno prima di morire, pubblicando i diari che aveva tenuto quando era stato direttore dell’ospedale psichiatrico nel 1955-56: dopo averli dimenticati per decenni in fondo al suo piccolo armadio con l’anta a specchio, li aveva ritrovati e aveva deciso di darli alle stampe così com’erano, cambiando solo i nomi per rispetto alle persone citate. È in queste pagine che Maggiano-Magliano diventa addirittura cinese: il libro si intitola infatti Il manicomio di Pechino.

                  Tobino nel nuovo giardino di Maggiano

Ed è sempre qui che si scoprono ulteriori legami con Pistoia, e in particolare con una delle sue attività trainanti, il vivaismo.

“Andai con Giuditti, il giardiniere, a Pistoia, a scegliere le piante.

Entrammo in un ben noto ‘vivaio’, corsi per i viottoli gremiti, spiegai al padrone, all’orticultore, cosa volevo. Lui disse, dopo averci indicato più esemplari, che sarebbe venuto al manicomio per giudicare il luogo dove si sarebbero piantati.
Lentamente si svolse ogni atto, ogni volta si rifletté. Insistetti. Oggi il giardino c’è, con quella danza che ho voluto io. […] Il giardino è così: per tre parti è in mezzo ad alti muri. Nel centro c’è una vasca tonda, un metro e mezzo il suo diametro; ha il fondo e le pareti di quadratini celesti. Intorno alla vasca, a formare un altro cerchio, ci sono otto piante di Lagerstroemia, già alte un uomo e mezzo, che fra pochissimi giorni (tra pochi minuti è il quattro luglio) scoppieranno il loro fiore purpureo. […] Il giardino è rettangolare, lungo una trentina di metri, largo una ventina”.
Il giardino creato dallo scrittore si può visitare ancora oggi e le piante da lui descritte con tanta poesia continuano ad accogliere i visitatori come facevano un tempo, dall’“Olea fragrans che getta il suo traforato ombrello sulla vasca, tra le Lagerstroemie, insinuandosi e sovrastandole” ai “puntuti Ilex, appuntapenne, ragazzine stizzose di non avere ancora i seni, spinose nel considerare quanto è insignificante la loro ombra”. E fu tale la dedizione con cui Tobino abbellì questo quadrato di verde all’ingresso degli uffici che tra le sue pagine le piante del vivaio pistoiese si animano e diventano soldati intenti a proteggere un maniero fatto di rose: “le ortensie, il Rhyncospermum, cioè il falso gelsomino, la Thuia, il Pittosporum, il pino, il vasto d’immensità leccio fanno una unica schiera di ombre e le rose […] qui sbocciano quali belle domestiche cenerentole, dall’amatore soltanto individuate. Sono rose che nei precedenti metri si alzano tanto delicate, tanto forti, e coi colori dei petali così squillanti che ogni Ligustrum, Ilex e Cupressus sono guerrieri, soldati della reggia, nobili servitori del loro reame”.
E forse non è un caso che proprio alle piante, da lui curate con tanta passione, lo scrittore si ispirasse per descrivere i malati ai quali dedicò la propria vita: “Questi matti” scrisse a mo’ di avvertimento in Le libere donne di Magliano, “sono ombre con le radici al di fuori della realtà, ma hanno la nostra immagine (anche se non precisa), mia e tua, o lettore”.

testo di Francesca Cosi e Alessandra Repossi

foto Fondazione Mario Tobino

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