Orizzonte di cambiamento

Ospedale del Ceppo

Lungo la prima cerchia muraria della città di Pistoia, sorta in epoca longobarda (VIII secolo), fra i suoi lati settentrionale ed orientale, correva il torrente Brana; il quale attraversava una vasta area rurale. Si era però al limite delle mura: ed il neonato Comune (fra il XII e il XIII secolo) per diverse ragioni aveva bisogno di ampliarsi.

Del resto una di queste ragioni era quella di sopperire a quella che uno storico toscano ha chiamato “la società del bisogno”, cioè la necessità di cominciare a far fronte, in chiave “laica” (cioè non solo affidata alla carità dei religiosi), ai bisogni di ammalati, poveri, anziani, viandanti. C’era già una rete di piccoli ospizi, ospedaletti, xenodochi (l’etimo riporta all’accoglienza degli stranieri); ma la città-stato, piccola ma orgogliosa della sua condizione politica, aveva bisogno di una più grande e articolata magione di soccorso.

Questo il motivo per cui sorse lo Spedale (termine di origine medievale) del Ceppo. Da sempre a Pistoia è stata accreditata la leggenda che la nascita sarebbe avvenuta per iniziativa e sovvenzione di due anziani coniugi, avvertiti in sogno di dedicare un ospizio laddove in pieno inverno avessero visto miracolosamente fiorire un vecchio ceppo d’albero. Da cui il nome: in realtà il ceppo poteva essere un contenitore per le elargizioni, e l’impresa della costruzione poteva esser derivata proprio dallo sviluppo cittadino. Sviluppo non solo urbanistico, ma anche politico; perché in Pistoia (arricchita dall’arrivo della reliquia dell’apostolo Giacomo proveniente dalla Galizia) era arrivato a dirigere il Comune, al posto dei nobili fino allora egemoni, il ceto che poi si sarebbe chiamato borghese, dei mercanti, possidenti, cambiavalute, banchieri. Una storica locale, Lucia Gai, ha fatto notare che l’iniziativa di un pubblico ricovero urbano di questo tipo rispondeva bene alla mentalità dei nuovi arrivati.

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Particolari del Fregio Robbiano.

Agli inizi il piccolo nosocomio era composto da appena uno stanzone, specie d’infermeria o ricovero; che presto si ampliò a comprendere gli ospiti sempre più numerosi.

Le numerose pestilenze del XIV secolo lo resero ricco, per le molte donazioni ricevute pro remedio animarum. Fin troppo ricco, al punto che, nella turbolenta città di allora, le famiglie rivali si contrastarono fra loro per ottenere la carica di spedalingo. Un conflitto che, alla fine del XV secolo, condusse la città ad una vera e propria guerra civile: un cronista con deprecazione commentò scrivendo che questa feroce lotta avveniva per “divorare la robba de’ poveri”.

Il governo mediceo (da tempo ormai Pistoia era dominata da Firenze) ne ebbe abbastanza; e dette la carica e la gestione dell’ospedale a un patrizio fiorentino, Leonardo Bonafede.

Pistoia se ne lamentò, ma dovette chinare il capo. Del resto non ci fu solo lo svantaggio della perdita – per pochi! – di ricche prebende, perché lo Spedale acquistò il suo bel loggiato sormontato dal fregio di terracotta invetriata che ancora oggi rappresenta uno dei capolavori dell’arte rinascimentale. Da allora, e siamo ormai nel pieno Cinquecento, il Ceppo si ampliò, si modernizzò, l’intera area fu completamente urbanizzata, l’acqua del torrente e delle gore fu usata dall’ospedale per le sue necessità.

Sotto il regime lorenese, ed in particolare sotto il governo di Pietro Leopoldo, grande riformatore della Toscana, anche i maggiori ospedali pistoiesi (quello del Ceppo e quello di San Gregorio, che nel 1778 erano tornati nell’autonomia locale) furono riformati a seguito di un’accurata relazione che il granduca aveva richiesto. Tale riforma portò alla fusione delle due strutture, così che sorsero nel 1784 i Regi Spedali Riuniti.
Si sviluppò anche la scuola medico-chirurgica del Ceppo, profittando del piccolo anfiteatro anatomico costruito; e la medicina praticata iniziò a diversificarsi in specializzazioni, così come si modernizzò l’organizzazione sanitaria interna acquisendo nuove figure professionali.
Con l’unità d’Italia gli Spedali Riuniti furono sottoposti alla legge sulle Opere Pie del 1862; vennero imposti nuovi criteri di gestione, di amministrazione, di controllo.

Nel Novecento per le cure antitubercolari una generosa donazione fece sorgere quello che fu chiamato il Padiglione Lazzereschi e per gli studi più avanzati nacque l’Accademia Medica di cui rimane buona traccia sia per la biblioteca, che per la collezione degli antichi ferri chirurgici, i quali oggi sono conservati in un apposito museo. La storia del Ceppo e della sua area ha poi conosciuto altri importanti momenti fino alla contemporaneità. Tra questi vale la pena di ricordare la costruzione del padiglione per l’emodialisi e del giardino circostante, immaginati come luogo di cura arricchito da opere di artisti contemporanei di fama internazionale (Buren, Karavan, LeWitt, Morris, Nagasawa, Parmiggiani e Ruffi), il restauro del fregio dello Spedale, da poco ultimato, che ha restituito quest’opera in tutta la sua bellezza e luminosità e il nuovo allestimento del museo dei ferri chirurgici. Da non dimenticare anche l’apertura dei percorsi sotterranei che (seguendo le gallerie nelle quali un tempo scorreva il torrente Brana) attraversano la città e che hanno la loro “porta” proprio entrando in uno dei portoni sotto il loggiato dell’ospedale.ungo la prima cerchia muraria della città di Pistoia, sorta in epoca longobarda (VIII secolo), fra i suoi lati settentrionale ed orientale, correva il torrente Brana; il quale attraversava una vasta area rurale. Si era però al limite delle mura: ed il neonato Comune (fra il XII e il XIII secolo) per diverse ragioni aveva bisogno di ampliarsi.

Del resto una di queste ragioni era quella di sopperire a quella che uno storico toscano ha chiamato “la società del bisogno”, cioè la necessità di cominciare a far fronte, in chiave “laica” (cioè non solo affidata alla carità dei religiosi), ai bisogni di ammalati, poveri, anziani, viandanti. C’era già una rete di piccoli ospizi, ospedaletti, xenodochi (l’etimo riporta all’accoglienza degli stranieri); ma la città-stato, piccola ma orgogliosa della sua condizione politica, aveva bisogno di una più grande e articolata magione di soccorso.

 

Rigenerazione urbana

Un intervento di riqualificazione urbana di dimensioni davvero notevoli quello che coinvolge l’area dell’ex ospedale del Ceppo di Pistoia.

L’area, che si estende complessivamente per 76.562 mq, si trasformerà in un quartiere sostenibile, completamente pedonale, immerso nel verde e caratterizzato da elevata qualità ambientale, urbanistica e architettonica.

Quasi l’80% della superficie sarà destinata a funzioni pubbliche: le ampie porzioni previste in demolizione lasceranno infatti spazio a nuovi spazi pubblici, percorsi ciclabili e pedonali, un parco, una nuova grande piazza che sorgerà al posto dell’attuale piastra operatoria, rilevanti servizi di carattere socio-sanitario, amministrativo, museale ed espositivo e tre nuove costruzioni per la residenza di qualità, collocate ai margini dell’area.

Saranno recuperati quasi 4.000 mq di suolo: è prevista infatti la demolizione di circa 8.000 mq e la ricostruzione di appena 4.200 mq, di cui buona parte per l’ampliamento di servizi socio-sanitari. Si tratta del più importante intervento di rigenerazione urbana della città, destinato a tracciarne il futuro. Per questo è anche elemento centrale del progetto di Pistoia Capitale Italiana della Cultura 2017. Oltre 31.500 mq saranno destinati a parco pubblico e verde di connettività; 7.150 mq a parcheggio; oltre 16.468 mq sono gli immobili di pregio, che saranno dedicati a funzioni culturali, museali, espositive, urban center Casa della città e servizi; 21.118 mq dedicati alle attività socio sanitarie.

La demolizione delle strutture, a cura dell’Azienda sanitaria, prenderà avvio a partire dalla primavera 2017, ma i primi passi per la creazione del nuovo volto dell’area del Ceppo sono già stati mossi: dall’importante restauro del grande fregio in terracotta invetriata della facciata del vecchio ospedale cittadino, al recupero dei suoi locali storici, che hanno portato, nel dicembre 2015, all’inaugurazione del Museo della sanità pistoiese. Ferri per curare. È questo il primo nucleo di un ambizioso progetto che riguarderà l’intera parte storica del vecchio Ceppo, che accoglierà il principale polo museale cittadino. Nella parte storica del Ceppo potranno trovare spazio anche uffici pubblici, gli archivi comunali storici riuniti e i servizi di sportello del Comune attualmente collocati in più sedi; saranno previsti spazi per piattaforme di co-working e start up giovanili. Fondamentale anche il potenziamento della parte socio-sanitaria: le parti di più recente costruzione che si affacciano sul viale Matteotti accoglieranno un grande presidio territoriale, con servizi sanitari, ambulatoriali, socio sanitari e anche residenziali, una grande “Casa della Salute”, che diventerà un importante punto di riferimento per tutta la cittadinanza.

 

TESTO Lorenzo Cipriani

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