Il racconto di un villaggio operaio ideale

Fino al giugno del 1910 era solo un vasto terreno pianeggiante, attraversato dalla strada Regia Granducale, dove i diversi proprietari “del Bardalone” seminavano patate e la cui resa era pari al guadagno di una intera stagione da carbonai in Maremma. Il 27 luglio 1911, appena un anno dopo, la Società Metallurgica Italiana inaugurò lo stabilimento e avendo bisogno di manodopera occupò molti lavoratori provenienti dalle zone limitrofe che poterono trovare alloggio nelle cosiddette case operaie, appositamente costruite dalla Società.

In funzione delle vicende politiche, il numero delle maestranze aumentò notevolmente raggiungendo 3.700 unità nel periodo della prima guerra mondiale per poi calare drasticamente alla fine della stessa e successivamente ricrescere all’inizio degli anni ’30 sino a toccare le 6800 unità nel 1943. Il 1 novembre 1933, alla morte di Luigi Orlando (colui che aveva costruito lo stabilimento) divenne Presidente della S.M.I. il figlio Salvatore che in sette anni, dal 1935 al 1942, dette forma urbanistica definitiva al paese con la creazione del villaggio operaio e di tutti i servizi necessari alla vita dell’intera comunità che ruotava intorno alla fabbrica.

L’intervento iniziò nel 1935 con la costruzione in località Vallino di un fabbricato di appartamenti per impiegati e di un altro edificio vicino alle case operaie da adibirsi a farmacia e alloggi e continuò senza interruzioni nel pianoro e sulla collina ad est con la realizzazione dell’asilo infantile, delle scuole elementari dotate di palestra, refettorio, teatro e abitazione del custode, del complesso ricreativo con campi da tennis, bocce e chalet e con il nuovo villaggio costituito da 11 abitazioni quadrifamiliari per operai e dirigenti, 28 bifamiliari e 22 monofamiliari, quest’ultime inaugurate il 29 agosto 1942, tutte con giardino e rimessa. In ultimo, a completamento dell’enorme opera sociale, la Chiesa.

 

Posta sulla collina in prossimità del villaggio operaio, si erge maestosa ed imponente nella sua apparente veste romanico- gotica resa dall’occhio in facciata e dalle 16 vetrate lucifere laterali, dai filaretti dicromi che la rivestono e dal tetto a capriate coperto con lastre di rame, alleggerita nella forma da linee semplici e volumi puri resi essenziali dall’esigenza della funzionalità rispetto al decorativismo, pregiato esempio di architettura sacra razionalista del periodo. Progettata dall’architetto Carlo Ottavio Marchetti, portata a termine dall’architetto Amedeo Lavini, fu consacrata il 23 agosto 1940 dal Vescovo di Pistoia e Prato Giuseppe Debernardi. È dedicata a Santa Barbara, protettrice delle polveriere, e a San Luigi Gonzaga. Disegnano la facciata principale un grande arco nel quale sono inglobati il portone principale con sopra una lunetta raffigurante Santa Barbara, ai lati due nicchie con le statue in marmo bianco di Carrara di San Luigi e Sant’Anna con la Vergine bambina ed in alto uno splendido rosone policromo. Sui lati 16 lunghe monofore tamponate con vetrate policrome, opera del maestro vetraio Angelo Tevarotto, fanno filtrare all’interno una luce soffusa ed emozionante. Sul lato destro un loggiato formato da 12 colonne congiunge la chiesa alla torre campanaria di 41 metri di altezza che accoglie 5 bronzee campane del peso totale di 2840 chili fuse dalla Fonderia Barigozzi di Milano. Dietro le due sacrestie e la casa del parroco.

Internamente si presenta come un’ampia unica aula con due grandi archi, simili a quello della facciata principale, che scandiscono tre zone, quella più ampia dei fedeli, quella dove si officia il culto, delimitata da una balaustra e da un altare rivestito con lastre di marmo verde di Verona, e quella del coro, dove troneggia uno splendido organo a canne opera n° 536 della Ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio. Sulla sinistra dell’ingresso principale, delimitato da una balaustra lignea ricurva, il fonte battesimale a forma ottagonale, in marmo bianco e giallo di Siena con copertura a padiglione, decorato sui fianchi da quattro formelle a bassorilievo con una colomba, una balena, un pellicano e una nave. Sul lato destro sopra la balaustra, sul muro che divide l’aula assembleare da quella presbiteriale, si attacca il pensile pulpito marmoreo scandito da un angelo che sostiene il leggio e da quattro formelle raffiguranti i quattro evangelisti opera dello scultore Umberto Baglioni, autore anche delle 14 stazioni della Via Crucis in pietra di Vicenza, poste sulle pareti che delimitano l’aula assembleare e dei bassorilievi sulla facciata principale.

Degni di menzione il crocifisso ligneo del secolo XVIII° e la copia della Madonna del Rosario di Giovan Battista Salvi detto il Sassoferrato, donata nel 1941 da S.S. Pio XII. Dal 25 dicembre 2015 è arricchita anche da un bellissimo presepe di Giuseppe Ferrigno donato alla Parrocchia da KME.

Oggi lo stabilimento industriale non esiste più. Sono rimasti i capannoni dove gradualmente hanno trovato e continuano a trovare sede nuove aziende a carattere artigianale e con diverse vocazioni imprenditoriali. La porzione ove aveva sede la direzione è stata recuperata dall’Istituto di Ricerche Storiche e Archeologiche e con il nome di Museo Rifugi SMI adibita a museo di archeologia industriale ricco di documentazione originale, unico per reperti d’epoca e da dove si accede ai rifugi sotterranei antiaerei costruiti all’inizio della IIª guerra mondiale.

Tutte le abitazioni sono state vendute e acquistate da ex dipendenti. L’asilo è passato al Comune di San Marcello Piteglio e nel 2018 la chiesa è stata donata da KME alla Parrocchia di Campo Tizzoro che con l’assiduo impegno del Comitato Parrocchiale e della Corale Santa Barbara svolge molte attività tese a mantenere vivo questo pregiato e singolare edificio di culto.

Testo Sauro Romagnani

Foto Archivio Arch. Roberto Prioreschi

 

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