Il mito templare tra storia e leggenda

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Il mito templare tra storia e leggenda

A spasso in un borgo incantato, perso nella magia del tempo e nella forza dell’allegoria.

Il legame di Piteglio con la storia templare fa riferimento ad indizi presenti nel territorio e nella tradizione popolare e devozionale, ancora oggetto di studio e d’indagine storica. Il primo segno si manifesta con l’arrivo in paese della reliquia del “Latte della Madonna” che una memoria popolare racconta esser stata portata da un cavaliere crociato, forse proprio un templare, che nel 1266 si era fermato nel castello dei conti Guidi, nel luogo dove oggi sorge la pieve di Santa Maria Assunta. La reliquia, oggetto di culto nel periodo tardo medievale e nei secoli successivi, fu collocata nella cappella del “Latte della Madonna”, al centro dell’altare entro una struttura lignea, descritta dalle cronache del tempo in forma del Tempio di Salomone. Una tela settecentesca, con la particolare iconografia, unica nel suo genere, della Madonna con il Bambino che mostra la sacra ampolla, copriva durante l’anno la reliquia. Alla cappella si accede ancora oggi attraversando un arco percorso da elementi simbolici quali fleur de lis, conchiglie iacopee, fichi, che culminano al centro nel dualismo di un volto femminile e di uno maschile. Un culto al femminile, quello della reliquia del Latte, che sembra collegarsi alle antiche tradizioni pagane, quando forse anche Piteglio celebrava il culto della grande Madre Terra, coadiuvato da una polla galattofora, o fonte lattaia, che la tradizione collocava sotto il campanile. A questo potrebbe riferirsi la particolare iscrizione Abissus Gratiae dell’altare della Compagnia, contigua alla torre campanaria.

Piteglio e i Templari

Altri elementi dal carattere simbolico sono i sinistri volti posti ad ornamenti di stemmi o sacri arredi che hanno l’aspetto di Bafometto o Baphomet, l’idolo pagano venerato dai templari. Anche la vicina pieve della Santissima Annunziata o Pieve Vecchia presenta alcuni particolari indizi. Fino alla seconda metà del secolo XX, ed in parte ancora oggi, ogni lunedì dell’Angelo il sacerdote, dal pulpito esterno, benediva la Val di Lima mostrando la reliquia del Latte ed intonando per tre volte, insieme al popolo, il “Monstra te esse Matrem”, l’inno che San Bernardo, il compilatore delle regole dell’ordine, rivolse alla Vergine. Sulla parete esterna si notano un nodo di Salomone e più in basso una vecchina che fila, con simboli e criptiche lettere. All’interno le pareti sono percorse da sedute in pietra, ciascuna indicata da una rosa a cinque petali. La devozione verso San Bernardo vide il culmine all’inizio del secolo XVIII quando il prelato piteglino Taddeo Giovannini fece costruire, nell’attuale piazza Guermani, un oratorio dedicato all’Abate di Chiravalle al cui interno collocò una reliquia del santo. L’oratorio, non più esistente, è ricordato dal 2007 da una scultura dell’artista Dorando Baldi. Qualunque sia oggi il modo di porsi di fronte ad un simbolo, una data, una tradizione popolare e devozionale, di fatto Piteglio ci consegna un’affascinante e talvolta misteriosa lettura di un luogo. Un posto dove perdersi nella storia.

Il gioco delle coincidenze
Piteglio
È suggestivo immaginare un sottile fil rouge, che attraversa la storia templare giocando con alcune date e simboli legati a Piteglio. Per fare solo alcuni esempi: la fondazione dell’oratorio di San Bernardo da Chiaravalle risale al 1703, quarto centenario dello Schiaffo di Anagni, l’inizio della fine dell’ordine; la sua consacrazione al 1707, quarto centenario dell’arresto dei Templari a Parigi; la lapide commemorativa al 1710, quarto centenario della fine dei cavalieri di Cristo.
La “Vecchina che Fila alla Pieve Vecchia”, è stata da alcuni studiosi interpretata alla luce di un simbolismo templare.
Le lettere WGN tradotte come W (o così come) Gesù Nazareno e le successive MJB come (de) Molay Jaques Bartolomeus, ultimo Maestro dell’ordine considerato dai suoi seguaci un secondo Messia. Il cuore centrale rimanderebbe ai Rosacroce, quale rappresentazione della conoscenza colpita da un dardo che la riporta verso il basso alla dimensione materica.
La “Vecchina che fila la rocca” potrebbe allora essere un armato che brandisce una spada, nell’atto di puntarla verso l’alto, come se volesse rielevarsi dalla caduta.

TESTI

Francesca Rafanelli

FOTO

Nicolò Begliomini

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