Le discese “ardite”

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Le discese "ardite"

Oggi, la località dell’Appennino Pistoiese vanta infrastrutture per gli sport invernali di livello mondiale, meta di famosi personaggi.

Fin dall’epoca medicea si era posto il problema del transito tra il Granducato di Toscana e il Ducato di Modena: c’era di mezzo l’Appennino e, anche dal punto di vista politico, i due stati erano affini perché entrambi legati all’Austria. Un tecnico militare fu inviato a percorrere la catena montuosa per scegliere i migliori passaggi; ma, sotto gli “ultimi” Medici (s’intende, ultimi non solo in senso dinastico) c’erano ben altre cose a cui pensare. Quando, però, cambiò la dinastia e la Toscana fu retta da Pietro Leopoldo di Lorena, il problema si ripose e allora fu risolto. Il sovrano, Infatti, incaricò il gesuita Leonardo Ximenes di redigere un progetto. In accordo con il tecnico dell’altro versante, il modenese maggiore Giardini, il disegno fu steso: prevedeva che, dalle pendici toscane dell’Appennino, si scalassero le vette, collegando vari paesetti montani e poi si transitasse dal passo che prese il nome da un colossale abete appositamente abbattuto. L’Abetone, appunto; e la strada – inaugurata nel 1781 – prese nome dai due progettisti. I toscani la chiamano Ximenes-Giardini; i modenesi Giardini-Ximenes: perché ognuno volle dare la precedenza al proprio uomo.

Strada Ximene-Giardini

Questa prima transappenninica ebbe in modo prioritario scopi militari, perché già cominciava a montare un qualche risentimento contro l’Austria, stato egemone nel nord Italia e che aveva a Modena e in Toscana salde alleanze; si pensava che in caso di disordini (che infatti poi, in epoca primo-risorgimentale vennero) sarebbe stato facile usare il collegamento per fare affluire truppe austriache. Fin dalla fine del secolo dei Lumi, però, la strada ebbe anche una valenza economica per l’incremento dei traffici che riuscì a promuovere; anzi, quando Francesco IV, duca di Modena, fece notare che il business delle merci fra i due territori non era intensissimo, Pietro Leopoldo, da fine fisiocrate qual era, rispose che bisognava attendere il suo inevitabile sviluppo.

Quel che lo stesso sovrano toscano, pur illuminato, non poteva prevedere è che il volume degli affari e dell’economia montana in genere, si incrementò – proprio grazie alla strada – con l’accendersi di un primo turismo, attraverso cui furono conosciuti i paesi più ameni, dotati di bei panorami, di una gustosa gastronomia, in cui fioriva, pure, il “bel parlare” toscano, cioè la lingua italiana. Il Tommaseo, l’Abate Giuliani, il Fucini e altri, descrissero quei luoghi: merita citare la “Gita nel Pistojese” del primo autore. Bisognava però arrivare agli inizi del nuovo secolo perchè si manifestasse il fenomeno degli sci; in principio due squadrate assi di legno che qualche “matto”, emulo di cose che aveva visto fare in Norvegia, si legava ai piedi per buttarsi giù dalle discese innevate. Se non si rompeva subito la testa, imparava a spigolare (ma non c’erano lamine!), a cambiar direzione e perfino a fermarsi, ma vuoi mettere l’ammirazione delle ragazze che vedevano scender questo intrepido avvolto in una nuvola di neve?

Pian piano lo sci divenne sport, da prima elitario, poi sempre più popolare. Che sui monti dell’Abetone poteva sorgere una bella stazione sciistica se ne accorse il fascismo e, in particolare, Edda Ciano, sempre alla ricerca di alcuni divertimenti “esotici”, lei che era stata tanto in Cina. Cominciò a frequentare l’Abetone; e si raccontano le interminabili partite di poker delle nottate brave della sua corte. Arrivò qualche volta a sciare anche il principe ereditario, che batteva, usando l’apposito slittone a contrappesi, la prima pista tracciata fra gli abeti, cioè la Selletta. Però il regime, che nel frattempo aveva (1936) costituito l’Abetone come Comune e ne aveva fatto podestà un tecnico come l’ingegner Lapo Farinati, pensò che il vero e proprio centro sciistico non fosse sui monti immediatamente prospicenti il paese; ma, piuttosto, in una desolata valle (basti ricordare il suo nome originario: val delle Pozze) che era subito dopo il valico nel versante modenese. Come si poteva fare per collegarla con il centro mondano, sede del Comune? Attraverso una galleria di tre chilometri scavata sotto le Tre Potenze, cioè la vetta più alta della zona, lungo cui correva il confine fra tre stati pre-unitari: Toscana, Modena, Lucca. Chi percorre il sentiero di vetta, indicato col numero 00, trova ancora i cippi confinari in pietra. Quando il turista fosse sbucato nella vallata delle Pozze avrebbe trovato grandi attrezzature: un largo piazzale, alcune piste corredate di moderne funivie, un grande albergo in mezzo al comprensorio, poco sotto la villa del podestà e progettista, più sopra l’ippodromo di alta montagna sui cui i cavalli avrebbero corso con ferri chiodati, il laghetto gelato per i pattinatori. Il tutto illuminato da un grande faro, che dalla cima avrebbe reso visibili queste meraviglie, a servizio di un turismo tecnologicamente avanzato.

Sci Appennino Pistoiese

Nella Val di Luce

Il progetto fu redatto, ebbe una sua circolazione e si dette inizio ai lavori. Alla metà della conca della vallata, allora poeticamente ribattezzata val di Luce (e il nome è rimasto) spicca ancora, perfettamente integrato con l’ambiente, l’albergo costruito con la pietra locale, è ancora in piedi la villa di Farinati, anche se non fu mai utilizzata; la strada che congiunge queste due costruzioni risulta ancora tracciata e consente attuali escursioni, se, pure, oggi è soprattutto tratto di pista sciistica. Ciò nonostante, quando si arrivò al 1942, cioè quando la guerra cominciò ad andar male, il grandioso progetto fu abbandonato; del resto lo stesso primo podestà, Lapo Farinati, era stato sostituito da persona più in linea con il regime.

Oggi, la val di Luce è divenuta parte integrante del comprensorio sciistico dell’Abetone, che negli ultimi decenni ha molto potenziato i suoi impianti e ampliato il numero e la lunghezza della piste. Dal rifugio più alto, sul monte Gomito, è possibile scendere con gli sci ai piedi per tutta la valle e dal suo fondo essere riportati alla cima. I due comprensori sono così integrati e costituiscono la più ampia e attrezzata risorsa sciistica della Toscana (da non temere il confronto con note e importanti località alpine).

Chi ne discende le piste può trovare non solo possibilità sportive di alto livello, ma è anche in grado di respirare quell’aria di storia e tradizione che i luoghi ancora emanano. Qualcuno dei più anziani, magari ricordando i racconti del nonno boscaiolo, può raffrontare la modernità dell’oggi con quello che era la val delle Pozze dell’inizio del Novecento, quando, addirittura, vi fu insediato il campo di reclusione dei prigionieri austriaci durante la prima guerra mondiale. I quali, alloggiati nella vallata, furono messi a compiere lavori ritenuti di utilità comune: e, infatti, il più noto itinerario corrente fra l’Abetone e la val di Luce si chiama ancor oggi “il sentiero del Tedesco”.

www.abetoneapm.it

TESTI

Lorenzo Cipriani

FOTO

Carpe Diem – Abetonesport

 

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