Quando i metati rimanevano accesi

Quando i metati rimanevano accesi

La filiera della castagna nel ristrutturato Mulino di Giamba.

Nella Val d’Orsigna, Orsigna è il monte, Orsigna è il fiume, Orsigna è la Valle. Il nome Orsigna si riferisce, infatti, non a un paese ma a un territorio, ad una valle dell’Appennino Pistoiese di confine fra la Toscana e l’Emilia, fra Pistoia e Bologna.

Al tempo dei romani il territorio di Orsigna era già citato come Alpis Ursina e vi scorreva una deviazione della Via Cassia, probabile collegamento secondario fra l’Etruria e la Gallia Cisalpina. L’attributo latino Ursina, cioè degli orsi, si trasforma poi in Orsigna: ciò dimostra che il nome Orsigna deriva dalla presenza di orsi nella valle. Questa tesi è confortata anche dal toponimo “Pian degli Orsi” che indicava fino a non molti anni fa, in vetta alla valle, il luogo dove nasce una delle due sorgenti del fiume Orsigna. Altre narrazioni fanno derivare il nome di Orsigna dalla famiglia Orsini o, più poeticamente, da una Principessa Orsina che avrebbe regnato sulla valle. Ma queste ipotesi non sono finora avvalorate da alcun elemento.

Nell’Alto medioevo Orsigna faceva parte della giurisdizione demaniale del Comune di Pistoia fin dal secolo XI in cui fu costituito il Comune. Ma ancor più della storia della valle ciò che colpisce in Val d’Orsigna è la sua conformazione orogenetica, territoriale e naturale. La valle ha una forma teatrale: è uno scenario di montagne che compongono un’armoniosa e affascinante linea di cielo, un orizzonte che abbraccia il territorio sottostante.

Orsigna è composta da numerose “borgate” che sono insediamenti interessanti da visitare perché spiegano bene l’architettura dell’antica montagna caratterizzata principalmente da edifici in pietra, tetti in scandole, finestre strette, porte piuttosto piccole e soffitti bassi. Un’edilizia “ecosostenibile” anticipatrice delle attuali politiche di risparmio energetico.

Le borgate sono tutte abitate d’estate e anche d’inverno e soprattutto negli ultimi anni si è verificato nella Val d’Orsigna un fenomeno in controtendenza rispetto al diffuso spopolamento delle montagne, con l’arrivo di nuove famiglie. Nella Val d’Orsigna si parlava e tuttora si parla un italiano fluido e corretto tanto che Leopoldo II, Granduca di Toscana, volendo a corte per il primogenito maschio una balia che parlasse con termini appropriati e senza inflessioni dialettali la lingua della terra in cui egli, di famiglia austriaca, governava, scelse proprio una donna dell’Orsigna, certa Venturi Maddalena Annunziata Elisabetta, nata a Casa Santini.

Val d’Orsigna è la più tipica valle Appenninica della montagna pistoiese anche per la sua caratteristica vegetazione appenninica costituita da castagni fino ai 900 metri di altezza, da faggi fino ai 1500 metri e poi dall’alpeggio erboso che è stato per secoli alla base della pastorizia, cultura ancora presente in Valle.

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Orsigna è come una castagna dentro un riccio: per scoprirne e assaggiarne la sua autentica bellezza, occorre percorrere, con calma e fatica, la sua storia, il suo paesaggio, il suo biotopo. E la valle ricompensa in tanti modi con numerosi spettacoli naturali e con i numerosi frutti che vi si possono raccogliere: mirtilli, lamponi, more e castagne. Fra questi spiccano proprio le castagne, frutto tipico della Valle dove si coltivano qualità pregiate dette “calaresi”, “pastinesi” e “ceppe”. I castagni sono un’importante risorsa dell’Orsigna anche perché l’intera filiera della castagna si svolge tutta nella valle in quanto la farina viene seccata nei metati della valle e macinata nel Mulino di Giamba, bella struttura costruita nel 1800 sul torrente detto Del Mulino e recentemente restaurato così bene da richiamare molti visitatori.

La raccolta delle castagne nella valle in passato era talmente abbondante che bisognava farsi aiutare da braccianti che venivano da fuori; erano assunte soprattutto donne, dette “raccoglitore”, che in genere provenivano da Monsummano e dalle vicine montagne del Bolognese, soprattutto da Boschi, del comune di Granaglione. Le raccoglitore, che venivano regolarmente pagate, rimanevano a mangiare e dormire nelle case di chi le assumeva: ne venivano assunte molte nelle borgate dove c’erano più selve, come al Goraio, al Castello e a Casa Colonna.

La stagione della seccatura delle castagne era anche tempo di veglie e balli. Nelle borgate di là dal fiume, al Goraio, al Castello e a Casa Riccio, tutti i sabato sera, venivano organizzate feste da ballo molto familiari, in cui si ballava al suono di una fisarmonica e di un violino e alle quali partecipavano anche le raccoglitore. Si facevano i balli tradizionali della valle: il ballo del chiamo, la quadriglia, il ballo dello schiocco, il ballo del merlo, alcuni dei quali si usano ancora.

Nei metati si vegliava quasi tutte le sere: si riunivano persone di più frazioni; si sedeva su panche basse per evitare il fumo; si mangiavano castagne cotte in vari modi, ballotte, tigliate e soprattutto bruciate, tutte cotte con grande maestria. Alla luce del fuoco da un “canzoniere” venivano raccontate storie, avventure vere o fantastiche, magie e fatti di paura per impressionare i ragazzi che poi difficilmente tornavano a casa da soli. C’era anche chi narrava novelle come quelle di “Le Mille e una notte” o recitava a memoria versi di Dante, come faceva Giovanni Catani che era capace, con le sue qualità di cantastorie, di trattenere l’attenzione di chi vegliava e si racconta ancora che i bambini si leticavano per sedere sulle sue ginocchia. Inoltre si parlava della vita quotidiana nel paese e nella valle e i giovani scherzavano fra di loro.

Insomma il tempo in cui i metati rimanevano accesi, si svolgeva una vera e propria vita di intensa relazione sociale e di trasmissione di saperi culturali e tradizionali fra le persone che abitavano la Val d’Orsigna ed era un momento di incontro e aggregazione fra generazioni ed anche fra i giovani delle varie borgate.

TESTO
Rita Corrieri Becherucci
FOTO
Riccardo Boccardi

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