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Brasilidade a Pistoia

Sul dolce sfondo collinare della Valle delle Buri, si erge una monumentale edicola. Lo stile richiama di proposito quello di Brasilia, la nuova capitale del Brasile inaugurata nel 1960. Eretto soltanto sei anni dopo, il 7 giugno 1966, il Monumento Votivo Militare Brasiliano ha preso il posto del Cimitero Militare Brasiliano che aveva occupato lo stesso sito dal 1944 al 1960, quando vennero rimpatriate le spoglie dei militari della FEB (Força Expedicionária Brasileira), i quali avevano combattuto come parte della Quinta armata dell’esercito alleato per la liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Dal 1947 fino al 2003 aveva vegliato sul Cimitero e poi sul Monumento, «col cuore rivolto al Brasile», Miguel Pereira, militare della FEB che, come altri suoi commilitoni, aveva sposato una giovane italiana, la pistoiese Giuliana Menichini, formando con lei una famiglia che, a differenza delle altre nate da storie analoghe, crebbe a Pistoia e visse il bel giardino curatissimo che contornava il Cimitero quasi come un’estensione del giardino di casa.

Miguel Pereira scattata il 2 novembre 1966

Miguel Pereira era nato nel Rio Grande do Sul il 9 giugno del 1918 da genitori portoghesi, ed era cresciuto in una fazenda a Pulador, vicino Passo Fundo. Entrato nell’esercito, collaborò come istruttore alla preparazione del corpo di spedizione brasiliano e nel settembre del 1944 s’imbarcò volontario, arrivando a Livorno il 12 ottobre 1944. In un diario scritto nelle prime settimane in Italia, ritrovato nei primi mesi dopo la sua morte nel 2003, aveva raccontato le esperienze legate all’impatto con la nuova realtà, la durezza della guerra, e aveva inserito riflessioni personali. Lo aveva chiuso in una data che si sarebbe rivelata fatidica: quella in cui incontrò Giuliana, in via Monte Sabotino, dove era alloggiato con la stazione radio del comando brasiliano; lo apprendiamo dal diario di lei, che racconta di aver fatto conoscenza quel giorno, 24 novembre, con «un giovine sergente Brasiliano».
Successivamente, dal lavoro di riordino dell’archivio di Miguel, è emerso lentamente, a fogli sciolti, un altro testo, che riguarda la storia del Cimitero Militare Brasiliano di San Rocco e quella dello stesso Miguel Pereira. Il quale ha sempre raccontato poco della guerra, e soltanto episodi dolorosi, come la morte per lo scoppio di una granata a Porretta di un commilitone che camminava accanto a lui, o fatti di rilievo umano, come i vari incontri con italiani a Pisa e nei paesi della Linea Gotica. Finita la guerra dovette rientrare in Brasile ma, mentre si preparava il matrimonio per procura con Giuliana, ottenne di poter essere inviato di nuovo in Italia a svolgere quella che già avvertiva come la sua missione di vita.

Dopo il rientro a Pistoia con la terza Sezione di Guardia del Cimitero Militare, il 5 febbraio 1947, Miguel e Giuliana sarebbero dovuti partire per il Brasile con il successivo cambio della guardia. Invece, a seguito dello smantellamento di tale organismo, fu nominato nel giugno dello stesso anno zelador, incaricato della vigilanza del Cimitero dipendente dal Consolato brasiliano di Firenze. Iniziò a registrare per scritto accadimenti salienti, visite importanti, cerimonie e quanto di significativo testimoniava quotidianamente. Negli ultimi anni ‘50 iniziò una scrittura più personale,
memorialistica ma non celebrativa, in cui riversava le proprie riflessioni sulla missione che gli era toccata.
«Nella Sezione di guardia, scrive, ero soltanto uno fra gli altri. Allora, nella circostanza in cui assumevo questa identità [di zelador], crebbe spaventosamente la mia responsabilità nella custodia di questa importante necropoli che è il sacrario dei brasiliani di qui … Camminando per la prima volta da solo tra le croci dei coraggiosi e valorosi pracinhas, feci con me stesso un solenne e intimo giuramento davanti all’Altissimo, che ogni giorno, entrando in questa foresta di croci bianche, avrei elevato le mie preghiere al cielo per l’anima di coloro che riposano qui; che avrei diretto il mio pensiero al Brasile perché qui sto rappresentando tutti i brasiliani».

Monumento Votivo Militare Brasiliano

La sua funzione lo portò naturalmente a rappresentare il Brasile a Pistoia, pur senza avere un ruolo diplomatico, facendo da tramite fra il Consolato di Firenze e le autorità cittadine, civili e religiose. Così acquistò una certa notorietà nella piccola città di provincia, dove lo chiamavano “il maresciallo brasiliano.” Era una persona aperta e cordiale, curioso della cultura italiana; frequentò per un certo tempo una scuola superiore e vari corsi specifici, si fece molti amici a Pistoia e fin da subito, frequentando le località della Linea Gotica alla ricerca dei caduti dispersi, coltivò rapporti con persone della montagna tosco-emiliana.
Ha sempre voluto tener vivo il legame fra l’Italia e il Brasile, l’aspetto umano e civile più rilevante connesso alla sua missione, che derivava dal suo ruolo, ma non si riduceva a compierne i doveri. A questi affiancò la scrittura e la conservazione della memoria dei caduti e, in nome loro, il mantenimento dell’amicizia fra i due popoli, culminato nella partecipazione come delegato dal Console di Firenze alla cerimonia per la pace del 15 maggio 1960 a Montecassino, insieme a rappresentanti di tutti gli eserciti che avevano preso parte alla Seconda guerra mondiale.

Quando poi, nel dicembre 1960, i resti dei militari sepolti a Pistoia vennero esumati e portati a Rio de Janeiro, la famiglia Pereira era molto cresciuta e Miguel dovette partire da solo nel 1961, per riprendere servizio in patria dopo la conclusione della missione che aveva svolto per quasi 14 anni.
L’incertezza di prospettive fece sì che Giuliana e i quattro figli rimanessero provvisoriamente (si pensava) in Italia; ma con la costruzione del Monumento Votivo nello stesso sito del Cimitero, gli fu rinnovato l’incarico di zelador, che svolse fino alla morte.
Nei primi anni ’80, ormai anziano, oltre a svolgere il suo incarico si dedicò ad attività confacenti al suo carattere gioioso e pacifico. Grazie al fisico massiccio e alla curatissima barba bianca fu invitato in una scuola materna a impersonare Babbo Natale, e questo in pochi anni divenne il suo “mestiere” a dicembre: raccontava ai bambini i viaggi delle renne, che dal Polo Nord passando per il Brasile arrivavano a
Pistoia, intercalando molte parole in portoghese che per quei bambini era la lingua di Babbo Natale. Con lo stesso spirito di amorevolezza, si dedicò alla divulgazione della storia della FEB e del Cimitero, collaborando con insegnanti e con ricercatori pistoiesi di storia locale.

A questi anni risalgono vari scritti brevi e interviste, in cui mantenne sempre esplicitamente una posizione di condanna della guerra, con la coscienza di «ex-combattente, che ha sofferto nel corpo e nell’anima gli orrori della guerra», propugnando l’amicizia fra i popoli come antidoto a ogni forma di violenza.

Testo di Michela Pereira e Donatella Pereira
Fotografie di Lorenzo Marianeschi

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