Non è una pratica nuova, ma ha rivoluzionato ugualmente il modo di coltivare. L’utilizzo di materiale organico come pacciamante risale a migliaia di anni fa. Il tempo e la chimica, poi, hanno fatto in modo che venisse dimenticata, per essere recuperata negli ultimi anni. Un po’ è stata la necessità di sostituire molecole non più utilizzabili, un po’ la volontà dei produttori di essere più sostenibili. Che sia una, l’altra o entrambe le motivazioni, oggi si tratta di una tecnica largamente adottata nel comprensorio vivaistico pistoiese.
Il valore aggiunto, però, non consiste solo nei benefici in senso ecologico, ma anche, e soprattutto, nell’aver instaurato una filiera virtuosa con il territorio circostante alla piana di Pistoia. Sopra la superficie dei vasi, e in minor parte anche in pieno campo, si possono osservare scaglie variabili di legno derivato dal taglio degli alberi dei boschi dell’Appennino. Se i benefici per le coltivazioni sono evidenti – in primis il controllo delle infestanti, la regolazione dell’umidità e delle temperature, l’apporto di sostanza organica – quelli per l’ecosistema boschivo sono meno evidenti ma più importanti.
Il cippato utilizzato è composto principalmente da latifoglie e permette di valorizzare il legname non utilizzabile per altri fini. Al contempo, offre la possibilità di rinnovare e gestire boschi che altrimenti rischierebbero l’abbandono, anche a causa del calo dell’utilizzo del legno come combustibile. La conseguenza secondaria è l’incremento dell’uso di manodopera che permette il mantenimento di operatori professionali nel bosco. Ne beneficiano la conservazione del territorio, con la cura delle strade, il mantenimento del reticolo idraulico e la pulizia del sottobosco.

Questo nuovo mercato è fiorito negli ultimi anni, grazie alla lungimiranza di alcuni coltivatori. Inizialmente il materiale più usato era il Miscanthus, una graminacea prodotta come pacciamante soprattutto in Francia. Da qualche anno, il suo utilizzo è diminuito a favore del cippato di legno. La tecnica si è affinata nel tempo, migliorando le caratteristiche in base alla dimensione delle scaglie e alla provenienza botanica. Le specie preferite sono Fagus, Fraxinus e, in generale, le latifoglie, anche se non
mancano cippati di conifere come l’abete rosso.
Ciò ha portato a una drastica riduzione dei prodotti antigerminanti distribuiti in vaso, consentendo parallelamente benefici agronomici di rilievo, soprattutto per quanto concerne la temperatura e il mantenimento dell’umidità. Anche in pieno campo esistono test promettenti. Stavolta il materiale utilizzato ha una provenienza simile ma diversa: si tratta del materiale di risulta dalla produzione dei pali di castagno. La corteccia di queste piante presenta caratteristiche interessanti, come la presenza di una piccola quantità di tannino.

I benefici più evidenti riguardano il mancato uso di prodotti chimici, unito al ruolo giocato dalla copertura del suolo nei periodi più caldi. Prove effettuate in vivaio, dopo un anno di coltivazione, hanno evidenziato i vantaggi di questa pratica: un incremento di sostanza secca nelle piante pacciamate pari a circa un terzo rispetto a quelle coltivate su suolo scoperto e diserbate.
Pure questo materiale proviene dalla Montagna Pistoiese e permette alle aziende produttrici di legname di valorizzare un prodotto di scarto.
Ciò che si può vedere sopra un vaso o a copertura delle piante in pieno campo è molto di più di un semplice derivato dal legname. È il risultato di un processo di filiera volto a una vera sostenibilità.

Testo e foto di Alessandro Gnesini
Fotografie di Carolina Begliomini




