De pictura – In ricordo di Umberto Buscioni

Aveva 87 anni Umberto Buscioni, uno fra i maestri più alti e candidi dell’arte toscana novecentesca, quando il 6 maggio dell’anno passato ci ha lasciato. Si era appena chiusa la mostra antologica che Pistoia aveva dedicato a questo suo artista…

Per due mesi, le sale di Palazzo Fabroni avevano vissuto di un respiro, quello del tempo che passa con dolcezza, mentre la luce accarezza le tele. Il viaggio attraverso le sale della mostra e attraverso la vita stessa di Umberto, prende avvio dai primi anni ’60. Umberto ha 33 anni ed è appena tornato a casa dopo i due anni trascorsi con Bianca sotto il cielo vermiglio di Marrakesh. La scrittura fluida, fluttuante di Cy Twombly è ancora presente nelle prime tele, dove i colori smalto del cielo, del prato, dello stagno prossimo all’Ombrone, entrano fra le stecche di una finestra. La scena internazionale appare declinata in un orizzonte fragrante, tenero, accarezzato, finalmente originale: il modo di Umberto. È il 1968 e nelle tele appare una Gilera stesa sul prato, abbandonata, a sognare una sosta di bellezza o d’amore. In primo piano, sfuggente, una cravatta e una giacchetta bianca. Il vento di Bonelle allegro agita le tende, irrompe, come Nuvolari. Parte dai campi, dall’argine erboso, fino a precipitare sul monte dei ranocchi, fra panni di bucato tesi ad asciugare, e giacche e cravatte a righe rosa, verde, blu di prussia, cadmio tenero; e grucce scomposte, camicie agitate dal vento, pantaloni a strisce colorate, l’ingenua vanità di una pochette, e aquiloni sgargianti. Vertigine di cielo. Dal 1965 circa nasce un gioco di ricerche condivise, con gli amici Barni, Natalini, Ruffi, sotto lo sguardo di Cesare Vivaldi. È lui a parlare di “emozioni dello sguardo” per i dipinti di Umberto, mentre si afferma la cosiddetta Scuola di Pistoia, che debutta nel 1966 alla Flori di Montecatini, poi alla Selected Artists Gallery di New York, quindi a Firenze. È in scena la nostra pop, una pop narrativa, lirica a tratti, che rappresenta i miti di una generazione come quella di Umberto, cresciuta in provincia, sognando di Londra o Parigi o di oltreoceano. Un nuovo realismo.

Umberto Buscioni al lavoro nel suo studio

Coi Settanta, qualcosa cambia nella pittura di Umberto, mentre si affacciano le ricerche concettuali. Scende nella sua ispirazione una sorta di inverno. I colori si fanno evanescenti, gli oggetti si dileguano, le superfici diventano pellicole translucide. È il modo nuovo di Umberto di difendere la pittura. Ma all’affacciarsi del citazionismo postmoderno e del ritorno alla pittura, nasce un nuovo ciclo pittorico. Le tele prendono la forma di pale, predelle, lunette, ispirati agli amati modelli di Pontormo, Rosso, Cecchin Salviati. I personaggi paiono sgomenti fantasmi di se stessi, lame taglienti, panneggi accartocciati. Non è un recupero da citazionista. È l’abbraccio della memoria, fra cielo e terra, vagheggiamenti e visioni. Nei dipinti dell’ultimo decennio, il tema è quello della conversazione dell’artista con i ricordi. Chiuso nella sua camera, osserva specchiere e grucce dell’armadio, cappottoni scuri e non più bianche giacchette gonfie di vento. Le persiane sono chiuse, la luce cilestrina. Seduto sulla poltrona di vimini, il pittore è circondato da presenze ineffabili che si manifestano come ombre, spesso benevole, talvolta minacciose, che lo trattengono, lo circondano o lo prendono per mano. Arriva il tempo delle grandi opere pubbliche per la sua città: le vetrate della Chiesa di San Paolo, fino al 2011; poi quelle per la scuola materna Area Blu di Pistoia, quindi per l’Oratorio del Cimitero di Chiesanuova a Prato. Le inquietudini si sciolgono nel calore della comunità. “C’è un fuoco che lambisce ombre e figure, un riverbero che illumina le nostre speranze, che brucia nelle ore di mezzanotte, nei trasalimenti dei nostri abbandoni. Si dà il caso che tutto sia fiamma che percorre, incessante, le nostre più profonde ragioni. È bene finire in gloria” (da U. Buscioni, Glossario, Firenze1992).

L’ultimo ricordo pubblico di questo nostro pittore: il finissage della mostra di Palazzo Fabroni. Lui si affaccia nella sala affollata, con le sue pantofoline rosse e il cappello di lana, a difendersi dal gelo di un sabato di fine gennaio, sceso da casa, il portone di fronte. In quel mentre della festa, due giovani musicisti avviano le note di Javanaise, un movimento della suite per flauto e piano jazz di Claude Bolling: un tempo vivace, quasi un ritmo di danza. Entra il tema come una folata di vento, le voci dei due strumenti si inseguono, per indugiare infine in un cantabile dolcissimo che sa di promessa affettuosa frescura. Il saluto di Umberto.

Testo di Giovanna Uzzani – Foto di Nicolò Begliomini

 

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