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Il gioiello del Montalbano

Il nucleo originario della villa fu edificato per volontà della famiglia pistoiese Panciatichi, i quali decisero di vendere tutto il complesso, sul finire del Cinquecento, al Granduca Francesco I de’ Medici. La famiglia fiorentina mantenne la proprietà fino al 1645, anno in cui fu ceduta ai nobili Attavanti. Il periodo nel quale la villa è stata proprietà della famiglia Medici ha consentito al complesso monumentale di diventare Patrimonio dell’Umanità e di essere pertanto inserito nel sito seriale “Ville e Giardini Medicei in Toscana”. I Medici, nel periodo in cui furono proprietari della villa, realizzarono importanti lavori strutturali, eseguiti sotto la sapiente guida dell’architetto di corte Bernardo Buontalenti.

                                                                                                                          I Bruciaprofumi di Anne e Patrick Poirer, 2006

Giusto Utens nel 1597 rappresentò La Magia in una delle lunette che l’artista realizzò per documentare le proprietà medicee della Toscana. Dall’immagine si comprende che la proprietà era intesa come vero e proprio centro agricolo e luogo di sosta per le battute di caccia della corte medicea presso il Barco Reale. Il perimetro murario era una vera e propria riserva protetta, esclusivamente destinata agli svaghi del Granduca e dei suoi ospiti. Proprio in una di queste occasioni, precisamente nel 1536, nella villa fu ospitato l’Imperatore Carlo V, come è documentato da una epigrafe conservata nella Villa, così come dalla “secchia” in rame, probabilmente utilizzata dall’illustre ospite per dissetarsi dopo una giornata di attività venatoria. Il cimelio è tutt’oggi esposto in uno degli ambienti più suggestivi, ovvero il salottino da ricevimento della Contessa Marcella Amati Cellesi, ultima proprietaria della famiglia prima del passaggio di proprietà al Comune di Quarrata. Con l’arrivo della famiglia Attavanti (1645- 1752), inizia una fase importante per quanto concerne le attività artistiche e gli interventi architettonici, riguardanti sia l’interno che l’esterno della villa. In modo particolare la realizzazione all’esterno della villa della cappella di famiglia (1698-1699), intitolata a Santa Verdiana, oltre alla edificazione delle due limonaie, la realizzazione della fontana circolare al centro del giardino a parterres. Le trasformazioni della villa sono peraltro documentate da un importante documento iconografico, l’incisione di Giuseppe Zocchi (1744), la quale restituisce un’immagine di assoluto interesse rispetto alle vicende architettoniche della villa.

                                                                                                                              la veduta della galleria al piano nobile 

Gli Attavanti decisero di realizzare importanti cambiamenti anche in merito alla funzione e disposizione degli ambienti interni, in primis realizzando lo scalone monumentale e le sale di rappresentanza, nonché arricchendo molte stanze con decorazioni a stucco e pitture ad affresco. Nella prima metà del Settecento si alternano numerosi artisti fra questi i fratelli Giusti, Paolo Monaccorti, Giovanni Bagnoli, Giovanni Domenico Ferretti, Tommaso Gherardini e altri.

                                                                                                      mito Il Rapimento di Cefalo, Tommaso Gherardini, 1744

Il ricco programma iconografico conduce l’osservatore verso una riflessione sul senso della vita e delle relazioni interpersonali, attraverso un continuo riferimento alle storie mitologiche e i conseguenti insegnamenti. Il percorso inizia sul soffitto dello scalone, con una allegoria che sottolinea la forza dell’amore sulla guerra, con le figure di Giove, Giunone, Marte e Minerva (Giovanni Bagnoli, 1710). Nel ricettino che precede l’ingresso al salone, ancora sul  soffitto l’artista Bagnoli ci presenta il Ratto d’Europa, mentre sulle pareti laterali due stupende pitture di Tommaso Gherardini (1744): da un lato raffiguranti episodi inerenti le pulsioni sentimentali con il “Rapimento di Cefalo”, dall’altro l’amore platonico e immortale fra Diana e Endimione. Il grande salone di rappresentanza presenta tre affreschi di Giovanni Domenico Ferretti, uno degli artisti più importanti del Settecento toscano. Il ciclo di pitture, realizzate fra il 1714 e il 1715, documentano tre importanti interventi di un giovane Ferretti, invitato alla Magia dalla famiglia Attavanti. Ferretti sul soffitto rappresenta diverse figure allegoriche, le quali rivelano la vittoria di virtù e sapienza su quelle che sono le inclinazioni negative del genere umano. Nelle pareti laterali l’artista  realizza altre due storie mitologiche, presentando Bacco e Arianna e Diana e Atteone. Intorno alla metà del Settecento furono realizzate anche le stupende pitture della galleria del piano nobile. Le pareti di questo ambiente ospitano vedute paesaggistiche e scorci di città, inseriti in elementi architettonici che creano l’illusoria sensazione di ritrovarsi sotto un loggiato. Nel piano nobile della villa, fin dal 2012, è ospitato anche un importante percorso museale dedicato a due artisti del Novecento italiano e legati per motivi biografici a Quarrata: Agenore e Alfredo Fabbri.

                                                                                                                            gli ambienti del “ricettino”

 

Testo Emanuel Carfora

Foto Nicolò Begliomini Lorenzo Marianeschi

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