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Happy lovers town

Un intreccio minimale rivela un immaginario fatto di amore universale.

Jonathan Calugi ha uno stile originale e immediatamente riconoscibile, giocoso e profondo insieme: nei suoi lavori forme e colori si incastonano su un’unica linea continua, raccontano storie di un cosmo interconnesso.
Con loro ha girato il mondo, lavorando per alcuni dei marchi internazionali più famosi, tra cui Sony, Google, Nike e The New York Times, nonché ospitato da gallerie e università.

Designer, illustratore, art director, autore. Calugi, come definisce il suo lavoro?
«A mio parere, il termine più semplice sarebbe: disegnatore. Ma in realtà non sono così bravo a disegnare. Ho il mio modo di farlo, che trasferisco in tutto quel che faccio. Credo che alla fine il mio lavoro venga riconosciuto proprio per questo».

Ha un percorso insolito: la sua firma raggiunge musei, istituzioni culturali e una varietà di progetti commerciali e non, come le serie realizzate per alcuni giganti della Silicon Valley o per i packaging della Durex.
«La mia è una sorta di arte applicata, che si muove su un circuito davvero trasversale: ora ad esempio ho una richiesta per una carta di credito francese. In questo momento, però, amo soprattutto
fare ricerca, uscendo da pattern già sperimentati».

           Monotipo realizzato per la collaborazione con Castello D’ama

Com’è iniziata questa avventura?
«Come tanti colleghi, ho disegnato fin dall’infanzia. Provengo da un contesto di ‘do it yourself’, di autoformazione. All’inizio non pensavo di fare l’illustratore. Un giorno per il mio gruppo musicale pubblicai dei disegni sul web e mi iniziarono ad arrivare richieste anche dall’estero. I miei lavori nascono spontanei e primitivi, rappresentano molto di me.
Oltretutto, non ritenendomi veramente capace di imitare, ho sempre messo qualcosa di mio.
L’idea di amplificare l’errore è diventata centrale. Non mi sento un artista digitale, le tecnologie si sono evolute ma sono ancorato a mezzi per certi versi preistorici».

I soggetti che ritrae evocano spesso la sfera quotidiana e personale: gli affetti, la casa.
«Sono soggetti emotivi. Anche i miei disegni più astratti sono basati su un’idea di scrittura, di racconto, di trasposizione di qualcosa che è al 99,9% un momento di felicità o il luogo da cui provengo».
Ha mai desiderato trasferirsi altrove, magari all’estero?
«Non mi sono mai mosso da Pistoia ed è stata una fortuna, penso che un altro ambiente avrebbe influenzato il mio percorso di crescita. Così, invece, ho capito da solo come evolvere, mentre un contesto diverso mi avrebbe probabilmente portato a rincorrere uno status anziché il mio lavoro».

      Dancers- Opere realizzate per mostra a Los Angeles – Istituto Italian Culture

Però da qui lei lavora soprattutto per il resto del mondo, dove è apprezzatissimo.
«La mia città offre la possibilità di raccontare in modo intimo. Creare e produrre nella tranquillità del mio studio è la cosa che mi dà più soddisfazione. Questo è però l’anno in cui ho deciso di fare qualcosa per Pistoia. Non mi aspetto niente di preciso ma, avendo un figlio piccolo, mi sono detto: perché no. In cantiere ho diversi progetti».

Il suo studio è un ex capannone in una strada secondaria di un quartiere residenziale, con il nome sul campanello scritto a penna su un pezzo di nastro carta. Qual è la sua giornata tipo quando non viaggia?
«La scadenza più importante è di solito l’entrata a scuola del mio bambino. Dopo le mail, le call con gli agenti e il lavoro prendo del tempo per me, faccio sport. Poi torno a disegnare e la sera cerco  di rincasare presto. Per tutto questo serve tempo, averlo è un valore incredibile. Forse in una città più caotica dovrei rincorrere una cosa o l’altra e cercherei di accontentare tutti, inseguendo la vita anziché viverla».

Come la trovano i committenti?
Il sito happyloverstown è fermo al 2010 (ma il portfolio di Calugi è su Behance, nda)…
«Le richieste arrivano anche se non le cerco, semplicemente perché non smetto mai di fare. Sono autodidatta, mi piace disegnare e se aspettassi che qualcuno me lo chiedesse probabilmente non farei nulla. Quel dominio lo comprai per altri usi attorno al 2005, alla fine invece ci pubblicai le mie cose, le diffondevo e le regalavo. A un talk, quattro anni fa a San Francisco, intervenni per Apple.
Il primo incontro con quest’ultima è del 2008, non capivo nemmeno l’inglese. Dopo che ebbi parlato un direttore creativo mi avvicinò dicendomi che era stato lui a scegliermi allora e che non aveva mai smesso di seguirmi. Certe cose, grazie anche a internet, accadono quasi senza rendersene conto».

 

                   Il Murales realizzato a Los Angeles sulla cultura Los Angelina

Condividere per lei è importante. Dove trova l’ispirazione?
«Nelle piccole cose. Guardo mio figlio ad esempio, il suo modo di scrivere e colorare. E ho accanto una compagna che mi spinge a fare sempre di più. L’ispirazione per me sta nel fare, ho un taccuino dove disegno liberamente: se mi fermo a pensare mi blocco, trovo impulso nel provare a sbagliare».

Un’opera che la rende felice?
«Quella per Airbnb One nel 2017, nata durante un viaggio treno e sfociata sui poster di una conferenza a San Francisco».

Come mai secondo lei piacciono così tanto i suoi disegni?
«Perché intercettano la semplicità e la connessione delle cose, insieme a un’idea di amore universale. Il mio lavoro è andato nella direzione di togliere sempre più elementi. Così, per rifarlo, occorre mettere qualcosa di soggettivo. Non contiene quasi nulla se non una linea nera con un po’ di colore, ma piace perché racconta una storia, le persone lo guardano sentendosi leggeri».

 

Testo Giulia Gonfiantini

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Pubblicazione di punta della Giorgio Tesi Group è la rivista trimestrale gratuita NATURART, edita in italiano e inglese dal 2010 con l’intento di valorizzare in Italia e all’estero le eccellenze e i tesori custoditi da Pistoia e dalla sua provincia. Naturart è media partner riconosciuto per gli eventi speciali di numerose istituzioni locali impegnate nella promozione del senso di orgoglio e di appartenenza a questo territorio.
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