Il cacciatore di immagini

L’Appennino tra Pistoia, Modena e Lucca raccontato con fotografie in bianco e nero.

Da tempo, un uomo si aggira per i crinali tosco emiliani e per le vie dei piccoli paesi che vi stanno aggrappati. Ha un passo tutto suo, tante soste e camminamenti mai troppo veloci.
Chi l’ha visto, ha subito pensato fosse un cacciatore solitario, uno di quelli che, della caccia, apprezzano soprattutto il momento dell’attesa e il gusto della predazione. Bisogna arrivargli vicino per capire che si tratta davvero di un cacciatore. Di immagini, però.

Si chiama Maurizio Pini e vive la fotografia come un mezzo che gli consente di esprimere se stesso e che, al contempo, permette di far conoscere e salvare uno dei palcoscenici più fragili, e perciò belli, della nostra Italia: la dorsale appenninica a cavallo tra le città di Pistoia, Modena e Lucca, ovvero uno dei triangoli più verdi e suggestivi della penisola italiana.
Maurizio ha da poco esposto al pubblico una serie di immagini, tutte in bianco e nero, che immortalano attimi di montagna e di vite da crinale dalle quali l’arte della fotografia riceve l’onere, e onore, di rendere eterno ciò che, altrimenti, sarebbe fugace e provvisorio.

Prima, ho usato il verbo “salvare” e non è stato un caso. Le foto di Maurizio sono salvamento.
Lo sono nei confronti delle piccole comunità appenniniche, sempre più erose dal miraggio della modernità che Maurizio, nel suo riprodurre in bianco e nero, sembra rifiutare; e lo sono, forse, anche per lo stesso fotografo e quel suo vivere una passione in modo totale, tanto da far pensare che il suo canale comunicativo privilegiato sia proprio quello di esprimersi tramite la fotografia.
“A cosa serve una profondità di campo se poi non c’è un’adeguata profondità di sentimento?”
Così si domandava William Eugene Smith, fotografo e documentarista americano del secolo passato.
Ecco cosa rende particolari le immagini di Maurizio: il sentimento.
È l’amore, tutto ritmato da pause e momenti tesi a trascorrere del tempo per cercare il dettaglio, che fa della sua fotografia un mosaico di sensazioni che arrivano, eccome se ci arrivano, al cuore di chi le osserva.
A volte sono crinali e pendii, altre sono boschi di castagno e borghi antichi, oppure genti. Non c’è immagine che non regali un sentimento: appartenenza, identità, fierezza, libertà, spiritualità, magnificenza, fragilità, comunanza, resistenza, fatica, nostalgia costruttiva. E poesia. In un mondo sempre più cinico e fin troppo “spiegato” serve un po’ di poesia. E in quelle foto ce n’è.
I sentimenti ci sono tutti. Ma, soprattutto, c’è impressa la vita degli Appennini. E quella trascorsa, sedimentata dal rotolio delle generazioni che, su questi monti, ci hanno preceduto.

Con me, il giorno che sono stato a Piteglio (perché era lì che Maurizio aveva esposto la sua mostra) c’erano anche una ragazza e un vecchio. Io guardavo le foto e, di tanto in tanto, mi capitava di ascoltare i discorsi dei due.
Tra di loro ci saranno stati settant’anni di differenza, ma a sentire i commenti che quelle foto cavavano loro di bocca non sembravano appartenere a due epoche così lontane.
Certo, il vecchio era avvantaggiato.
Riconosceva antiche usanze di bosco di castagni e bestie da pascolo. Soprattutto, era bravo a individuare le schiene dei monti.
Li chiamava per nome: Monte Gennaio, Spigolino, Libro Aperto…
Spesso, aggiungeva commenti di dove si trovavano e di quando, anche lui, c’era salito.
Nelle sue parole non c’era mai una nostalgia dolorosa, ma un qualcosa che, tramite l’immagine, lo riportava a quei luoghi che raccontava aver frequentato tanti anni fa.
Lì, ho pensato quanto la fotografia di Maurizio si presti a essere una specie di ponte che va oltre gli abissi che separano le generazioni, un’ideale passerella che collega uomini e donne separate nel tempo e nello spazio.
La ragazza sembrava distratta, era poco più che una bambina e forse era per questo che pareva avere ancora un refolo di stupore. Ogni tanto, mi ritrovavo spalla contro spalla con lei e, davanti ad alcune foto di Maurizio, mi chiedeva dove portava quel sentiero, oppure cosa facevano certi uomini radunati attorno al fuoco o, ancora, che significato potesse avere un pennato conficcato sopra una ceppa di castagno.
Io, per quello che potevo sapere, rispondevo. “Però, bello!” ribadiva. Bello sì, bambina. Ma è ancora più bello il fatto che sia una fotografia dei tuoi luoghi di montagna a farti strappare di bocca questa esclamazione.
Così com’è bello che ci sia, nottetempo o di giorno, con la neve, sole, nebbia, pioggia, vento, qualcuno che, in un’epoca in cui l’immagine è diventata un delirio corale, riesca a cogliere l’autentico sentire del vivere sulle montagne degli Appennini Tosco Emiliani.

Testo Federico Pagliai

Foto Maurizio Pini mauriziopini.com

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