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Il gusto di cambiare. La Transizione Ecologica come via per la felicità

Cosa rappresentano due secoli e mezzo nella storia dell’essere umano?
E quanto pesano sul pianeta Terra? Rispondere a queste domande prendendo in considerazione la sola variabile tempo, vorrebbe dire alludere ad una scarsa significatività.
Eppure quello che si è sviluppato con la rivoluzione industriale ha profondamente sconvolto le forme di vita di ogni parte del globo. Oggi, adottando una visione critica verso ciò che è stato, dobbiamo prendere coscienza che questo periodo storico sta volgendo al termine; e che siamo chiamati ad affrontare importanti
sfide, dalle quali dipenderà il futuro della specie umana su questo Pianeta.
Partendo da questi assunti è stata costruita l’intelaiatura de “Il gusto di cambiare. La Transizione Ecologica come via per la felicità” (Slow Food Editore – Libreria Editrice Vaticana, 2023): ultimo libro che ho scritto insieme all’economista francese e gesuita Gael Giraud. Un lavoro che nasce da esperienze di vita e campi di applicazione molto differenti – io gastronomo e attivista settantenne, lui sacerdote cinquantenne per anni considerato l’enfant prodige della finanza francese – ma che, attraverso la potenza del dialogo (magistralmente condotto da Stefano Arduini) ci ha uniti nella ricerca di quel paradigma che dovrà caratterizzare l’imminente fase storica della Transizione Ecologica.
Sebbene, dalla seconda metà del XVIII secolo ad oggi, abbiamo raggiunto livelli di sanità, di agiatezza economica, di educazione e di benessere in generale senza paragoni nella storia, risulta altrettanto doveroso evidenziare che per tutto questo lasso di tempo il modello industriale si è sorretto su di una pericolosa concezione: Partiamo dall’aspetto demografico.
Si stima che gli abitanti della terra nell’anno 1 d.C. fossero circa 200 milioni. Nei seguenti mille anni la popolazione terrestre si è assestata intorno ai 400 milioni di individui. Passano altri sette secoli e mezzo, e all’esatto inizio della rivoluzione industriale erano presenti contemporaneamente meno di 800 milioni di persone.
Oggi, dopo nemmeno 3 secoli, abbiamo superato gli 8 miliardi.
Ecco un primo ed enorme impatto del periodo storico in questione sul nostro Pianeta. A questo proposito è interessante il punto di vista di Padre Giraud, il quale sostiene che ad accompagnare questo boom demografico senza precedenti, vi siano state delle trasformazioni politiche e sociali profondamente connesse ai combustibili fossili. Ovvero quelle risorse su cui abbiamo basato ogni processo produttivo-industriale, il cui utilizzo a dismisura impatta significativamente sulle emissioni di CO2 e sulla salute degli ecosistemi.
È lo stesso professore a spiegare che, dall’inizio della prima rivoluzione industriale e per tutto il XIX secolo, fu l’estrazione e l’utilizzo del carbone a trasformare in maniera radicale ogni tipo di sistema economico e sociale. Poi, nel XX secolo, si intuì il grande potenziale del petrolio: il quale permette tempi di estrazione e costi di trasporto molto più vantaggiosi. Contestualmente a questo passaggio, all’interno delle società occidentali, si sono generati dei sistemi politicifinanziari strettamente connessi al regime energetico delle nazioni.

La copertina dell’ultimo libro di Petrini, scritto insieme all’economista francese e gesuita Gael Giroud

Tutt’oggi questo legame risulta essere indissolubile, basti dire che il 95% degli attivi finanziari delle più importanti banche europee è costituito da investimenti nel campo dei combustibili fossili.
Ecco spiegata la grande riluttanza dei poteri forti nel dare avvio in maniera concreta ad una nuova era. In altre parole, per molte realtà economico-finanziarie, investire nella Transizione Ecologica vorrebbe dire firmare la propria condanna a morte.
Con una crisi climatica arrivata allo stadio di irreversibilità, questi meccanismi perversi rappresentano una vera e propria minaccia. Ciò nonostante, il modello proposto ne “Il gusto di cambiare” vuole illuminare delle vie di uscita da questa grande impasse delle sfere politiche internazionali. A nostro modo di vedere, la soluzione più diretta passa da quel processo di “conversione ecologica” tanto auspicato da Papa Francesco, il quale commenta nella splendida prefazione che porta la sua firma: “questo libro ha generato in me un sapore di speranza, di autenticità, di futuro”.

Al contrario da quanto sostenuto da alcuni politici, infatti, la Transizione Ecologica non si manifesta come un periodo di mortificazione e di privazione.
Tutt’altro: virare verso una strada che risveglia la consapevolezza degli individui sugli effetti delle loro azioni sta a identificare un vero processo di liberazione da un modello che alla lunga non fa altro che produrre sofferenza, disuguaglianze e distruzione – permettetemi di dire che quanto successo in Emilia Romagna solo poche settimane fa ne è una triste e severa testimonianza.
Come esempio di emancipazione voglio avvicinarmi al campo che più mi compete: il cibo.
Nel farlo tengo a sottolineare che il sistema alimentare nel suo complesso (produzione, trasporto,  trasformazione, etc.) è responsabile per il 37% delle emissioni di CO2 a livello globale.
Si tratta dunque del comparto maggiormente incriminato per lo sconquasso ambientale. Uno scenario nefasto che può essere sconvolto dal nostro approccio quotidiano al cibo.

Primo consiglio: abbattere lo spreco alimentare. Come già detto, oggi sulla Terra siamo 8 miliardi di persone. Un sistema alimentare dopato dalla logica del profitto produce alimenti per 12 miliardi di persone. Considerando che non tutti godiamo delle stesse modalità di accesso al cibo – oltre 900 milioni di persone soffrono ancora di insicurezza alimentare – ognuno di noi spreca in media oltre un terzo del cibo che ha a disposizione. Sto parlando di 1 miliardo e mezzo di chilogrammi di cibo edibile che viene buttato via;  milioni di ettari di terra fertile sfruttati inutilmente; miliardi e miliardi di litri d’acqua sprecati nei processi di irrigazione e di allevamento. Insomma, se una parte consistente della popolazione mondiale – di quella fetta che di cibo ne ha in abbondanza – abbattesse considerevolmente il proprio spreco quotidiano, l’impatto generale sulle risorse idriche, sull’emissione di CO2 e sulla riforestazione sarebbe enorme.

Secondo suggerimento: privilegiare al momento dell’acquisto cibi locali e stagionali.
Scegliere alimenti che derivano da una produzione agricola rispettosa della natura e dei suoi cicli, vuol dire favorire pratiche agricole non inquinanti e che curano la fertilità dei suoli. Con acquisti di prossimità ci assicuriamo che i prodotti non viaggino e inquinino per migliaia di chilometri prima di finire sulle nostre tavole. Scegliendo di acquistare direttamente dal produttore si generano anche altre ricadute benefiche: ad esempio, il recupero di un certo tipo di socialità che, in opposizione alla grande distribuzione organizzata e all’ecommerce, ci porta a conoscere in maniera diretta chi coltiva il cibo e come lo fa. Allo stesso tempo, rinvigoriamo un’economia locale che altrimenti rischia di scomparire per via dei processi di  centralizzazione.

Terzo: evitare di scegliere e consumare cibi ultraprocessati.
Oltre a giovare alla nostra salute, l’eliminazione dalla nostra dieta di tutti quegli alimenti di stampo industriale e impregnati di sostanze chimiche come addensanti, coloranti e conservanti o ricche di zuccheri e grassi (barrette, merendine, snack, bibite gassate e cibi pronti in generale), consentirebbe di eludere processi di lavorazione altamente energivori; di abbattere consumi di acqua spropositati e di risparmiare chissà quante migliaia di chilometri percorsi dalle materie prime.
Affidiamoci dunque a cibi freschi e meglio ancora se non contenuti in confezioni monouso.
Da questo mi aggancio al punto seguente: il sistema alimentare è il principale utilizzatore di plastica monouso. Plastica che finisce ovunque, lenta a decomporsi e che oggi sta intasando i nostri mari. Non solo, uno studio dell’Università di Newcastle (Sidney) afferma che ogni settimana noi mangiamo 5 grammi di microplastiche, l’equivalente in peso di una carta di credito.

Il quarto comportamento virtuoso è dunque quello di escludere dai propri acquisti i prodotti imballati in confezioni usa e getta.

Petrini è il fondatore di Slow Food, il movimento globale in cui gli attivisti, organizzati

Eccoci alla quinta buona pratica: ridurre considerevolmente il consumo di proteine animali.
Gli allevamenti intensivi, oltre a minare qualsiasi tipo di etica, incidono in maniera gravosa sulle emissioni di CO2.
Noi oggi mangiamo annualmente una quantità doppia di carne rispetto a quella consigliata per un sano stile di vita. Uno squilibrio di proteine che genera in molti casi malattie cardiovascolari e altre disfunzionalità. Uno squilibrio alimentare con una forte ricaduta anche sulla biodiversità: il 50% dei mammiferi presenti sulla Terra vivono in allevamenti intensivi.
Dirò di più, il 70% di tutti gli uccelli, dalle aquile ai passerotti, è rappresentato da pollame di allevamento. Percentuali che danno il capogiro. Ecco che la transizione ecologica si traduce anche in transizione proteica, andando a preferire fonti di proteine vegetali come legumi e cereali.

Il sesto punto riguarda il bene più prezioso di cui disponiamo: l’acqua.
Tempi di siccità alternati a periodi di vere alluvioni ci hanno forse aperto gli occhi su questo tema. È giusto che nella nostra quotidianità, in cucina come in ogni pratica, noi adottiamo un consumo responsabile di acqua, senza disperderla.
La chiave di lettura di questi consigli sta proprio nella loro semplicità e fattibilità. Se è vero che presi singolarmente non potremo cambiare una situazione arrivata al punto del collasso; è altrettanto vero che muovere fronte comune, insieme a centinaia di migliaia di persone che scelgono di vivere in maniera più responsabile, renderà possibile il raggiungimento di risultati davvero determinanti.
A mio modo di vedere questo è il nuovo modo di fare politica.
Un modello che sarà in grado di scardinare anche la più rigida ritrosia.
Abitare in molti all’interno della stessa casa comune vuol dire impegnarsi in una più equa e intelligente gestione delle risorse che abbiamo a disposizione. La Transizione Ecologica ci chiede necessariamente di cambiare prospettiva. Impegniamoci dunque a pensare e agire come una vera comunità di destino, consapevoli del fatto che solo così potremo consegnare nelle mani delle future generazioni un’umanità in armonia con la nostra Terra Madre.

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