La fotografia rigenera l’arte

La produzione realizzata è un esempio riuscito del binomio tra arte e fotografia, dove quest’ultima, oltre ad essere medium, diviene vettore in qualità di disciplina creativa e mediatrice di simboli universali, che esprimono la sensibilità, la cultura e l’identità di un popolo, rendendole manifeste.
Nell’approcciare un’opera d’arte, in questo caso di matrice religiosa, frutto del saper fare tipico di una tradizione artigiana che ha fatto scuola nel mondo, il lavoro svolto da Nicolò Begliomini si articola attraverso una relazione profonda tra l’autore e il soggetto.
Certamente, questa è una condizione necessaria della fotografia: essere una pratica di relazione, che obbliga il produttore di immagini a trovarsi di fronte al proprio oggetto da rappresentare.
Inoltre, la storia della fotografia contemporanea ci dà indicazione dell’elemento che distingue la fotografia d’autore, rispetto a qualunque altra forma di rappresentazione per immagini.
Si tratta dell’intenzione del fotografo, della progettualità e della destinazione che un corpo di lavoro potrà raggiungere.
Se pensiamo all’opera dell’Altare Argenteo di San Iacopo, al processo di realizzazione che l’ha investita e che ha coinvolto numerosi artigiani orafi del e nel tempo, ci rendiamo conto che il rapporto tra questi ultimi e l’opera stessa è avvenuto in assenza del soggetto da riprodurre e con un obiettivo preciso: far giungere l’opera allo sguardo divino.
Condizioni e scopi mutano in base ai periodi storici e alle discipline.
Osservando il lavoro qui presentato, risulta chiaro come l’autore abbia compiuto una vera e propria performance. In altre parole, egli ha messo in atto una relazione, un dialogo con il soggetto inanimato, per sua stessa natura, al fine di stabilire un rapporto di reciprocità, in grado di conferire a quest’ultimo, una vibrazione, una nuova linfa vitale percettibile dallo spettatore contemporaneo, che ne diviene il destinatario.
L’azione non è affatto scontata e presuppone un atteggiamento consapevole, di chi sta lavorando alla produzione di nuova memoria, da profondere nell’immediato presente e nel futuro.

Alcune fasi del backstage durante la realizzazione – da parte di Nicolò Begliomini – delle foto all’Altare Argento di San Iacopo utilizzate prima per il libro e poi per la mostra

Rappresentare un’opera nella sua interezza, scegliere poi di soffermarsi sui dettagli, sui volti dei soggetti scolpiti, sulle mani, sugli oggetti che queste ultime cingono o sulle vesti indossate, vuol dire farli uscire da dove essi sono stati irreversibilmente posizionati, donandogli un’anima, per riconsegnarli alla visione e dunque alla comprensione e alla relazione con il pubblico di questo
tempo.
Non solo. Le fotografie di Begliomini ci spronano ad un’interazione con un oggetto, di fronte al quale, sentiamo di poter esprimere un pensiero, con il quale riusciamo a connetterci perché riconosciamo ciò che vediamo. La funzione pedagogica, educativa o di promozione della conoscenza di un manufatto di altissimo valore artistico e simbolico, grazie a queste immagini, fa scaturire nuova energia, in quanto viaggia insieme alla presa di coscienza di ciò che quell’opera può rappresentare per la società odierna e per la valorizzazione della sua identità.

Lo si evince dalla resa dei dettagli, che emergono come particolari netti e sconosciuti, cui avvicinarsi con rinnovato stupore o dalla prospettiva di insieme, scelta per riprendere l’oggetto nella sua integrità, donandogli una tridimensionalità, un peso specifico che lo riposiziona nello spazio e nel mondo.
Vi è un’impronta sostanziale che attinge dalla tecnica, dalla capacità di creare e di saper vedere, utilizzando un metodo e uno stile molto personali. Il saper fare di Nicolò Begliomini è riportare dei simboli con le immagini, traslare un mondo carico di significati in una serie di fotogrammi, osservando i quali, noi comprendiamo e riusciamo a far nostri i valori sottesi, perchè da quelle fotografie sono stati riletti e reinterpretati, riposizionati e ricollocati.


Tramite questo lungo lavoro, riusciamo a cogliere i codici culturali di cui un manufatto artistico – così complesso per storia e lavorazione, impiego di maestranze e di materiali – come quello qui proposto è intriso.
Dietro le immagini si svela la mano dell’uomo, prestata ad una creazione di devozione inanimata.
Essa può finalmente esprimere vitalità, solo mediante la minuziosa e scrupolosa esplorazione compiuta dal fotografo, che la restituisce come oggetto pulsante, dirompente, la cui funzione primigenia e altissima resta immutata, venendo al contempo ricontestualizzata, per essere ulteriormente accessibile e fruibile.
Il pubblico, finalmente, può instaurare una singolare relazione con l’opera e con tutte le espressioni in essa contenute.
Ed è in grado di farlo, grazie ad un corpus di immagini che rappresentano il percorso di costruzione della ricerca realizzata dall’autore.


L’operazione di Begliomini ha alcuni precedenti illustri nell’iconografia degli ultimi decenni. Si tratta di produzioni note, realizzate da grandi maestri, per cui vale la pena menzionare: Aurelio Amendola, che si cimentò sullo stesso soggetto negli anni Ottanta, con un volume considerato punto di riferimento per la rappresentazione e la comprensione dell’opera.
Amendola è certamente, insieme a Mimmo Jodice, tra gli esponenti più importanti del rapporto tra fotografia e scultura, tra l’immagine e l’opera d’arte. In entrambi gli autori appena citati, è possibile rintracciare la spinta dello sguardo oltre i limiti dell’umano e del contesto di riferimento e, come già scritto da Nicola Spinosa riferendosi all’opera di Jodice: “di palpitazione di cuore” di fronte ad immagini nitide e di forte impatto emotivo.

                                                Benedetta Donato

Dalle immagini di Begliomini, arriva il tratto di contaminazione tra le caratteristiche proprie della sua ricerca: sensibilità, conoscenza profonda degli ambiti di riferimento dell’opera e visione originale. Ammirando il lavoro e visitando la mostra, attraversando il percorso espositivo che presenta scelte innovative e coraggiose, noi ci riconosciamo nelle rappresentazioni proposte e ci riconnettiamo con l’alto valore simbolico-materico di un’opera che continua ad essere dotata di inaspettata vitalità, in un eterno presente.
Il valore di queste fotografie sta nel rigore compositivo, nel sapiente gioco di luci, nell’armonia dei contrasti che ne discende.
Soprattutto risiede nel potere di avvicinare due linguaggi apparentemente antitetici e distanti che, nel lavoro di Nicolò Begliomini, creano un binomio imprescindibile.
Grazie alla nuova visione restituita, si ripete un cammino spirituale e umano che dura da secoli. Si rende valore ad un’opera a lungo rimasta silente, che sollecita un discorso relativo all’identità e alla cultura; produce un impulso volto a creare sinergie e unioni, conferendo nuova linfa vitale all’opera artistica e spirituale dell’uomo.

testo Benedetta Donato

foto di backstage Lorenzo Gori

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