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La “Madonna del Baldacchino di Raffaello”

Storia dell’opera: La tavola della “Madonna del Baldacchino” fu commissionata a Raffaello dalla famiglia Dei per essere posizionata sull’altare della loro cappella all’interno della chiesa di Santo Spirito a Firenze, senza tuttavia mai giungervi perché rimasta incompiuta, in seguito alla convocazione di Raffaello a Roma da parte del pontefice Giulio II nel 1508.
Sebbene il Vasari dichiarasse che Raffaello “…..la bozza a buonissimo termine condusse”, i Dei rinunciarono alla tavola dell’Urbinate, appunto perché incompiuta, collocando nel 1522 sull’altare della propria cappella una nuova Sacra Conversazione, dipinta da Rosso Fiorentino.
Vedremo tuttavia più avanti, come le due tavole, hanno continuato ad incrociare il loro destino.
Tornando alla tavola della “Madonna del Baldacchino” la storiografia non fornisce precise indicazioni su dove essa fosse stata condotta dopo la partenza di Raffaello per Roma e chi la conservasse. Le prime notizie a riguardo risalgono ai primi decenni del Cinquecento, quando Baldassarre Turini, insigne protagonista della vita sociale  e politica di Pescia e in stretti rapporti con i Medici, divenne a Roma datario di Papa Leone X e amico di Raffaello, per il quale seguì alcune commissioni destinate al Re di Francia, diventandone infine anche esecutore testamentario, a seguito della morte dell’artista nel 1520. È questo il periodo in cui Baldassare Turini, ‘riammoderna’ la cappella di famiglia, posta sul fianco destro dell’allora chiesa di Pescia, di cui era Preposto, portandola a compimento nel 1543, su progetto di Giuliano di Baccio D’Agnolo e posizionando sull’altare proprio la pala di Raffaello.

                                                          quadro di Raffaello

L’architettura armonica e delicata della cappella richiama i rapporti spaziali e volumetrici tipici del Rinascimento fiorentino, divenuti comuni a Pescia anche in altri palazzi gentilizi dello stesso periodo, dopo l’elevazione della Pieve di Santa Maria Assunta a Diocesi Nullius (1519). Tale elevazione a ‘chiesa madre di tutte le chiese’ del territorio circostante determinò definitivamente la sottrazione della città di Pescia e della sua area di influenza alla giurisdizione del Vescovo di Lucca, dipendendo dal 1519 direttamente da Roma. La Diocesi, priva quindi di un proprio vescovo, viene gestita dai Canonici del Capitolo, che inizieranno ad eseguire, a metà del XVII secolo, i grandi lavori di trasformazione dell’antica pieve, fino ad ottenere la conformazione attuale della Cattedrale.
La tavola raffaellesca rimane nella cappella Turini ininterrottamente fino al 1697, quando il Gran Principe Ferdinando II, figlio di Cosimo III, dedito al collezionismo delle opere dei maggiori artisti del passato, chiede ai Canonici di acquisire per sé l’opera, proponendo in cambio ingenti somme in denaro che gli stessi, probabilmente, dati i grandi lavori ancora da completare, non possono rifiutare, ottenendo inoltre anche la realizzazione del grande organo in legno e stucco sul transetto sinistro, recante ancora oggi lo stemma mediceo.
Il Gran Principe Ferdinando, consapevole tuttavia della forte devozione dei pesciatini nei confronti della Madonna del Baldacchino, onde evitarne le ire e le eventuali sommosse di ribellione, decide di lasciare in sostituzione dell’originale, una copia, commissionandola al pittore di corte Pier Dandini. Una volta conclusa la copia, la rimozione e la sostituzione della tavola raffaellesca fu eseguita di notte, in tutta segretezza, conducendo quindi l’opera a palazzo Pitti per aggiungerla alla collezione dell’attuale Galleria Palatina. Una volta giunta al palazzo, la tavola fu inserita all’interno di una cornice già predisposta sulle pareti della quadreria, come consuetudine del tempo, ma essendo la cornice più alta della pala stessa, fu eseguita una trasformazione della tavola originaria con l’aggiunta di una parte superiore, ancora oggi individuabile per la visibilità dei punti di contatto e per la diversa cromia del disegno. E’ curioso pensare che la stessa sorte sia capitata anche alla tavola di Rosso Fiorentino, preferita dalla famiglia Dei alla incompiuta “Madonna del Baldacchino”, ma ad essa ricongiunta nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti, in seguito alla pratica di collezionismo di Ferdinando II dei Medici.

a sinistra San Pietro e San Bernardo e a destra Sant’Agostino nel gesto di indicare il particolare evento

Descrizione ed elementi innovativi della “Madonna del Baldacchino” In seguito a quanto sopra è legittimo pensare che la copia di Pier Dandini rappresenti oggi le dimensioni originali della famosa pala, conservandone le misure e quindi la reale composizione ideata da Raffaello.
Una composizione classica relativa ad una ‘Sacra Conversazione’, con Maria ed il Bambino al centro, posizionati su un trono e contornati da Santi, intenti appunto a dialogare ed angeli che, in questo caso specifico, volano in alto a sorreggere i tendaggi del baldacchino, come a scoprirne il prezioso contenuto.
Il dinamismo e l’espressività delle figure dipinte, definite nella forma e nell’atteggiamento del corpo a sottolineare l’intesa tra i protagonisti e soprattutto il gesto e lo sguardo di invito di Sant’Agostino verso lo spettatore che osserva il dipinto, costituiscono un modo tutto nuovo e ‘moderno’, per l’epoca, della rappresentazione di una scena pittorica.
La composizione corrisponde ai canoni classici di equilibrio e armonia delle forme, ma la struttura dello spazio fisico, sottolineata da una architettura accennata dalla presenza di colonne con capitelli corinzi e i gesti dei protagonisti, a testimoniare l’intesa e la comunicazione tra essi, sono elementi assolutamente innovativi, capaci di stimolare, in chi guarda, un diretto coinvolgimento all’interno della scena. Innovativo è anche il rapporto emotivo suscitato nelle figure: lo sguardo tenero di Maria verso il figlio a indicare lo stretto rapporto affettivo; il Bambino Gesù che perde l’atteggiamento composto toccandosi il piedino in modo giocoso e i due putti, in primo piano ai piedi del baldacchino, che esprimono allegria e spensieratezza nella lettura del cartiglio. Che dire inoltre degli angeli che volando sostengono la tenda: un tripudio di vesti e di capelli scomposti dal vento, un dinamismo che si impone con forza nella pittura. Una espressività quindi ben lontana dalla statica e formale compostezza del tardo Quattrocento, che tanto ha caratterizzato anche le opere del più grande maestro di Raffaello: il Perugino.

estratto dalla tavola di Raffaello: i putti – punto geometrico focale dell’opera ed espressività giocosa

L’idea ordinatrice del progetto di allestimento della pala di Raffaello all’interno della Cattedrale di Pescia La presenza della tavola di Raffaello a Pescia per oltre centocinquanta anni, è la testimonianza di un intenso periodo storico caratterizzato da trasformazioni politiche, sociali, ed economiche della città e del territorio circostante, tanto da manifestarsi la possibilità di un temporaneo ritorno della preziosa opera all’interno della Cattedrale di Pescia, come evento espositivo inserito nel progetto “Uffizi diffusi”, capace di promuovere connessioni e valorizzazioni dell’intero sistema dei beni culturali della città e del territorio circostante. Per realizzare quanto previsto, è stato necessario operare varie trasformazioni alla cappella Turini. La prima trasformazione ha riguardato l’altare, ad oggi sormontato da una imponente cornice in marmo ottocentesca, contenente usualmente la tavola di Pier Dandini, nonché la parete su cui si apre una imponente finestra palladiana, da oscurare e coprire per simulare una parete di appoggio alla tavola del Dandini, una volta rimosso dall’altare. E’ stato necessario eseguire una serie di trasformazioni nel massimo rispetto della materia storica, senza danneggiamenti o pericolose manomissioni, con semplici sovrapposizioni di piani a copertura di sicure strutture portanti metalliche, nascoste da pannelli in cartongesso a simulare pareti in muratura. Tuttavia, il progetto si è spinto anche oltre: la scelta di poter riproporre l’antica pala d’altare all’interno della sua prima dimora, ricollocandola nella posizione originaria, dove è stata ammirata e venerata, ha costituito una vera e propria ri-contestualizzazione della pala stessa, nel rapporto con l’architettura della cappella Turini.

                               una fase dell’allestimento

Il diretto raffronto con la copia del Dandini, inoltre, ha costituito la possibilità di comprendere la condizione di conservazione di allora, immaginando come essa potesse apparire a fine Seicento, forse alterata nei colori e nella lucentezza a causa della lunga esposizione alla polvere ed ai fumi delle candele; oppure, con la percezione diretta della parte aggiunta in sommità, capire quale potesse essere stato il vero rapporto spaziale con l’architettura circostante.


Il confronto tra la tavola originale e la copia del Dandini è stato possibile posizionando le due tavole a poca distanza ma in spazi autonomi senza contaminazione del proprio ambito espositivo, rafforzando così il confronto diretto. L’operazione ha determinato quindi non lo spostamento dell’opera da un museo ad un altro, quanto piuttosto la possibilità di ammirarla là dove era stata pensata da Baldassarre Turini, che per essa, o meglio ‘intorno ad essa’ fece appunto ammodernare tutta la cappella, secondo canoni dell’architettura fiorentina, riconoscibili, come accennato in precedenza, anche all’interno dell’opera stessa.
La tavola resterà esposta all’interno della Cattedrale di Pescia fino al primo ottobre, dopo di chè sarà nuovamente riportata all’interno della Galleria Palatina di Palazzo Pitti.

Testo Antonella Galli
Foto Claudio Minghi

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