Libero confinamento

Libero confinamento. Titolerò così, in italiano, queste brevi note sul mio personale lockdown. Un isolamento da sempre invocato, ma che ha incominciato tardi ad interessarsi di me. A sessantacinque anni compiuti, dieci anni or sono, qualcosa è successo: mi sono ritirato in questa casa, dove vivo, dividendo il tempo con le mie muse, fra lettura, scrittura, pittura, musica… e, per ricreazione, la cura dell’orto. Poi è arrivata improvvisamene la costrizione attuale dovuta all’epidemia del Covid-19. Domicilio coatto o arresti domiciliari e per me, che ammanto gli eventi di poesia, una forma di clausura. Nei secoli scorsi i nobili spagnoli passata una certa età usavano ritirarsi in convento. Il sogno carezzato per tutta la vita di vivere isolato dal mondo per occuparmi soltanto del mio lavoro mi è stato imposto perentoriamente da un implacabile virus. Cosa ha significato questa situazione estrema? Non vedere nessuno, rinunciare ai contatti esterni, spesso indispensabili e, talvolta, doversi affidare agli altri creando così una forma di dipendenza. Dipendere è di per sé una punizione. Ma, se l’isolamento è sostenuto da uno stimolo creativo, niente di meglio per disegnare, scrivere e dipingere in solitudine. Ti senti al sicuro nello studio, davanti a un foglio di carta, sentendoti legato alla sedia, come volle l’Alfieri, da un filo immaginario, costretto a lavorare, senza alternative, con l’ispirazione che tarda a comparire. Circumnavigando attorno al grande piano operativo guardo il foglio bianco che vi è posato sopra e immagino cosa nascerà. Il soggetto non ha importanza, la tecnica nemmeno. Importante è operare. Il risultato vedremo. Il signor Biro ha inventato la penna a sfera che tutti usano, ma è la grafite del lapis la regina del segno che risponde alla tua sensibilità. È l’inchiostro della stilografica che rende vive le parole che componi “… c’è sempre una goccia del nostro cuore nell’inchiostro che usiamo” (Hermann Zapf). Più scrivi più scriveresti e contemporaneamente più disegni più disegneresti. Chiuso in una stanza, prigioniero della fantasia o del lockdown, se non riesco con le parole riuscirò con i segni e viceversa. L’immagine dipinta è una compagna che sorveglia e sostiene la scrittura o la lettura di un brano letterario, mentre operi, allenta la tensione che comprime il pensiero. La creatività è un patrimonio di tutti, un processo di liberazione, un aiuto a chi è soggetto alle restrizioni dell’emotività, un aiuto a chi si afferma attraverso una sensibilità esposta e a volte dileggiata. Un dono concesso all’uomo perché ne faccia un uso esclusivo. Molto spesso mi domando, in questa società sopraffatta dalle immagini, quale sia il senso dell’arte. Quale sollievo prova l’uomo davanti a un’opera d’arte. Ma non trovo risposta se non nell’operare avvertendo incalzante lo stimolo della ricerca e il bisogno della scoperta. Da sempre questo desiderio si è manifestato vitale e inalienabile, una necessità di cui non potrei più fare a meno. Mi viene in mente Egon Schiele imprigionato per oscenità. Era disperato sino a quando finalmente gli concessero fogli e colori. L’uomo rinacque, l’artista trionfò e il buio della cella svanì. È un parallelo calzante con il momento storico che stiamo attraversando. All’immortalità dell’arte fa eco l’immortalità dello spirito e l’uomo che si sente una divinità è tenuto in scacco da un microrganismo. È curioso che la distanza fisica, a cui siamo sottoposti, rafforzi i legami ed è altrettanto curioso che gli intenti e i propositi di un’artista , affidati anch’essi al fato, vivano una condizione privilegiata riscattati dalla creatività.

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