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Pistoia città di pietra

L’uomo nella sua esistenza ha sempre viaggiato per necessità, per cultura, per semplice curiosità o piacere di scoprire. L’Italia con la sua molteplicità di paesaggi, di luoghi di cultura e tradizioni ha rappresentato nel XVIII secolo la meta privilegiata per il completamento dell’istruzione di un élite di viaggiatori del nord Europa. Era il cosiddetto Grand Tour, che si può dire abbia rappresentato il primo fenomeno di turismo.
Ma cosa colpiva, e colpisce, il viaggiatore che da lontano giungeva al villaggio, alla città? Le forme architettoniche, le loro superfici di pietra, di laterizi, di intonaci con le loro tinteggiature e finiture segnate dello scorrere del tempo. Le superfici identificano i centri abitati, particolarmente quelli con una lunga storia urbana, parlano delle loro diverse fasi di edificazione, del loro rapporto con il territorio.
In passato i materiali utilizzati per costruire città e villaggi erano quasi esclusivamente quelli reperibili localmente. Ogni territorio era caratterizzato dai propri materiali da costruzione e dalle proprie tecniche di finitura. Nel territorio della penisola, grazie alla grande variabilità geologica ed alla presenza di una frammentazione amministrativa che si è protratta fino alla seconda metà del XIX secolo, queste differenze sono particolarmente evidenti.

particolare in marmo della chiesa di San Pier Maggiore a Pistoia

Pistoia a questo riguardo è particolarmente interessante in quanto mostra uno stretto legame con il territorio in cui si è sviluppata, legame che le permette di differenziarsi da Firenze ed in parte dalla vicina Prato. Tuttavia non manca di mostrare relazioni con territori anche lontani, testimonianza di influenze che si erano create in particolari periodi.
Geograficamente la città si trova al vertice nord ovest della conca che arriva sino a Firenze e che costituisce un bacino fluvio-lacustre legato alle forze distensive seguite alla formazione della catena appenninica. In questa sua posizione appare circondata da un anfiteatro di colline che a nord si sollevano nelle montagne dell’Appennino. Strutturalmente queste colline sono formate da due principali unità tettoniche, l’Unità tettonica di Morello e quella della Falda Toscana. Si tratta di due insiemi distinti di formazioni geologiche che si sono sovrapposte durante le spinte compressive che hanno portato alla formazione dell’Appennino Settentrionale, avvenuta a partire dall’ Eocene superiore (circa 35 m.a). In particolare, l’Unità tettonica di Morello, che si era formata per processi di sedimentazione ad ovest dell’attuale catena appenninica, si è sovrapposta all’Unità della Falda Toscana, sedimentatasi più ad est.
Litologicamente l’Unità Tettonica di Morello, nel territorio pistoiese, è costituita da una parte basale argilloso-calcarea di età cretacica (circa 60 m.a) seguita da una spessa sequenza calcareo-marnosa di età Paleocene-Eocene (50-35 m.a) da cui proviene la Pietra Alberese, utilizzata nell’architettura della città.
L’Unità tettonica della Falda Toscana, nell’anfiteatro collinare che circonda la città è prevalentemente rappresentata da arenarie di età oligocenica (30-20 m.a.). Si tratta delle arenarie della Formazione del Macigno, tradizionalmente chiamate Pietra Serena per il particolare colore grigio al taglio fresco che richiama il cielo sereno, anch’essa utilizzata nell’architettura cittadina. Importante però è anche ricordare le successioni di età Giurassico inferiore-Eocene inferiore (età 200-40 m.a.) che affiorano nel colle di Monsummano, da cui proviene un bellissimo materiale usato in città.
A queste due unità tettoniche si deve aggiungere una ulteriore unità tettonica che si sovrappone a quella di Morello, costituita prevalentemente da rocce magmatiche di età Giurassico-Cretacica (160-100 m.a.). Questa unità affiora in territorio pratese, al confine con la provincia di Pistoia, precisamente al Monte Ferrato, da cui proviene il famoso Verde di Prato. Tutte queste rocce saranno descritte successivamente.
Iniziamo ora la passeggiata per la città alla scoperta dei materiali lapidei con cui è stata costruita e con cui è stata decorata. La Pietra Serena è il materiale principale con cui è stata costruita la città. Come precedentemente accennato si tratta di un’arenaria, cioè di una roccia sedimentaria. In particolare, questa roccia si è formata per frane sottomarine di sedimenti sabbiosi (correnti di torbida) che sono avvenute e avvengono tuttora nel margine della piattaforma continentale. Con il diminuire della pendenza in corrispondenza del piede della scarpata continentale, il movimento franoso perde progressivamente velocità deponendo gradualmente i sedimenti sabbiosi. Ogni episodio franoso forma uno strato sabbioso e fra uno strato e l’altro avviene la deposizione di sedimenti fini di natura argillosa. Questi sedimenti, sottoposti ad un aumento di temperatura e pressione in seguito a processi geologici, si trasformano in rocce, rispettivamente le sabbie in arenarie e le argille in argilliti. L’utilizzo di questa roccia è sia in grossi ciottoli di origine fluviale, prelevati dal greto dell’Ombrone e del torrente Brana, come si osserva nella terza cerchia di mura e in alcune case torri, sia in conci regolarmente sbozzati come ad esempio nel Palazzo Pretorio e nel Palazzo Comunale. Inoltre è presente come elemento di decorazione architettonica, ad es. conci angolari, cornici marcapiano, fusti di colonne, portali. A questo proposito ricordiamo il portale di ingresso alla Basilica della Madonna dell’Umiltà ed il loggiato rinascimentale dell’Ospedale del Ceppo, costruito nel 1502 sul modello dello Spedale degli Innocenti di Firenze, che si caratterizza per l’uso di blocchi monolitici grigi di Pietra Serena (colonne, lesene, cornici marcapiano) in contrasto con campiture di intonaco bianco. Camminando si osserva però che spesso i conci arenacei hanno un colore giallo bruno. In questo caso si tratta della varietà di Pietra Serena chiamata Pietra bigia, una varietà che si è formata per fenomeni di ossidazione della roccia avvenuti in profondità ad opera di soluzioni acquose circolanti in prossimità di fratture. Questa varietà è diventata di moda successivamente al XVI sec.
L’altro materiale da costruzione, impiegato in conci accuratamente sbozzati è la Pietra Alberese, chiamata così dal naturalista toscano Targioni Tozzetti per la presenza di “piccole figure d’alberi” dovute a concentrazioni di ossidi di ferro e manganese. Composizionalmente questa roccia è un calcare marnoso, cioè un calcare che contiene una piccola percentuale di minerali argillosi. Come esempio, è presente nella maggior parte del paramento esterno lato nord della Cattedrale di San Zeno, nella parte basale di San Giovanni Fuorcivitas, nella facciata di San Salvatore, nella ex chiesa di Santa Maria Cavaliera, nella Torre di Catilina in associazione con la Pietra Serena, nel registro inferiore della facciata di Sant’Andrea, nella decorazione bicroma della Chiesa di San Francesco.

Cattedrale di San Zeno a Pistoia

Siamo giunti ora a parlare del Verde di Prato che è utilizzato soprattutto per la decorazione bicroma degli edifici religiosi. Scientificamente questa roccia è chiamata serpentinite per il suo aspetto simile alla pelle di un serpente. Presenta infatti diverse tonalità di verde, dal chiaro allo scuro fin quasi al nero, talora con riflessi bluastri con aspetto spesso “picchiettato” e venato di giallo verdastro. Questa roccia si è originata da magmi che sono risaliti dal mantello terrestre in corrispondenza delle dorsali medio-oceaniche. Questi magmi si sono cristallizzati in una roccia chiamata peridotite che, in contatto con l’acqua del fondo oceanico, ha subito un processo di trasformazione (metamorfismo) che ha cambiato la composizione e la struttura dei minerali originari (olivina e pirosseni) con formazione dei minerali della serpentinite cioè lizardite e crisotilo. È una roccia facile da lucidare, “prende gran lustro”, come scriveva Agostino del Riccio nel suo manoscritto “Istoria delle Pietre” del 1595. Per questo è stata anche denominata Marmo Verde secondo l’accezione degli antichi romani che denominavano marmor tutte le pietre lucidabili rispetto a quelle non lucidabili chiamate lapis. In città, come ricordato, è utilizzata per la decorazione bicroma che si esprime con l’alternanza di fasce orizzontali scure e chiare. Le fasce chiare sono nella maggior parte dei casi in marmo ma non solo come vedremo successivamente. Possiamo osservare questo materiale in San Giovanni Fuorcivitas, nella facciata della Cattedrale di San Zeno, nel Battistero, in Sant’Andrea, San Bartolomeo in Pantano, San Pier Maggiore, San Paolo, nel Palazzo dei Vescovi, nell’ex chiesa di Santa Maria Cavaliera. Inoltre, una caratteristica di Pistoia (in ciò accomunata a Prato) è che la decorazione bicroma in serpentinite si trova anche nella realizzazione di archi presenti nelle facciate di edifici civili.

Chiesa di San Bartolomeo in Pantano

Parliamo adesso del marmo. Abbiamo detto del suo utilizzo nella decorazione bicroma ma è stato comunque utilizzato in generale per il rivestimento di edifici religiosi e per elementi scolpiti. Il marmo utilizzato a Pistoia è nella maggior parte dei casi quello di provenienza apuana. L’estrazione di questo materiale nella regione apuana è ben documentata in epoca romana dai numerosi ritrovamenti archeologici (es: “tagliate romane”, blocchi riquadrati, capitelli, ecc.). La colonia di Luni (fondata nel 177 a.C., lungo l’antica linea di costa, a circa 5 km dalla città di Carrara) era una città portuale in posizione strategica per il trasporto e il commercio dei marmi che venivano estratti prevalentemente da cave ubicate nei fondivalle dei quattro principali bacini marmiferi del carrarese (Boccanaglia, Torano, Miseglia e Colonnata). Oltre al marmo bianco numerose sono le varietà estetiche e commerciali (ad. es. il bianco venato, il Bardiglio ecc.). Per non citare tutti gli edifici religiosi dove il marmo bianco è stato utilizzato, vogliamo solo ricordare i portali di San Bartolomeo in Pantano, San Pier Maggiore e Sant’Andrea con i bassorilievi degli architravi e le impressionanti sculture zoomorfe. Abbiamo parlato di marmo apuano ma a Pistoia troviamo anche il marmo che proviene dalla Montagnola Senese. Marmo utilizzato per eccellenza negli edifici religiosi di Siena, nella nostra città è il rivestimento bianco del Battistero, come attestato anche da documentazione di archivio. È un marmo che rispetto al marmo bianco apuano si distingue per una particolare venatura e per una minore capacità di riflettere la luce a causa di una dimensione più piccola dei cristalli di calcite che lo compongono.
Sempre riguardo al marmo, abbiamo detto che è la roccia più utilizzata per le fasce chiare della decorazione bicroma. Fa eccezione San Giovanni Fuorcivitas dove per le fasce chiare è stato utilizzato il travertino, materiale che troviamo anche nelle colonnine degli archetti della stessa chiesa e nei capitelli a foglie d’acanto del portale di San Bartolomeo in Pantano. Questa roccia proviene dagli affioramenti di età olocenica (ultimi 10.000 anni) che si trovano a Monsummano e Montecatini Terme.
Siamo giunti ora ad un materiale lapideo che avvicina Pistoia a Firenze e di cui è difficile comprendere l’utilizzo nella nostra città. Lo troviamo nel basamento e nel portale di Santa Maria delle Carceri e in tutto il paramento esterno della ex chiesa del Tau dedicata a Sant’Antonio. Si tratta della Pietraforte, il materiale lapideo con cui è stata costruita la Firenze medievale ed i suoi grandi palazzi rinascimentali a bugnato. Al pari della Pietra Serena, la sua genesi è dovuta a correnti di torbida. È databile al Cretaceo Superiore (età 100-70 m.a.). Questa roccia appartiene all’Unità tettonica di Morello che affiora estesamente nelle colline che si trovano nel territorio fiorentino subito al di là della sponda sinistra dell’Arno ed è proprio per questo motivo che è stato facile cavarla e sagomare i conci lapidei usati nella costruzione di Firenze.
Pistoia è sì circondata da un suggestivo anfiteatro collinare ma si apre anche alla pianura e questa le ha fornito un altro materiale per la costruzione della città. Si tratta dei depositi alluvionali da cui è stata cavata l’argilla per la produzione dei laterizi. Come esempio, li troviamo nell’edilizia civile, a volte in murature miste con conci di arenaria, nell’intero paramento murario di san Domenico, nel Palazzo del Comune a realizzazione di archi a sesto acuto visibili nella struttura muraria di una delle pareti laterali, nella muratura mista delle pareti laterali del Palazzo del Podestà, nella Fortezza di Santa Barbara.
Concludiamo questa descrizione delle “pietre” di Pistoia con una visita alla Basilica della Madonna dell’Umiltà edificio religioso iconico dello “skyline” della città con la sua maestosa cupola rossa. Ebbene, il rosso è il filo conduttore che ci accompagna all’interno, nel grande atrio rettangolare. Qui si rimane stupefatti dal rivestimento in grandi lastre lapidee di color rosso vinaccia. Questa bellissima pietra è stata cavata nel Colle di Monsummano (da qui il nome di nome di Rosso di Monsummano), dove si può ancora osservare un bellissimo fronte di cava perfettamente liscio ottenuto mediante estrazione con filo elicoidale. Si tratta di un calcare marnoso ricco in ossidi e idrossidi di ferro che gli conferiscono il particolare colore rosso vinaccia. Questo litotipo appartiene alla formazione della Scaglia Toscana, di età Cretaceo superiore-Eocene inferiore (100-50 m.a.) e fa parte dell’Unita tettonica della Falda Toscana. Come riporta Agostino del Riccio, è interessante ricordare che è stato utilizzato, insieme ad un litotipo simile proveniente dai Monti del Chianti, nel rivestimento tricromo del Duomo di Firenze.

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