Il restyling di Piazza Giusti a Monsummano Terme, progettato da Karin Chambery e finanziato con i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ha conferito nuova dignità al monumento al poeta Giuseppe Giusti, che si pone lungo l’asse prospettico, finalmente libero da ingombri visivi, che collega la via Francesca al santuario della Fontenuova. Determinante è stata la rimozione della palma, che occultava parzialmente la visuale del monumento e del santuario, oltre ad imporsi come nota dissonante nel contesto urbano. Il monumento a Giusti è stato non solo ripulito, ma anche consolidato laddove si erano verificati fenomeni di corrosione e disgregazione, dovuti alla secolare esposizione agli agenti atmosferici. Il monumento era stato già restaurato nel 1986 da Alberto Casciani, che aveva espresso un orientamento diverso nella scelta di mantenere un velo di patina, piuttosto che riportare il marmo al suo candore originale. Di segno opposto è il nuovo restauro, eseguito da Chiara Martinelli e Sara Guarducci, che hanno optato per il ripristino dello stato originale rimovendo ogni traccia di polveri e smog, secondo l’orientamento oggi prevalente. Anche gli elementi in bronzo, in particolare la corona d’alloro poggiata sul basamento, hanno ritrovato la luminosità originale, grazie all’intervento di restauro effettuato da Nicola Salvioli.
Il monumento a Giuseppe Giusti assume un valore identitario per la comunità monsummanese, sia perché celebra un insigne concittadino, che ha dato lustro all’Italia con la pungente satira dei suoi versi, sia perché fu realizzato per iniziativa e col supporto economico della comunità stessa, come è emerso dalle recenti indagini. L’opera fu promossa da un comitato di cittadini presieduto da Ferdinando Martini, allora dedito all’attività letteraria e ancora estraneo alla politica. Solo successivamente, il 27 ottobre 1873, la proposta del comitato ebbe il patrocinio dell’amministrazione comunale, che elargì un contributo di 1.200 lire e attivò una sottoscrizione pubblica per finanziare il monumento. Un’apposita commissione individuò nel fiorentino Cesare Fantacchiotti, allora legato al movimento dei Macchiaioli, lo scultore al quale commissionare la statua. Nel 1876 Fantacchiotti presentò un primo modello della statua, comprensivo del basamento, ma non sarà stato l’unico: verosimilmente, altri scultori presentarono modelli che furono respinti dalla commissione. Uno di questi potrebbe essere la figura in terra cruda di autore ignoto, più convenzionale nella posa e nei gesti, che si custodisce a Monsummano nel Museo di Casa Giusti e che ispirò la perduta statua del poeta presso lo stabilimento termale di Grotta Giusti.
L’esecuzione del monumento si protrasse fino al 1879, a causa dei problemi incorsi durante i lavori. Dalla corrispondenza fra Cesare Fantacchiotti e Ferdinando Martini emergono le preoccupazioni dello scultore sia per i ritardi nei pagamenti, sia per la scelta del marmo, che auspicava fosse della migliore qualità. In particolare, il Fantacchiotti desiderava il marmo della cava Henraux di Seravezza, ma infine si dovette accontentare del marmo della cava Fabbricotti di Carrara, «purché sia del ravaccione più chiaro ed unito».

Il Fantacchiotti, fedele allo spirito verista e anti-retorico dei Macchiaioli, rappresenta il poeta in atto di meditare, appoggiato allo schienale della sedia, con una mano in tasca e le spalle rivolte alla chiesa. Tale impostazione ben si addice a un personaggio che ha criticato, con pungente ironia, la corruzione e l’ipocrisia della società borghese. Tuttavia, la scelta di volgere le spalle alla chiesa non va letta, al contrario di quanto racconta la tradizione, come segno dell’ostilità del poeta verso il clero. Infatti, quando fu collocato il monumento, la città di Monsummano si sviluppava quasi interamente a nord del santuario e l’accesso alla piazza non poteva che avvenire dalla via Francesca Nord, che fronteggia la statua. Non è un caso che la dedica al poeta sia incisa sul lato nord del basamento, rivolto alla città e al popolo di Monsummano.
Il modellato della statua è alquanto sintetico, non indugia nella descrizione dei particolari, ma privilegia la vitalità della posa e dell’espressione, accentuata
dalla resa pittorica della chioma e della folta barba, ruvidamente scolpita col trapano. Tuttavia, nel monumento a Giusti, Fantacchiotti manifesta un verismo più sobrio e controllato rispetto alla vivacità formale che aveva espresso nella Pecoraia o nella Capraia.
Alla cerimonia inaugurale, svoltasi in pompa magna il 20 luglio 1879, intervennero Ferdinando Martini, Fedele Fedeli ed Enrico Panzacchi, che tenne il discorso sul poeta. L’orazione di Panzacchi fu integralmente pubblicata sul «Fanfulla della Domenica», la rivista fondata e diretta da Ferdinando Martini.
Renato Fucini, che non risulta presente alla cerimonia, dedicò comunque un sonetto «A Giuseppe Giusti per l’inaugurazione della sua statua a Monsummano». Fucini celebra la satira del Giusti, ma non descrive affatto la statua, né menziona l’autore, benché fosse suo amico ed estimatore. L’amicizia è testimoniata dalla corrispondenza privata e da una poesia in cui Fucini celebra Fantacchiotti e la sua Pecoraia per la sincera aderenza al vero. Dobbiamo chiederci perché non abbia fatto altrettanto nel sonetto a Giuseppe Giusti che, se non fosse per il titolo, non avrebbe alcun rapporto con l’inaugurazione della statua.

Al pari di Panzacchi e Fucini, anche il giornalista veneziano Achille Lanzi, presente all’inaugurazione del monumento, celebra il poeta Giusti senza descrivere la statua né menzionare il suo autore. Eppure Lanzi scrive sul «Fanfulla della Domenica», la rivista di Ferdinando Martini, che fu il primo responsabile della commissione a Fantacchiotti.
Soltanto «L’Illustrazione italiana», prestigiosa rivista milanese, pone l’accento sul talento del giovane Cesare Fantacchiotti e sulle qualità della statua, di cui pubblica una fine incisione di Ambrogio Centenari. L’anonimo recensore osserva, con acume critico che «la trovata, il motivo, il concetto della statua non sono sublimi, ma l’artista ha creduto di ritrarre il vero. Gl’intelligenti ammirarono la rassomiglianza della fisionomia, la naturalezza della posa, la felice trovata delle linee e il bel partito tratto dal non artistico abito moderno, nel quale il poeta è rappresentato».
L’assenza alla cerimonia di Cesare Fantacchiotti e il fatto che non sia neppure menzionato nel lungo discorso del Panzacchi, trovano forse una spiegazione nei dissidi intercorsi tra lo scultore e il comitato promotore, esplicitati nella lettera del 21 ottobre 1878 a Ferdinando Martini. In essa Fantacchiotti biasima il comitato, che gli ha negato un anticipo di 3.000 lire per le spese materiali, e annuncia che non parteciperà all’inaugurazione del monumento. Nostro dovere, oggi, è riscattare Cesare Fantacchiotti dalla damnatio memoriae a cui fu condannato dalla stampa e dalla politica del tempo.




