Ho un ricordo vivissimo su Daniel Buren a Celle: mio padre Giuliano Gori, raggiante di felicità, che ci annuncia di aver ottenuto l’assenso dell’artista per un lavoro da noi. Sembrava che i colori di Buren gli animassero gli occhi, quel giorno. In effetti si conoscevano da diversi anni, ma non si era mai concretizzata questa possibilità. Solo un anno prima, in occasione della mostra Magnete, un’opera di Buren era stata posta a Celle, o meglio, lungo il perimetro esterno del parco. Era una serie delle sue bandiere, con le tipiche strisce verticali colorate, che si agitavano nel vento inviando in ogni direzione il richiamo dell’arte, a mo’ di gigantesche bandierine della preghiera tibetane, sicuramente parte delle sue numerose provocazioni itineranti, che a partire dagli anni ‘60 hanno invaso svariati spazi pubblici e privati. Giuliano aveva invitato Daniel Buren a Celle sino dagli anni ’80. Poi si erano rivisti al Festival dei due mondi, a Spoleto, e avevano deciso di passare all’azione.
Ne seguì un dipanarsi di eventi tipico di ogni esperienza d’artista a Celle, ma reso unico dalla sensibilità e dalla visione di Daniel Buren. Visite iniziali per scegliere il luogo in parallelo al concepimento dell’idea, scambi di fax con Buren (che soggiornava a Procida), realizzazione e inaugurazione dell’opera. Momenti di vita e lavoro, in una comunità di intenti improntata all’operosità; Celle è un luogo che ha anticipato le oggi tanto acclamate residenze di artista.

Daniel Buren visse le sue visite a Celle con l’intensità del suo essere un artista nomade, che non si confina in uno studio, ma viaggia per vivere altri ambienti e per interagire con chi vi incontra. Ne scaturì la scelta di uno spazio semirecintato, una radura adattata anni prima per divenire campo da tennis. Era un luogo di gioco, poco o per niente usato da ormai diverso tempo, che conservava ancora due panchine in pietra, dalle forme sinuose, disegnate da Giuliano, i pali per l’illuminazione notturna, assieme alla citata recizione, alta e solida per evitare alle palline di volarsene via nel parco, in caso di un colpo maldestro da parte di un giocatore.
Daniel Buren volle tenere tutto, recinzioni, panchine e pali per la illuminazione. Solo che su questi ultimi fece installare degli specchi rotondi che consentissero una visione dall’alto dell’opera. Quest’ultima – intitolata La cabane eclatée aux 4 salles – fu concepita come un parallelepipedo a cielo aperto, suddiviso in quattro ampi vani di eguali dimensioni. All’interno, le pareti sono verniciate con i colori cari all’artista, fuori sono ricoperte interamente da ampi specchi. Davanti ad ogni entrata, a circa quattro metri di distanza, venne posta una stele, colorata con gli stessi colori degli interni e coperta da uno specchio verso l’esterno, quasi che un’esplosione (il titolo dell’opera è la cabane eclatée) avesse spinto in fuori delle porzioni dei muri perimetrali. L’opera si specchiava nelle piante del parco, divenendone parte, mentre lasciava intravvedere un’esplosione di colore in sottofondo. Daniel Buren concepì una sorta di falso hortus conclusus che, grazie al riflesso della natura circostante negli specchi, invitava l’esterno a superare la divisione fra gli spazi, configurando un unico ecosistema di natura e arte. L’ampia cabane eclatée scompare quindi nel verde e diventa percepibile proprio per il sottofondo di colori che emergono lasciando intuire i termini dell’architettura. Stare al suo interno provoca quasi un’esperienza di distacco dalla realtà, come si sovviene mio fratello Paolo a proposito di un momento in cui, in piedi nell’opera, lui e lo stesso Daniel Buren erano stati confusi dal vedere una scia di aereo nel cielo, che improvvisamente scompariva. Era il gioco degli specchi che li aveva per un attimo inseriti in un’altra prospettiva.

Io lo ricordo nelle sue visite a Celle, Daniel Buren, spesso in compagnia di sua moglie Chantal, abbigliato in un lungo spolverino, un po’ impermeabile un po’ cappotto, di colore chiaro, gli abiti sottostanti neri. Credo che vi siano stati diversi scambi sui materiali da usare per l’opera, con Giuliano. Cemento, colori acrilici, i grandi specchi, marmi per le rifiniture; Giuliano era in questa materia competentissimo e amava confrontarsi apertamente e amichevolmente con gli artisti. Era la sua maniera di dimostrare quella passione per l’apprendimento continuo che lo ha accompagnato sino ai suoi ultimi giorni.
Organizzammo una mostra per i disegni preparatori dell’opera già nel 2004, nello spazio espositivo che a Celle chiamiamo Casa Peppe. Poi la realizzammo e la inaugurammo nel 2005 e come sempre fu una festa aperta tutti, un giorno che non si sarebbe dimenticato.
Da notare che nel giro di qualche anno, Giuliano promosse un altro intervento di Daniel Buren a Pistoia, nel nuovo padiglione per l’emodialisi, in costruzione grazie all’impegno dello stesso Giuliano e della Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia. Qui, nello spazio riservato ai malati, Daniel creò una serie di Porte e divisori (definizione scelta anche come titolo dell’opera). L’arte diventava parte della cura. “E’ sperare – come scrisse Buren stesso – che, senza distrarre, l’arte possa apportare quiete. E’ sperare che l’arte possa tentare di togliere un po’ di sofferenza dalla sofferenza”.
Da allora noi viviamo la Cabane eclatée con i ritmi delle stagioni. Essa è testimone dello scorrere della vita, con le piante che cambiano e crescono attorno a lei, con gli animali del parco che si specchiano, quando stupiti, quando impauriti, nelle sue pareti esterne, così come fanno i visitatori che di solito la raggiungono dopo averne scorto il balenare dei colori fra le fronde.

Testo di Stefania Gori




